Romain Gary - La vita davanti a sé

di Natalia Benedetti.

Il pomeriggio del 3 dicembre del 1980, Romain Gary acquistò una vestaglia di seta rossa. Aveva deciso di ammazzarsi con un colpo di pistola alla testa e, per delicatezza verso il prossimo, aveva pensato di indossare una vestaglia di quel colore perché il sangue non si notasse troppo. Nella sua casa di rue du Bac sistemò tutto con cura, gli oggetti personali, la pistola, la vestaglia. Poi prese un biglietto e vi scrisse: «nessun rapporto con Jean Seberg. I patiti dei cuori infranti sono pregati di rivolgersi altrove»; la donna era la sua ex moglie, l’anno prima era stata trovata nuda, sbronza e morta dentro una macchina.

Queste poche righe di cronaca dovrebbero bastare a farsi una vaga idea della personalità dell’autore, così egocentrico ed autoironico da dissacrare la morte stessa ma, soprattutto, quelli che rimarranno dopo di lui; e per intuire che il suo straordinario romanzo La vita davanti a sé non può in alcun modo raccontare una storia banale.

La vita davanti a séNarra la vita di un bambino, Momò, cresciuto insieme a tanti altri nella casa di Madame Rosà, ex prostituta ebrea, sopravvissuta ad Auschwitz, anziana e malata che, una volta uscita dal “mercato”, ha deciso di aprire una pensione a pagamento per i figli delle prostitute, quelli nati per errore ed a rischio orfanotrofio, nel caso in cui la polizia scoprisse la loro origine e togliesse la potestà parentale alle madri. E’ una storia che parla d’amore: in particolare quello tra Momò e Madame Rosà, legati dalla consapevolezza di non avere nessun altro al mondo e di essere gli ultimi scarti della società, l’amore tenace che può nascere soltanto tra chi condivide la stessa solitudine e lo stesso dolore, puro perché totalmente incondizionato, insondabile e terribilmente senza prezzo. E’ difficile descrivere come questo romanzo sia in grado di infilarsi sotto la pelle, emozionandoti tanto da fare male. Ciò che sconvolge è il modo in cui l’autore riesce a creare il protagonista, Momò, arabo, età non ben definita, figlio di una prostituta, attraverso le sue stesse parole, creandogli una voce straordinaria, la voce di un bambino cresciuto troppo in fretta, o forse nato già adulto. Le parole sgrammaticate, le espressioni della strada, i termini usati ‘per sentito dire’ dagli adulti, non capiti e riutilizzati a sproposito, ma in modo terribilmente chiaro e tagliente. La voce di Momò è la voce di chi ha visto e capito così tanto da essere uscito dal tempo, lo sguardo vissuto e disilluso di un anziano negli occhi di un bambino, la testimonianza di chi è cresciuto di nascosto, non desiderato, fuori dalla legge ed ai margini della società, pagando il prezzo di una vita non ancora vissuta; nella ricerca disperata di affetto e attenzioni, attraversa la Parigi dei bassifondi, popolata da strani personaggi tutti accumunati da una tremenda condizione di emarginazione fisica e mentale. Eppure il modo in cui Momò racconta la sua storia la rende straordinaria, di una bellezza strana e disarmante: la bellezza delle dissonanze, la meraviglia che produce un particolare che a prima vista può infastidire per la sua mancanza di armonia, equilibrio, ma che se colto attraverso una emozione diventa disarmante.

Ciò che sentiamo attraverso questo libro è la compassione, nel racconto straziante della vita dei “figli di puttana”, delle prostitute, di una donna che sta per morire e che la medicina vorrebbe tenere in vita attaccata ad una flebo, nella misera condizione di vegetale, nella rassegnazione di chi è abituato a dare per scontata ogni fregatura ed ha le difese talmente alte da diffidare soprattutto da ciò che si presenta come buono e bello, la sola cosa che si salva è l’amore, il suo grido sovrasta le convenzioni di una società ipocrita e sorda, dove il bello si nasconde sotto le forme meno scontate, e l’amore è più puro. Questo romanzo si focalizza nei particolari più fragili delle persone, s’infila nei punti deboli che ciascuno vorrebbe nascondere e che invece ci fanno innamorare l’uno dell’altro, quelli che ci rendono tutti simili nella sofferenza e che ci ispirano compassione e comprensione. Ma non c’è moralismo, nessuna verità scontata, il suo bello sta nella semplicità disarmante in cui viene scritto, nella totale mancanza di aspettative riformatrici, i fatti stessi sono manifesto di una critica feroce all’ipocrisia della società, ma ad ognuno è lasciata la libertà di scegliere cosa pensare. Gli spunti per una riflessione sono tantissimi e si affrontano tematiche molto complesse: dall’eutanasia, all’ipocrisia dei conflitti fra religioni (in particolare quello arabo/palestinese), dalla prostituzione alla protezione dell’infanzia, per concludere che non è la forma a stabilire la sostanza delle cose, anzi essa è spesso la cosa più ipocrita che possa esserci, le convenzioni di una società sorda al dolore delle persone ed incapace di aiutare i più deboli, l’amore sta nel saper vedere al di là dell’apparenza, nel cogliere l’essenza delle cose, il sentimento che le rende grandi. Leggendo, ognuno farà le sue considerazioni etiche, più o meno condivisibili, ma ciascuno dovrà scontrarsi con le proprie chiusure mentali e constatare che nella vita non è tutto bianco o tutto nero, che l’amore non ha forma,ma è energia che fugge ogni definizione e la compassione, nella comprensione dell’altro, è forse l’unico sentimento che ha conservato ancora un po’ di dignità in questo mondo ipocrita. E’ un libro che ti sbatte in faccia tutto quello che non vorresti vedere, che ti fa scoprire il valore delle gioie semplici, degli affetti che pensiamo scontati, che ti fa pensare che la felicità è solo un modo di guardare, è andare in contro alla vita che hai davanti con speranza.

Il signor Hamil dice che l’umanità non è che una virgola nel grande Libro della vita e quando un vecchio dice una stronzata simile non vedo cosa posso aggiungerci io. L’umanità non è una virgola, perché quando Madame Rosà mi guarda con i suoi occhi ebrei non è una virgola, è anzi il grande Libro tutto quanto e io non la voglio vedere.

Gary Romain, La vita davanti a sé, Neri Pozza, Venezia 2009

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