Stando a quel che si dice presto avremo degli scrittori automi, e mo so cazzi. La nuova frontiera del cyberwriting: scrittura meccanizzata attraverso software futuristici. Immaginatevi un libro di Fabio Volo ogni settimana.

Uno dice il cyberpunk: pura fiction. Si fa presto a parlare di editoria digitale, e-book, pirateria, i Meganoidi di Amazon eccetera, eccetera, ma si ignora che il cyberpunk non è più un genere letterario della madonna, ma una fottutissima realtà. Per questo la gente, gli scrittori, i giornalisti e i critici, anziché straparlare, dovrebbero cagare mattoni.

E ve lo dico io perché. Un domani la classica filiera editoriale “scrittore > casa editrice > distribuzione > libreria > lettore”, potrebbe fare a meno di uno dei suoi principali anelli della catena, e non mi riferisco a ciò che sta nel mezzo (altrimenti che novità sarebbe?), ma al primo step. Proprio così, la variabile umana. Lo scrittore.

Del resto non ci sarebbe nulla di strano. Da anni i robot producono merce. Romanzi scritti da inumani? Solo una questione di tempo. Eccolo il cyberpunk: Robocop che scrive i prossimi romanzi di Fabio Volo. E non più un povero diavolo che si prende la mancia per starsene zitto.

Appunto, parliamo di titoli che magari non valgono il Nobel per la Letteratura, ma narrativa seriale, best seller da Autogrill o prodotti da franchising. Credete che un automa non possa avere la libidine o la giusta dose di porno logaritmi per inventarsi altre 1000 sfumature di grigio? Dopotutto anche Melissa P ha fatto il botto.

Insomma, una nuova frontiera del ghostwriting. Che a questo punto potremmo tranquillamente chiamare cyberwriting.

“Ma dove l’hai letto?“Apprendo la notizia da Wired. “Ah beh, sticazzi. Allora dillo…”. Capisco cosa volete dire, tuttavia rimane il dato di fatto: i robot possono scrivere romanzi. E non lo dice Wired, ma Alexander Prokopovich, che non solo è un russo dal nome inquietante ma è anche un editore che ha pubblicato Amore vero, cioè un romanzo scritto da un computer. Un super libro che nasce da altri 17 capolavori della letteratura, da Anna Karenina (Wired non l’ha messo in corsivo perché pensa che si tratti di una scrittrice) a Murakami. Come dire: mica pizza e fichi. Un romanzo di 320 pagine creato in appena 72 ore.

So a cosa state pensando. Altro che quattro anni di sofferta gestazione ed ansia mediatica, ora potrete avere un nuovo romanzo di Paolo Giordano alla settimana. Ma non è finita qui.

 

L’esperimento di Prokopovich risale al 2008. Ora abbiamo software ancor più cazzuti. Ad esempio Philip Parker, professore della Insead Business School, dice di aver già prodotto 200.000 titoli grazie ad un software. Questo disgraziato ne avrebbe già venduti un migliaio di copie su Amazon. Vi sembra una cosa culturalmente ed eticamente giusta o giustificabile? Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa Giorgio Vasta.

 

In pratica funziona così. Imposti i tratti salienti di una storia, calibri qualche altro parametro, tipo lo stile della prosa, il registro, il lessico, e tac, il computer può scriverti una parte di storia – addio editor – oppure tutta quanta – addio (ghost)writers – in un’ora. Ripeto: un’ora. I dirigenti della Mondadori in questo momento si sono tutti quanti bagnati. Altro che nuova piattaforma di self publishing.

Altro esempio: New Novelist, azienda di writing software. Immaginate questa schermata simile ad una plancia di comando, o ad una pagina-editing di WordPress. Tutti questi parametri da spuntare, opzioni da flaggare, impostazioni da combinare per avere il romanzo dei propri sogni, o conforme a determinate esigenze di mercato. Il software elabora la trama, i personaggi, i dialoghi, le statistiche di marketing. Crea tutto quanto facendo riferimento ad una banca dati letteraria grande 100-1000 volte rispetto alle letture sedimentate di un normale scrittore.

Ed ecco servito il romanzo, la sua prima stesura, alla quale si potranno magari applicare dei “filtri stilistici” come se si trattasse di una foto su Instagram: ci vuole un pizzico di sprezzante e cinica ironia, e vai di Chuck Palahniuk, più spiegoni semiotici, e vai di Umberto Eco, più capacità di sintesi, e vai di Erri De Luca. E così via.

