La mamma disse sorridendo (con la voce e non ancora con il volto): “Risotto coi fuunghii!”. Disse proprio così, cadenzando la parola “funghi” con un’allegra cantilena, come a dire: “wow!”. Il taglio della bocca piegata si volta, tutto il corpo si muove come attorno ad un perno, ora ce l’ha davanti, il volto della mamma. Era una bella donna la mamma, un tempo.
Sì, effettivamente sorrideva, ma i capelli stavano appiccicati alla fronte coprendole gli occhi. Non credeva fosse sudore. Non era sudore, ma mamma ci aveva messo tanto entusiasmo nel preparare quel piatto di mezzogiorno. Era la sua specialità. Quella montagnola biancastra imbottita di puntini e filetti marroni che spuntavano da dentro era bella anche solo da guardare. Un peccato mangiarla. Ma non avendo pazienza di aspettare e volendo ingoiare subito il boccone dell’assaggio si accorse che stavolta qualcosa non andava. Era troppo salato, ai limiti dell’immangiabile. Mi spiace,mamma, di solito è buonissimo. Meglio non dire niente, comunque, altrimenti la mamma ci rimane male. Aveva smesso troppo presto di chiamarla mamma.
A casa loro a  mezzogiorno in punto si mangiava, “I ricchi mangiano anche dopo l’una” diceva sempre papà, bestemmiando anche troppo. E dov’era ora papà? Mentre era ormai chino sul piatto fumante lo vide affacciarsi sbuffando alla porta, sporco di terra, puzzava un po’, non aveva l’aspetto del papà, ma del padre. Non sorrideva. Niente pacca sulle spalle, niente bacio alla mamma. Lei si innervosì improvvisamente, come se la presenza del marito la turbasse profondamente, iniziò a sbattere pentole e coperchi e cassetti. Vattene no? Sì, dai, vattene, mamma. Nemmeno lei, con il volto infradiciato, forse non di sudore, con quello sguardo cagnesco, con quei modi burberi, sembrava più una mamma, appena appena una madre. E la madre non se ne andò. Il padre si sedette a tavola senza andare a lavarsi, allontanò da sé la bottiglia dell’acqua  preferendole il vino e si riempì il bicchiere di rosso nettare infernale e lascivo. Non bere così tanto, papà. Perché non ti chiamo mai papà? Forse perché non sembri tale. Non che tu non sia presente fisicamente, anzi forse sei troppo presente. E poi con il risotto ci sta meglio il bianco.
La televisione era ancora spenta, non era un buon segno. Di solito sì, nelle famiglie che parlano si spegne la televisione per conversare. Però sarebbe meglio finire di mangiare prima di mettersi a chiacchierare, per non fare entrare aria nello stomaco. Ma nella loro famiglia non si poneva nemmeno il problema. Però ora il silenzio si faceva sentire, la tensione era tangibile, era un peccato mangiare in quella situazione. Il padre provvide a spezzare il silenzio, nel bene e nel male, platealmente, troppo platealmente. Sputò un boccone di riso urlando che era troppo salato, la madre dal canto suo fece cadere una pentola per stordirsi coi rumori  e il padre reagì tirandole dietro una sedia, anzi la sedia. La sedia dov’era seduto. Si alzò tenendo lo schienale con una mano e lanciando la sedia con tanta prontezza e agilità da far pensare che non stesse aspettando altro.
La bufera era scatenata, il punto di non ritorno era stato raggiunto. A lui non restava altro da fare che andarsene in cameretta sua rinunciando al pranzo, alla TV e alla famiglia. Se fosse scappato fuori, se l’avessero lasciato scappare di casa forse sarebbe riuscito a farli smettere, invece si mise le cuffie e sparò la musica a tutto volume, tutto sommato dispiacendosi solo del fatto che fosse troppo presto per il sonnellino pomeridiano e che non si potesse leggere con tutto quell’urlante casino là fuori. Cioè, sempre dentro casa, ma fuori da camera sua, dal suo mondo.
Ad un certo punto però dovette rinunciare all’indifferenza perché le urla della madre stavano sovrastando quelle di Tom Araya, il che era preoccupante.
Il padre picchia la madre, selvaggiamente, il figlio si gode la scena, senza lacrime, inebetito. Vorrebbe morire o che morissero entrambi subito.
Accorse per separarli e la madre, sorprendendolo, lo usò come scudo, così si evitò due ganci alle costole che erano diretti al suo ventre troppo gonfio.
Però la porta delle scale era aperta e fu un attimo cadere giù.
Il figlio vola giù dalla rampa, cade di schiena. Mentre cade può vedere i volti di chi l’ha messo al mondo e con altrettanta irresponsabilità rischia di mandarlo a morte. Fuori piove, in strada un vecchio ride, la sua bicicletta stride, un gallo canta, una mosca muore.
Riuscì a non rompersi collo o testa, riuscì a girarsi su un fianco cadendo.
Ripensò alle parole che i suoi genitori si erano detti durante il litigio, l’ennesimo, non il più grottesco, ma sicuramente il più pericoloso. Parole come “divorzio, galera, sangue”, il passato rinfacciato. È doloroso il divorzio? Con chi vorresti stare, piccolo, papà o mamma? Signor carabiniere, ho dieci anni, si faccia gli affari suoi, ho dieci anni, non so nemmeno cosa sia il divorzio.
È passato del tempo da quel carabiniere baffuto. Meridionale? Chissà.
È doloroso il divorzio? Sicuramente meno di cadere dalle scale.
Le costole erano quasi tutte rotte, respirava a fatica, non sentiva più gambe e braccia, ma la testa era viva e la mente attiva. Il padre accorse piangendo dicendo che non voleva, non voleva, lui non c’entrava niente, non doveva essere lì. Già, il proverbiale momento sbagliato nel posto sbagliato, o il figlio sbagliato nel mondo sbagliato. Non voleva mica fargli male, il papà, anzi, il padre. Ci mancherebbe altro che avesse voluto. Però era successo comunque. E poi, siamo sicuri che i figli non c’entrino niente nei litigi dei genitori? Vengono messi al mondo per fungere da filtro ai problemi di coppia, o vanno solo a peggiorare detti problemi, distruggendo la vita loro e dei genitori?
In quegli attimi pensò a tante cose, la testa era a posto. Non erano tutti pensieri cattivi, in quei momenti avrebbe potuto anche scrivere  una poesia.
Non avrebbe mangiato mai più il risotto coi funghi.


