Rincaro diario oggi mi suicido

Parlare di crisi e di suicidi è il nuovo must. Tutto questo mentre il presidente Napolitano auspica la “crescita”. Quel modello di riferimento e di sviluppo economico che ci rende tutti più felicemente infelici.

«La crescita deve essere un imperativo per i giovani»: ultimamente il Presidente Napolitano lo potrebbero inserire in una pubblicità della Kinder e Ferrero. Forse è solo una mia sensazione, quella di credere che l’esimio Presidente della Repubblica sia solamente in grado di parlare per slogan, in loop robotizzati. Ma quello che è interessante è capire il senso delle sue parole. Vi siete mai chiesti cosa vuol dire “crescita”? E cosa dovrebbe “crescere”? Uno dice il Pil: ok, ma perché? Perché in questo modo saremmo tutti un po’ più ricchi e felici. Sicuri? E ancora: noi tutti? Senza contare che il legame Pil e qualità della vità, o “tasso di felicità pro capite”, è al giorno d’oggi un mito da sfatare, sbugiardato da parecchi studi e statistiche così come dal sentire comune. Forse la vera domanda da porsi non è “perché”, ma “per chi” tutto questo. Ce lo dica il sig.Napolitano, che certa gente la vede a pranzo e a cena, anche se, in realtà, le risposte sappiamo trovarcele anche da soli. Siamo giovani, ma non del tutto stupidi.

Tuttavia il reale paradosso di questi ultimi tempi è dato dal fatto che uno dei più drammatici prodotti di questo sistema improntato sulla “crescita” sia preso come monito per fare qualcosa, per reagire, ovvero crescere. Sto parlando dei suicidi degli imprenditori, di cui abbiamo già parlato in questo articolo, esponendo peraltro i nostri dubbi nel categorizzare socialmente un fenomeno in realtà ben più complesso e, aggiungo io, vecchio (nell’87, e nel ’91-’92-’93, anni economicamente ben più floridi, il numero di suicidi era molto più elevato di ora). Del resto in Italia siamo maestri nel strumentalizzare le “morti di categoria”: una volta erano gli operai, ora è il turno degli imprenditori. E domani a chi toccherà? Avanti di questo passo ai politici… In ogni caso, volendo tenere per buono questo assioma, al di là delle statistiche emotive, allora andrebbero dette molte altre cose.

Innanzitutto che il nostro modello economico – industriale e delle piccole e medie imprese – non poteva avere un futuro. L’avrebbero dovuto sapere i nostri imprenditori. Così come lo dovremmo sapere noi veneti, ora che ne abbiamo già fatto le spese: un modello di «sviluppo senza progresso», lo diceva Pasolini (giusto per non citare il solito noto), ovvero “di crescita” fine a se stessa. E a quale prezzo? Distruzione del territorio, erosione dello spazio comune, anarchia legislativa, evasione fiscale più o meno diffusa, depauperamento culturale e morale della collettività, perdita delle identità locali, infiltrazioni criminali, sfruttamento della manodopera, spesso non in regola. Un modello che non avrebbe mai potuto competere con il futuro e reggere le sfide della globalizzazione: zero investimenti sulle nuove tecnologie, sulla ricerca e sulle nuove generazioni. Perciò: di cosa ci meravigliamo? E cosa stanno a testimoniare le 1200 aziende italiane a Timisoara sulle 13000 che operano in tutto il paese? La fuga alla delocalizzazione in Romania a cosa servirà, oltre a portarsi dietro strumentazioni obsolete, metodi di lavoro e produzione superati e sfruttare una manodopera a basso costo senza tutele sindacali e scazzi legislativi? Risposta: ad abbandonare il nostro territorio già sfruttato al proprio destino, così come i capannoni che ora esibiscono la scritta “vendesi” in cinese.

Tuttavia va anche detto che esistono delle ragioni non solamente interne. È vero: molti imprenditori decidono di farla finita a causa della crisi (e dei fenomeni di persecuzione economico-fiscale da essa prodotti). Ma chi l’ha causata questa crisi? E perché? Quali sono le piaghe che affliggono gli imprenditori? Quali sono le dinamiche secondo le quali avviene tutto questo? Credo che anche il più sempliciotto tra tutti noi si sia fatto un’idea a proposito di questi interrogativi. Se lo facesse si ritroverebbe di fronte al ritratto di un grande paradosso. Un sistema economico centralizzato, improntato su parametri comuni sbagliati, e sulla crescita, e quindi sulla competitività infinita, la quale prevede austerità, riduzione della spesa pubblica, erosione dello stato sociale per tutti quei paesi che si trovano nei guai, perché non più in debito con se stessi, ma nei confronti di una moneta e una legislazione serrata e persecutoria di proprietà di altri, non eletti da nessuno.

