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Rush di Ron Howard è una storia efficacemente raccontanta, ma anche un film troppo prudente che si appoggia e si sviluppa su di una tradizione cinematografica ormai trita e ritrita, per la quale molto pubblico americano (ma non solo) ancora oggi si entusiasma.

Tratto da una storia vera, Rush racconta la vicenda di Niki Lauda (Daniel Brühl) e James Hunt (Chris Hemsworth), della loro ascesa sullo scenario internazionale delle gare automobilistiche e della loro rivalità, fino al 1976, anno in cui Hunt soffierà il titolo mondiale nella formula 1 a Lauda, anche a seguito del coinvolgimento di quest’ultimo in un drammatico incidente sul circuito tedesco di Nürbrurgring in una delle ultime gare del mondiale.

Noto al grande pubblico per aver interpretato Richie Cunningham nella famosa serie televisiva Happy Days, a partire dagli anni ‘80 Ron Howard si è affermato anche come regista di tutto rispetto, con all’attivo un gran numero di lungometraggi che ne rivelano una certa costanza e una notevole abilità narrativa, anche se non una grande profondità o ricchezza di linguaggio.

Fatta eccezione per qualche pastrocchio, legato soprattutto a sceneggiature e cast particolarmente deboli (basti pensare a Il codice da Vinci e Angeli e demoni), la filmografia del regista americano si rivela, infatti, piuttosto solida pur essendo molto convenzionale e non particolarmente significativa.

Infatti, benché generalmente molto ben costruiti e sviluppati, i lungometraggi di Ron Howard non propongono qualcosa di nuovo o innovativo, poiché strutturati a partire da schemi consolidati nella tradizione del classico cinema hollywoodiano, fondato sulla narrazione e basato su buoni sentimenti e messaggi edificanti.

Rush si inserisce perfettamente nella filmografia di Ron Howarde per molti versi ne è tra gli esiti più riusciti e rappresentativi. Accanto alla scarsa profondità e complessità e al buonismo di fondo, troviamo la stessa medesima vocazione narrativa che, proprio nell’efficacia e nella complessità del suo dispiegarsi, fa di Rush un film di un certo interesse pur nel suo essere smaccatamente convenzionale e politicamente corretto.

La sceneggiatura infatti si rivela ricca ed interessante, i personaggi di Lauda e Hunt e la loro rivalità sono resi con complessità e ricchezza senza troppi scivoloni nel retorico o nello stereotipato, anche se non manca qualche piccola concessione ai buoni sentimenti, tesi a spingere alla lacrima il pubblico più sensibile (l’ex-moglie di Hunt che guarda in lacrime la gara finale del gran premio per vedere se il suo ex-marito riuscirà a vincere il mondiale; la durezza di Lauda che si smorza quando decide di non completare la gara conclusiva per paura di non rivedere più sua moglie e che alla fine riconosce il valore di Hunt).

Inoltre la sceneggiatura è molto ben bilanciata: il film si mantiene perfettamente sulla linea di confine tra il dramma psicologico e l’azione coinvolgente, grazie al giusto equilibrio tra gli spazi per lo sviluppo psicologico dei due protagonisti e del loro rapporto e gli spazi dedicati all’azione delle scene di corsa.

A questo si aggiunge l’efficace regia di Howard che raggiunge il suo apice nelle tesissime scene di corsa dove, con inquadrature strettissime e instabili e un montaggio acceleratissimo riesce a creare un grandissimo coinvolgimento che rende alla perfezione la condizione dei piloti della formula 1 e di come il loro correre sia quasi una danza con la morte. Regia che riesce a mantenere e a rafforzare l’equilibrio creato nella sceneggiatura, cambiando rapidamente registro una volta uscita dai circuiti e ritornando ad inquadrature classiche, più lunghe e stabili.

A chiusura non si può non menzionare l’ottimo montaggio e il buon livello del cast, in particolare di Chris Hemsworth, che dopo aver dato il volto a Thor, mai si sarebbe creduto capace di calarsi in un personaggio di tale complessità come quello di James Hunt. E, visto che siamo in Italia, ricordiamo anche la comparsata nel ruolo di Clay Regazzoni di Pierfrancesco Favino, uno dei pochi attori italiani che lavora nelle grandi produzioni statunitensi.

Rush non è niente più di una storia ben raccontata, ma anche se convenzionale e a tratti retorico, è tutt’altro che un film banale o il classico becero prodotto d’intrattenimento targato Hollywood. La cura e l’attenzione con cui Ron Howard tratteggia la complessità dei due protagonisti e del loro rapporto, rivela una precisa volontà di arricchire il discorso sviluppato non limitandosi ad una mera trascrizione di fatti, ma volendo lasciare qualcosa allo spettatore, un traccia, uno spunto su cui riflettere.

Ma il cardine del film rimane la narrazione. Gli spunti non restano altro che spunti, sottoposti al racconto della vicenda di James Hunt e di Niki Lauda, funzionali a non banalizzarla o instupidirla.

Rush è un film classico nel senso più profondo, incardinato su di un equilibrio posto alla base della sua intera struttura. Si tratta di un film d’azione, ma anche di un dramma psicologico, intrattiene, ma nel contempo lascia qualcosa su cui riflettere.

Rush ha come cardine la narrazione, affrontata seguendo senza strappi tutti gli schemi della tradizione cinematografica americana, ma non rinuncia alle tecnologie più avanzate e alle tecniche registiche più modaiole (le sequenze delle corse accelerate e iper-dinamiche).

È un film politicamente corretto, prudente, che volutamente non osa, che si sviluppa all’interno e cerca di dare lustro a una tradizione ormai trita e ritrita, per la quale, ancora oggi, molto pubblico americano (ma non solo) si entusiasma.

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