Scrittori in fieri

Metti caso che uno ci pensi. Che non lo dica, magari, perché se fai Ingegneria gestionale e la spari grossa, “sai che vorrei fare lo scrittore?”, la cosa suonerebbe alquanto bizzarra, ma l’esotismo sarebbe apprezzato. A Lettere tutto questo non avviene. Nessuno scrive, la scrittura non interessa a nessuno. Hai mai scritto poesie? Hai mai scritto racconti? Chiedi un po’ in giro e solo dai più sprovveduti riuscirai a ottenere qualche timido “sì”.

La Facoltà pullula, invece, di scrittori sottaciuti, autocensurati o semplicemente in fieri, in continua crescita. Sono pochi a scrivere esternando il proprio lavoro, a far pubblica la loro scrittura rendendola criticabile, passibile di giudizio; molti, tendenzialmente tutti, fanno invece di quel lavoro il loro intimo segreto, prassi da condividere al più con una cerchia ben selezionata di amici, colleghi e professori.

Certo la scrittura è cosa intima; se si veste poi della consapevolezza di un lettore attento, della delicatezza con cui porsi nei confronti di uno stile, di un genere, di una propria attitudine da ricercare e mettere alla prova, ecco che prima di venire a galla è necessario un lungo percorso di maturazione ai limiti dell’esoterico.
Non ci dilunghiamo in questa sede sulle modalità di lavoro e sulla qualità e quantità del lavoro degli aspiranti scrittori. Un altro dato ci interessa: la volontà finale di veder riconosciuto il proprio operato. Di venire letti. Di porsi, quindi, di fronte ad un pubblico. Quello che vorremmo suggerire è, alla luce di alcune considerazioni fatte durante i corsi di Scrittura creativa proposti dalla Facoltà e delle interviste riportate in questo numero, una possibile attitudine rispetto al mondo dell’editoria. Facendo una prima basilare distinzione: è necessario tenere a mente la distanza che separa l’editoria a pagamento dai canali tradizionali che interessano le case editrici vere e proprie, sia le più titolate (Mondadori, Einaudi, Feltrinelli, ecc.), sia quelle più settoriali o di dimensioni modeste (abbiamo visto il caso di Meridiano Zero).
Basta spiluccare qua e là tra le pagine del web digitando come interrogativo “editoria” o “pubblicazione” per ottenere i primi riscontri. Numerosissimi sono i siti che rimandano alle case editrici a pagamento. Il principio è piuttosto chiaro, la presa sui potenziali clienti molto forte: “l’hai scritto? Allora va stampato”.

Ci permettiamo un piccolo passo indietro rispetto a questa affermazione, rimettendo in gioco il significato da attribuire alla scrittura. Uno slogan come questo può andar bene per le scritture private ed è rivolto potenzialmente a tutti gli scrittori in erba; sarebbe bene, forse, se venisse colto da coloro che intendono pubblicare un lavoro sul quale non viene proiettata alcuna aspettativa in termini letterari, ma dal quale ci si aspetta una condivisione con parenti, amici, con una comunità comunque ristretta di destinatari. Sia ben chiaro: questo non è un processo alle case editrici a pagamento; sarebbe una mossa azzardata quella di muoversi verso una stroncatura netta, lo è ancor più alla luce delle connivenze tra i due tipi di editoria. Tuttavia, se il fenomeno del print on demand e la stampa a carico dello scrittore fosse aspirazione di autori che intendono fare il proprio ingresso nel mondo della pubblicazione, autori che cercano una maturazione progressiva nel loro percorso, tale strada avrebbe il peso di un passo falso.

Una prima motivazione? Le case editrici a pagamento non hanno distribuzione. Quando ce l’hanno, ma i casi sono ben pochi, la distribuzione è del tutto marginale, sfiora il silenzio. Da qui un interrogativo: può davvero un’editoria di questo genere rispondere alle esigenze di uno scrittore in potenza che cerca con armi ridotte un proprio esordio? Mi riferisco di nuovo ai molti scrittori underground (nel senso espresso in precedenza), poniamo caso della nostra stessa Facoltà di Lettere, scrittori che provano ad affacciarsi nel mondo nuovo e sconosciuto dell’editoria con poche carte da giocare.
Roberto Ferrucci
, scrittore edito da Marsilio, tiene da qualche anno dei corsi di Scrittura creativa nella nostra Facoltà e ci faceva riflettere sul tema. A che pro destreggiarsi nel mondo del paying editing, dove spesso trovano sfogo soltanto le scritture di grafomani a vario titolo o di autori senza vera vocazione né attitudine al lavoro dello scrittore? Il suo consiglio è quello di muoversi in un’altra direzione. Chi volesse davvero fare lo scrittore deve lavorare incessantemente, provare forme e modi alla ricerca di un proprio modo di esprimersi; imporsi degli esercizi, leggere molto, tenere occhi e orecchie ben aperte sul mondo intorno. Solo passando per questa strada è possibile capire se la propria attitudine alla scrittura sia solamente uno svago o piuttosto un lavoro di ricerca in cui investire tempo ed energie in un’ottica volta, perché no, al professionismo. La sua idea è questa: molto meglio continuare a scrivere e lavorare molto, anche anni, ai propri lavori, quanto meno al primo. Quando davvero si pensa di aver raggiunto una prima maturità, quando si ha in mano un prodotto di sostanza giustificato e impreziosito dal lavoro di ricerca che lo precede, allora vale la pena chiedersi in che modo renderlo pubblico. Rivolgendosi, secondo il suo consiglio, a case editrici importanti, o anche piccole, ma dalla spiccata professionalità.

Niente editoria a pagamento, quindi. Si sa, la necessità di esternare il lavoro è una tentazione costante, comporta dei passaggi a vuoto; il confronto su quanto si scrive è davvero il primo passo verso una maturazione, l’importanza di avere dei lettori attenti e in grado di dare un primo giudizio e dei suggerimenti è cosa preziosissima. Spesso la mano è forzata, la volontà e il sogno di essere pubblicati, letti, è spesso difficile da gestire con oculatezza, ma è forse più appetibile per un potenziale scrittore alzare un po’ la mira, concentrarsi su un prodotto di qualità rispetto a un procedere a tentativi. Tentativi, sì, prodotti meno controllati.
Per cercare una strada nel mondo dell’editoria dovremmo chiederci in modo forte che peso dare alla scrittura
, confrontarci con il lavoro di scrivere, considerandolo un impegno, una possibilità. Le modalità con cui esternare il proprio lavoro, dargli una collocazione in un panorama difficile e vasto come quello dell’editoria, è certo un passaggio di livello: se vogliamo diventare scrittori, è meglio non farsi prendere alla sprovvista. Informarsi, capire, accettare le sfide che il mestiere comporta.

Una piccola bibliografia per approfondire le conoscenze sul mondo dell’editoria è consultabile in quest’altro articolo dedicato al mercato e alle ripercussioni dell’editoria a pagamento.

Commenta l'articolo
La tua e-mail non sarà pubblicata
  • ( non sarà pubblicata )