David Lachapelle

“SE DOVESSI FARE UNA FOTO AL PAPA LO RITRARREI MENTRE SI LAVA I DENTI”
David LaChapelle: da Courtney Love al Diluvio Universale.

di Sara Apostoli.

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Giusto qualche scatto. Una ragazza vestita di leopardo rosa e viola è accasciata addosso ad un muro ricoperto di manifesti musicali strappati; accanto a lei, un poliziotto in posa statica da divo dei fotoromanzi guarda stupito un Cristo in rosa e azzurro che irradia luce poco distante da loro. La scritta in calce recita “Jesus is my homeboy”. Una modella in stivali stiletto e vestito couture scappa da un grosso gonfiabile e forma di mascotte di un supermarket, dopo aver lasciato cadere e rovesciato un carrello della spesa stracolmo di cibo inscatolato e coloratissimo, in primo piano nella scena. Il volto in close-up di una ragazza bionda coi capelli legati presa nel momento dell’orgasmo. La Pietà di Michelangelo interpretata da una Courtney Love in vesti azzurro acceso seduta su una barella ospedaliera che regge il corpo morto dell’ex marito Kurt Cobain, il braccio visibilmente segnato dall’eroina.

Sono le cover di quattro volumi che raccolgono altrettante esposizioni di David LaChapelle (Roiblant+Voena, Moka Taipei, Stern e la più celebre Heaven to Hell), artista che è riuscito in questi anni nell’arduo compito di rendere immediatamente riconoscibile il proprio stile praticamente ovunque e per chiunque: colori accesissimi a tratti acidi, fotografie barocche e iper-costruite che ritraggono modelle, celebs e vip, l’eccentrico richiamo all’arte classica e ai marchi simbolo del consumismo, l’esaltazione decadente di un mondo in decomposizione ai limiti dell’autocompiacimento. In una parola: pop. E non è un caso, se il primo lavoro importante gli viene commissionato proprio dal padre dell’estetica pop, Andy Warhol, per la sua rivista Interview. È l’inizio di una carriera folgorante che lo porta oggi ad essere uno dei fotografi e registi più richiesti nel mondo della moda e della musica: i suoi photoshoot compaiono sulle pagine di Vogue, GQ, “Rolling Stone”; dirige clip per nomi come Amy Winehouse, Christina Aguilera, Elton John, Moby, No Doubt; sono decine le campagne pubblicitarie di brand internazionali che portano la sua firma, tra cui l’italiana Lavazza e il colosso della moda low cost H&M; realizza anche il promo per la premiere di Lost e Desperate Houseviwes. Lavori che intrecciano la sua arte con l’universo commerciale e popolare, binomio inscindibile fin dai suoi primissimi lavori e che gli è valso l’appellativo di fotografo della postmodernità.

I suoi primi scatti sono in bianco e nero. A 19 anni LaChapelle vede morire di AIDS il suo primo compagno, con cui aveva condiviso tre anni della sua vita, ed al profondo dolore si unisce la consapevolezza che c’è la possibilità di doverne condividere il destino; è il 1984, i test per individuare l’HIV ancora non esistono. Gli anni Ottanta diventato per lui un incubo in cui l’immagine del tempo gli pare ineluttabilmente limitata. Trova il coraggio di fare le analisi solo agli inizi dei Novanta e scopre di non essere positivo. E’ in quel momento che la sua fotografia cambia:

“Cominciai ad usare il colore nello stesso momento in cui mi resi conto che sarei sopravvissuto. Mi sentivo come le mie foto. Penso che il mio scopo fosse di offrire una specie di via d’uscita alla sensatezza dell’epoca in cui vivevo”, dirà in un’intervista, gettando un’ombra anche sui Fabulous ‘80.