2 commenti a “ Risotto coi funghi – Racconto ”

  1. Ciao, penso che il tuo sia un racconto efficace soprattutto per via dello stile utilizzato, frenetico, nervoso, con frasi brevi e concise. Creano inquietudine, tensione, coinvolgimento. E questo è positivo, ecco.
    Forse, ma dico forse, è da rivedere un po’ la disposizione dei locali domestici (è spuntata una scala, ad esempio, da cui il piccolo cade…) e qualche tempo verbale che, all’improvviso diventa presente, poi passato e via dicendo. Forse anche il penultimo periodo è un po’ troppo maturo per un pargolo di 10 anni.
    Comunque sia, il testo mi è sembrato abbastanza efficace nel tratteggiare un dramma che scaturisce da una situazione che, invero, potrebbe sembrare normale e ordinaria come un pranzo in famiglia ma che invece prelude ad una dolorosa tragedia. E fa pure un po’ riflettere visto che la violenza tra pareti domestiche è pur sempre una realtà, su cui magari si discute o si indaga poco, ma pur sempre una realtà. Anche italiana.
    Alla prossima

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  2. grazie leonardo dell’apprezzamento e continua a seguirci; in effetti le tue osservazioni sono tutte pertinenti, il racconto nacque come esperimento in seguito alla lettura di un racconto di Foster Wallace sempre su un tragico incidente domestico, uno stile “visivo” che non sempre padroneggio. Se in futuro il racconto sarà ripescato per una pubblicazione cartacea, terrò sicuramente conto delle osservazioni per cercare di migliorarlo. A presto.

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