Lavorare di più e guadagnare di meno: essere competitivi, crescere. Un sistema collaudato non per produrre per consumare, ma per consumare per produrre. E per obbedire ai diktat di speculatori e burocrati lontani anni luce dalla volontà popolare. Un ribaltamento illogico che dimostra come l’uomo, in questo caso, dipenda dal mercato e non viceversa. Allo stesso modo la politica e le istanze della società dipenderanno dall’economia e dalla finanza (scoperta dell’acqua calda), che progressivamente hanno allontanato le istituzioni e la società civile dalla propria funzione principale: scegliere a quale destino vogliamo andare incontro. Un problema, quindi, anche e soprattutto di sovranità. Scoprire chi sta dietro al progetto della Zona Euro e la natura delle dinamiche di potere, non solo è allarmante e demotivante, ma significa far fronte ad una lampante verità che prima o poi dovremo interiorizzare: siamo preda di una governance sostanzialmente illegittima ed antidemocratica (questo molto prima dell’Orco Berlusca e del suo orroroso regime porno-mafioso: se ne facciano una ragione milioni di belle anime italiane).

Perciò pensateci tutte quelle volte che sentirete ripetere: “ce lo chiede l’Europa”, “bisogna crescere” e, sempre più frequentemente, “gli imprenditori si stanno suicidando”, perché se si mettessero in fila queste parole ci accorgeremmo di formare una frase priva di senso, ma che ben rappresenta l’illogica consequenzialità causa-effetto di cui sopra. Anche se a pronunciare queste parole è un Presidente della Repubblica robotico.

Nel frattempo il suicidio dell’imprenditore è diventato il mantra televisivo del politicante medio. E difatti, di fronte alla crisi, i media, anziché proporre le alternative e dare voce a chi può dire cose diverse (sottolineo: diverse, non necessariamente “giuste”), preferisce drammatizzare lo status quo, in fin dei conti, mantenendolo. Vedi i media generalisti: asserviti al politichese ed al politicamente corretto dei tecnici. Vedi Santoro: il suo esasperante populismo antagonista, che in molti chiamano “controinformazione”, ha ritrovato solamente adesso lo share (che aveva drasticamente perso dopo la capitolazione di Berlusconi) cioè quando la situazione è diventata, mano a mano, più (televisivamente) drammatica. E quindi via al valzer dell’anticasta, un evergreen, a cui si aggiunge l’acrimonia contro le banche, l’euro ed Equitalia.

Anatemi grottescamente e colpevolmente in ritardo, come sempre, se rapportati ai segnali storici ed economici fosforescenti di mesi e mesi bypassati di fronte a questioni di Stato come le case acquisite ad insaputa, il Bunga Bunga e le scoregge del Trota. Ora gli operai e gli imprenditori che sbraitano disperati, impotenti e inconcludenti in diretta, e che si possono copia-incollare con quelli di qualsiasi altra edizione, tornano congeniali per soddisfare non tanto l’approfondimento delle notizie, ma i dogmi del “teledolore”. Un continuum che parte dagli struggenti sottofondi di pianoforte di Studio Aperto, ai baffi di Ruotolo in mezzo ai disperati in diretta su Servizio Pubblico. Poi uno si meraviglia del picco dei suicidi.

Il cronico ritardo dei media nazionali ha contribuito, peraltro, al successo di quel pasticciaccio-frullato del programma politico di Grillo, movimento che ultimamente sta facendo fisiologicamente faville, un compendio di neoliberismo “smart” di ultima (?) generazione (vedremo quanto politicamente applicabile nel nostro paese) mascherato da una retorica (demagogica?) anti-Palazzo. Eppure al mondo esistono scuole di pensiero diverse rispetto un simile macrosistema economico, centralizzato in Europa, senza per forza ubriacarsi di fregnacce new age e fantasy da perfetto attivista internettiano. Parlo dei numerosi movimenti di decrescita, più o meno spontanei, e, per i meno fricchettoni, di teorie economiche alternative, come la Modern Money Theory. Territori pressoché inesplorabili dai nostri palinsesti, ad eccezione di qualche raro ed inutile caso. Per queste ragioni Paolo Barnard a Matrix non può che assumere involontariamente lo stesso ruolo di Gianluca Buonanno a Domenica Cinque. E vedere Santoro che scopre Latouche nell’Anno Domini 2012 sarebbe come contemplare Giletti che scopre la psicanalisi in una puntata dell’Arena.

Insomma: uno scenario piuttosto patetico. Ma tornando ai suicidi della crisi, non posso non citare Massimo Fini, maître à penser scomodo ma sempre più gettonato, ora che è diventata una moda professarsi antieuropeisti, antimodernisti, anti-molte-altre-cose (possibilmente anti-tutto), anche se fino all’altro giorno Fini non poteva essere altro che il Gianfranco ex-missino dell’appartamento a Montecarlo o al massimo quello dei tortellini. Ebbene, Massimo Fini, in merito a questi argomenti, non dico sia stato profetico, ma quantomeno un cronista più puntuale ed abrasivo di moltissimi altri pusillanimi.