E anche della cultura contemporanea predilige il lato in  disfacimento delle cose, dei luoghi e dei corpi, che la ricerca incessante della bellezza artefatta porta fino al mostruoso abuso della chirurgia estetica. La serie Destruction and Disasters presenta modelle che escono illese e splendide da scenari urbani della quieta periferia americana completamente distrutti da incendi, crolli, incidenti aerei e automobilistici; nella più surreale ed emblematica, è una gigantesca lattina di Coca Cola a distruggere quasi completamente un SUV nero davanti allo sguardo indifferente e pacato di due bambini sullo sfondo. È il collasso della civiltà as we know it, che crolla irrimediabilmente schiacciata dal proprio stesso peso di sovrastimolazioni, perfezione artefatta, consumi frenetici e vitali come l’aria. Non a caso, le muse di LaChapelle sono Pamela Anderson, Amanda Lepore, Courtney Love; corpi dai tratti de-naturati, stravolti, gonfiati e resi quasi irriconoscibili nel loro essere inumani. Le labbra mostruose della Lepore diventano un manifesto di grottesca bellezza nello scatto che la vede ritratta come la Monroe nelle celeberrime serigrafie di Warhol. E forse è proprio questo e nient’altro: la nostra cultura che da pop è lentamente scivolata verso il trash e la sua esaltazione, di cui l’opera di LaChapelle non è manifesto ma semplice e sensibile puntina sismografica.

E questo lento degradare non può che preannunciare una fine incombente e catastrofica, come l’acqua implacabile e purificatrice de Il Diluvio che distrugge i templi del nuovo lusso, Starbucks, Gucci, il Cesar Palace di Las Vegas, Burger King e porta via –vanitas vanitatum- carrelli della spesa vuoti e corpi nudi, grassi, deformati dal tempo. La serie nasce dall’incontro dell’artista con Michelangelo e la volta affrescata della Cappella Sistina, che otterrà di poter visitare (privilegio della celebrità) in completa solitudine. L’esperienza sarà per lui una folgorazione e confermerà il suo strabismo artistico, un occhio all’immediato contemporaneo pop e l’altro alla grande arte del passato. Celeberrima la già citata Pietà reinterpretata da Kurt e Courtney e il Diluvio ispirato alla stessa scena affrescata sulla volta Sistina; ma altrettanto d’effetto e sbalorditivo per l’accuratezza dei particolari è lo scatto della mostra Rape of Africa che ritrae Naomi Campbell come Venere nera, ricalcato dal famosissimo Marte e Venere di Botticelli. Ed anche le sue figure di Destruction and Disaster ricordano in molti tratti una bellezza rinascimentale rivisitata: è il caso ad esempio della donna in rosso che porta in salvo tra le braccia un bambino, un’aureola di capelli biondi e cuscini immacolati attorno al capo. O ancora: la sua celebre Ultima Cena (dalla mostra Jesus is My Homeboy) che vede un Cristo circondato da 12 apostoli afroamericani e ispanici mentre sulla tavola, oltre all’uva e al vino, ci sono birre, patatine e cheesburger. Un ritorno al passato che vuol essere una riflessione sulla contemporaneità, su ciò che oggi è sacro ed icona (celebri anche i suoi ritratti a nomi come DiCaprio, Cameron Diaz, Lady Gaga, Angelina Jolie, Paris Hilton), sullo spessore che il consumismo -eletto negli scatti a religione- va assumendo sempre più irrimediabilmente nella nostra vita; e quindi anche il pessimismo, la visione di un’età barocca in continuo declino che sembra non voler mai toccare il fondo, in un tripudio di immagini surreali, oniriche, eccessive, kitsch.

Ma ogni suo scatto, pur essendo costruito a tavolino con dovizia di particolari, sembra in realtà diviso tra l’artificio e la sensazione che possa mostrarci una verità ben più reale di quella che potremmo vedere ad occhio nudo. L’architettare un’immagine barocca e satura di oggetti e colori compie in questo senso l’operazione opposta: non aggiunge ma toglie, scarnifica, lascia nudo il nostro contemporaneo in tutto il suo squallore accuratamente nascosto.

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