CAM intervista Nicola Chiarini, presidente di Re:fusi

a cura di Emanuele Caon.

Dalla prima assemblea del 4 maggio 2009, che ha visto per la prima volta riuniti assieme 150 freelance provenienti da tutto il Veneto, nasce un gruppo di lavoro provvisorio da cui prende vita Re:Fusi, il coordinamento dei freelance veneti. Assieme al Sindacato e all’Ordine dei Giornalisti del Veneto il coordinamento Re:fusi ha costruito un percorso di rappresentanza per difendere la dignità del lavoro e avanzare alcune proposte, il tutto tenendo bene in mente tre principi fondamentali: rappresentanza, mutualismo, solidarietà. Numerose sono le iniziative e le battaglie che sono state intraprese in questi mesi, a partire da quella per il censimento di tutti i contratti giornalistici e di tutti i tipi di rapporto di lavoro autonomo utilizzati nella regione Veneto, passando per l’approvazione della Carta di Firenze e arrivando infine a quella della legge sull’equo compenso.


Come è nato Re:fusi?


Re:fusi
nasce da una prima esperienza, nel 2009, di coordinamento tra i collaboratori del Corriere del Veneto. Questa mobilitazione nacque quando l’azienda ci propose una rimodulazione dei compensi orientata in senso negativo: si parlava, ad esempio, di “brevi” pagate 3 euro. A quel punto ci guardammo negli occhi e decidemmo che questo non ci sembrava giusto rispetto alla quantità e qualità del lavoro che dispiegavamo. Mettendo assieme questo coordinamento siamo andati a trattare con l’azienda e – partendo da una situazione di svantaggio – siamo riusciti ad ottenere delle condizioni migliorative. Nessuno di noi si è poi comprato lo yacht, però pezzi pagati 3 euro non esistono più, adesso da noi una “breve” vale 10 euro. Questo vuol dire riconoscere il valore del lavoro che può esserci dietro a una notizia magari anche corta in termini di righe, ma che non necessariamente comporta meno impegno.A partire da quell’esperienza abbiamo coinvolto altri colleghi. Nei fatti si è cercato di organizzarsi su basi territoriali e all’interno di altre testate fino ad arrivare poi alla scelta di strutturarci come soggetto, avendo così la forza necessaria per interloquire con gli organismi di categoria facendo valere il nostro peso, che anche a livello di numeri è maggioritario. Per dirla in altre parole: senza il lavoro dei collaboratori molte pagine dei giornali uscirebbero bianche.

Come hanno reagito le aziende?

Sul momento non ci sono state reazioni particolari. O meglio, dipende dai casi. Al Corriere del Veneto sì è creata una situazione di dialogo, mentre altrove esiste ancora il problema di riconoscere i collaboratori come soggetto collettivo. La scelta di entrare negli organismi di categoria è legata al fatto che dobbiamo superare questo gap di rappresentatività: dobbiamo costruire quelle condizioni per andare a sederci al tavolo come parti in causa. Fino a che avremo contratti atomizzati verremo considerati, con tutto rispetto, come il fornitore delle risme per la fotocopiatrice. Se invece creiamo una consapevolezza collettiva la situazione può cambiare. In questo va ricercata una forte unità d’azione con i Cdr [Consigli di Redazione, ndr], che sono come le RSU, le rappresentanze sindacali unitarie delle aziende editoriali.

E i giornalisti come hanno reagito?

I colleghi giornalisti hanno un livello di sensibilità che varia, ma questo vale anche per i collaboratori stessi. Manca la consapevolezza che agire collettivamente possa portare un vantaggio a tutti quanti. Le persone sbagliano a pensare che tenendo le orecchie basse l’azienda si ricorderà di loro, perché questo non succederà mai. Dobbiamo lavorare molto sulla consapevolezza dei colleghi, ma già il fatto di essere presenti sta creando un aumento di coscienza anche tra i colleghi assunti.

Quali sono i principali problemi per i giornalisti italiani?