Leggetevi saggi come La Ragione aveva Torto? e Il vizio oscuro dell’Occidente e vi farete un’idea. E già che ci siete date pure un occhio a Elogio della guerra (del 1989), che ci spiega gli orrori e le contraddizioni della guerra (post)moderna (molto prima dell’11 settembre, dell’Afghanistan e dell’Iraq), mentre Sudditi, Manifesto contro la Democrazia (2004) sviscera i cortocircuiti ontologici della democrazia partitocratrica rappresentativa ben prima dell’antipolitica di Grillo e delle jacquerie populiste contro la casta dei partiti. Libri che, per la cronaca, da noi sono passati sottotraccia, mentre all’estero hanno animato dibattiti nelle aule delle università anglosassoni e francesi, proprio perché in questi pamphlet vengono sollecitati snodi intellettuali decisivi, con chiarezza, semplicità e ferocia esemplari. Niente fuffa accademica, ma dubbi ed argomentazioni cruciali proprio perché alla portata di tutti.

Pertanto, se aveste letto Massimo Fini sapreste che tra i suoi temi forti c’è anche la morte, il valore della vita e, va da sé, il suicidio. Argomenti tosti, cupi, indigesti, messi sotto la lente di una semplice disamina sociologica, storica e culturale. Leggetevi uno dei suoi ultimi interventi, Lo spread dei suicidi, e capirete il suo semplice assioma: cresce il progresso, crescono le nevrosi, le malattie sociali, dalla droga all’alcolismo, dalle psicopatologie al consumo di psicofarmaci, dalla violenza alla criminalità, e crescono pure i suicidi. E non è un caso che essi aumentino di percentuale proprio dalla Rivoluzione Industriale in poi e che il tasso salga particolarmente nei paesi più sviluppati, il cosiddetto Occidente o nord del mondo: vedi i Paesi Scandinavi e anglosassoni. La differenza con i paesi dell’Europa meridionale è evidente. Mentre con i paesi considerati in uno stadio di sviluppo inferiore è ancora più lampante: in Azerbaijan, ad esempio, non si suicida quasi nessuno. In Germania, invece, il tasso percentuale dei suicidi è più elevato che da noi, quasi il doppio. In Grecia, paese disastrato dalla crisi, ma caratterizzato da una cultura molto più “mediterranea”, il tasso dei suicidi rimane basso. In Italia la differenza tra nord e sud è considerevole: la gente che decide di farla finita in Padania è il triplo rispetto al meridione (in Friuli il tasso è quattro volte quello della Campania). Oppure basta dare un’occhiata al Giappone, dove i suicidi sono il quadruplo rispetto all’Italia, o alla Russia, sei volte, e, in questi ultimi anni, anche alla Cina, il paese più “in crescita” del mondo, dove il suicidio è la prima causa di morte tra i giovani. Qualcuno glielo dica a Napolitano-Kinder e Ferrero.

Insomma, dove si è instaurato un certo modello di riferimento, di consumo, di “crescita”, si verificano queste tipologie di fenomeni, effetti collaterali tanto tragici quanto consequenziali ad un determinato scenario economico e sociale che non lascia scampo. Uno dice: ma queste sono banali verità acquisite. Certo, semplici dati di fatto che inspiegabilmente passano inosservati malgrado tanto sensazionalismo, molto diffuso quanto inerte. Ma se queste sono cose che abbiamo capito tutti, allora perché continuiamo a raccontarci la storia dell’orso? Se abbiamo realizzato che il nostro sistema è malato, perché non cambiarlo anziché rinforzarlo? Quando la faremo finita con la paranoia isterica della crescita, sempre e comunque e a tutti i costi?

Per finire, al nostro Presidente della Repubblica, finora garante di null’altro che della nostra rovina, andrebbero dette due cose molto semplici: caro Napolitano-Kinder e Ferrero, la crescita che lei auspica prevede una corrispondente crescita di problemi che minano la qualità della vita, soprattutto quella delle nuove e prossime generazioni. Umanamente parlando la crescita che lei auspica non presuppone nulla di positivo in sé, in quanto fenomeno cieco, speculativo, alieno alle esigenze reali dell’uomo. Quell’essere umano che è diventato l’unica variabile del sistema, e del mercato, tanto secondaria quanto sacrificabile. Oggi le masse lo hanno capito e lo danno a vedere in piazza e alle urne, oppure compiendo gesti estremi, nell’individualità del singolo, tragicamente solo di fronte alle proprie disgrazie. Gli unici che non l’hanno capito sono coloro che ci governano e tutti i Napolitani-guardasigilli della Kinder e Ferrero del mondo. I quali vorrebbero che noi giovani crescessimo proprio come loro. Si sbagliano.

 

Death
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