Vai mai a sapere che i romanzi prodotti in questo modo non risultino migliori degli autori in carne ed ossa. Ve li vedreste bene degli automi insegnare alla Scuola Holden sostituendo Baricco, o presenziare a premi letterari, incalzati da polemiche, al posto di Carofiglio? Voglio dire, persino Terminator è meglio di Ferzan Ozpetek.

Con un pizzico di fantasia in più si potrebbero immaginare ulteriori scenari in cui tale tecnologia applicata non solo potrà coinvolgere gli autori contemporanei, ma anche quelli che non ci sono più. Immaginate il potenziale di un nuovo romanzo di David Foster Wallace, o delle nuove raccolte di poesie di Eugenio Montale, oppure delle saghe inedite di Andrea Camilleri. No, lui è ancora tra noi, grazie a Dio. Opere postume che magari possono equivalere alle precedenti. Praticamente l’unico modo per far vincere un Nobel per la Letteratura ad un italiano.

(I dirigenti della Mondadori in questo momento sono svenuti a terra).

 

Sarebbe davvero divertente e straniante venire a sapere che alcuni capolavori contemporanei o gettonati best seller sono in realtà frutto di macchine. Immaginate il senso di smarrimento e la caccia alle streghe. Un po’ come in Blade Runner: sicuri che gli androidi (scrittori) non siano già tra noi? Negli scaffali delle librerie o nelle biblioteche? Magari nella sezione “classici”, assieme a Faletti (sì, ho visto anche questo).

Una rivoluzione che da qui a qualche anno potrebbe mettere sottosopra la scrittura tout court. Un fenomeno, quindi, che può coinvolgere anche il giornalismo.

E se vi dicessi che Forbes, tanto per dire una testata da poco, ha ammesso di usare servizi come Narrative Science? “We trasform data in stories or insight”: articoli fabbricati da intelligenze artificiali.

Il paradiso di ogni caporedattore: pezzi pronti in qualche minuto, contenuti a go-go da pubblicare gratuitamente in rete. Si risolverebbe la questione del precariato tagliando la testa al toro: giornalisti, stagisti, correttori di bozze, redattori a contratto vattelapesca? Fuori dai coglioni. Redazioni, uffici stampa, blog manovrati dagli Exogini, ecco cosa ci spetta.

Insomma, oltre al ritratto avveniristico ed inquietante, apprendiamo come la scrittura possa essere replicata dalla tecnologia senza l’intervento “creativo” dell’uomo. Letteratura e mondo della comunicazione sempre più meccanizzati. Alla luce di tutto ciò è indispensabile porci la domanda: l’uomo potrà mai competere con le macchine?

Diatriba archetipica, appunto, del cyberpunk, che ci porta a solcare lidi piuttosto caldi della critica letteraria: “L’inventiva è una prerogativa esclusivamente umana! Solamente noi siamo in grado di produrre arte” (anche se a fruire certe opere si direbbe di no). “Ma se tutto è già stato inventato e nulla potrà mai essere nuovo, allora anche un computer potrà dirsi autore dei propri romanzi: perché la letteratura è tutto un gioco di richiami, combinazioni, citazioni e orge semiotiche” (nulla si crea, tutto si ricicla: e vai di Post-post moderno).

Insomma: chi potrà mai spuntarla? La letteratura è davvero una scienza perfetta, replicabile da raffinati automi? E la poesia matematica? Una formula chimica ben calibrata ma definibile per quanto unica, emozionante, irripetibile? Le macchine potranno davvero sostituire l’uomo anche in letteratura? E i giornali fare informazione dotandosi di software potentissimi in grado di elaborare dati e dare le notizie?

Ok. Ora vi lascio alle vostre isteriche paranoie. Nel frattempo suggerisco di organizzare una resistenza armata, come su Matrix, prima che sia troppo tardi. Una resistenza composta da scrittori umani – bravissimi, dotati e valorosi – che possano contrastare, smantellare o sabotare l’avanzata delle macchine.

Ok, ma dove li trovo? Non è che facciamo prima a fabbricarceli?

 

Le avventure di Fabiovolocop:
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