In questo momento sono i compensi spesso sotto la soglia di dignità. Pensiamo che un collaboratore coordinato continuativo mediamente arriva a meno di 10 mila euro lordi annui. Esiste poi un ampia platea – circa due terzi dei collaboratori – che non arriva a questa soglia, e che in molti casi addirittura si assesta sotto la soglia dei 5 mila euro l’anno. Se una persona non ha la garanzia del sostentamento materiale ha un problema di sopravvivenza del tutto evidente, ma questa situazione pone  anche un problema democratico di fondo: se un lavoratore non è autonomo nei sui bisogni materiali è chiaramente meno libero e più ricattabile e anche la qualità dell’informazione ne risente.

Infatti volevo farti questa domanda: come risente di questa situazione la qualità del giornalismo italiano?

Se un giornalista viene pagato 5 o 10 euro lordi a pezzo, quindi una cifra con cui è difficile sostenere il lavoro (perché spesso la persona ha a proprio carico la spesa per le chiamate di verifica o il costo per spostarsi), fatica a lavorare seriamente. Per non parlare poi del lavoro d’inchiesta, dal momento che nessuno può lavorare in perdita. Anche un professionista coscienzioso se fatica a pagare l’affitto è costretto, suo malgrado, a dividersi su più fronti, a privilegiare la quantità e spesso a non essere accurato come vorrebbe, anche se l’obbligo deontologico e la serietà ci impongono di dover verificare sempre tutte le fonti.

Carta di Firenze, Equo compenso: per voi sono la vittoria oppure sono solo l’inizio?

Sono due vittorie che segnano un inizio. Diciamo che come una persona che ha bisogno di sedersi necessita di una sedia con quattro gambe, anche noi abbiamo bisogno di quattro elementi. Noi abbiamo costruito le prime due gambe: quella deontologica – la Carta di Firenze – sanziona lo sfruttamento come un venire meno al dovere di collaborazione tra giornalisti e di cooperazione con gli editori, ed è uno dei capi saldi della coscienza di categoria. E questa è la prima gamba. La seconda è l’Equo compenso, ed è di natura normativa. La terza sarà il rinnovo contrattuale, quindi la parte economica, una battaglia che partirà dal 2013 e che ci imporrà di lavorare su un terreno non semplice. Poi viene la quarta gamba che è quella della riforma dell’accesso alla professione. Che chiaramente dovrà essere modulata nell’ottica di garantire un’elevata qualità professionale (anche verificando i termini di accesso), non nello spirito di una chiusura ma come tutela di chi effettivamente lavora e ha il dovere poi di garantire un bene comune.

Quindi: Ordine dei giornalisti sì oppure no?

Ordine sì, ma attraverso una riforma in grado di trasformare l’Ordine da ente che cura gli interessi di una casta che non esiste più (perché la cosiddetta casta non è altro che l’unghia di un corpo affetto da un grave problema di precarietà), in presidio, assieme al Sindacato, che vigili sulla qualità dell’informazione. In questo senso l’Ordine è uno strumento utile non solo ai suoi iscritti, ma anche a tutti i cittadini, ed è necessario assumersi delle responsabilità di vigilanza in un settore così delicato.

Consiglieresti a qualcuno di fare il giornalista?

Consiglierei di pensarci molto molto bene, perché è chiaro che quando le quattro gambe di cui ti parlavo saranno forgiate ci saranno più certezze su cui poggiare questo tipo di scelta, ma per ora gli spazi restano ristretti. Bisogna quindi rifletterci e – nella maniera più assoluta! – non credere a chi fa promesse del tipo:« se ora lavori gratis per noi, ci ricorderemo di te». Non bisogna mai dimenticarsi dei principi di dignità del lavoratore, perché anche se una persona è un lavoratore dell’informazione questo non implica che debba buttare via il proprio tempo per la gloria. Perché poi esistono realtà tipo Huffington Post o altre – che spesso vengono sbandierate come le nuove frontiere dell’informazione – dove non viene pagato nessuno. Si tratta di società che fanno profitto, come legittimamente fanno tutte le aziende, giocando sulla buona fede di chi vede un’opportunità in quello che invece si rivela essere uno sforzo senza prospettive.

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