Il Quarto Stato

 

Non siamo obbligati a dare importanza ai premi letterari. Anzi, il contrario, può essere invidia, può essere snobismo, ma in Italia aleggia molta diffidenza sui premi letterari, che nel migliore dei casi sono sospettati di essere altamente taroccati. Come a dire: la meglio letteratura non sta lì, come la meglio musica non sta a San Remo e il meglio cinema non sta necessariamente a Venezia o a Cannes o a Toronto. Però i grandi artisti vengono fuori anche da lì, a volte. Il premio Strega, per esempio, ha una storia lunga più di mezzo secolo e, non fosse altro per il rispetto degli anziani, forse un po’ di attenzione lo merita. Il premio letterario altro non è che un buon spot pubblicitario, lo è sempre stato; è un’etichetta, uno specchietto per le allodole per tutte quelle persone che non si intendono di letteratura, ma che ogni tanto vogliono fare bella figura con un regalo diverso dal solito: prenda questo, ha vinto lo Strega.
Beh, se ha vinto lo Strega vuol dire che è bello, lo prendo.
Lo Strega era probabilmente taroccato anche negli anni ’50, solo che in quegli anni c’era Pavese, c’era Moravia, c’era Tomasi di Lampedusa; adesso invece chi c’è?

Credo sia compito di professori e critici letterari, o degli aspiranti tali come gli studenti di Lettere, cercare di capire chi potrebbero essere i nuovi Moravia o Pavese o Tomasi di Lampedusa, e se non ci sono cercare di capire perché, confrontare la letteratura attuale con quella passata, cercare una chiave di lettura della nuova letteratura. E in questo senso i premi letterari aiutano. Non per trovare i più belli (i libri votati dai pochi professori in giuria arrivano sempre tra gli ultimi), ma per cercare di capire i gusti del pubblico, il perché di certe scelte editoriali, il perché di un certo linguaggio, di un certo stile, di un certo meccanismo.

Nel 2010 i primi tre libri classificati sono tutti, in un certo senso, degni di nota: il primo ovviamente perché ha vinto, il secondo perché è di una giovane esordiente, il terzo perché è di un esordiente che però ha alle spalle quattro film come regista. Inoltre, a mio avviso, tutti e tre i libri cercano di dare un’interpretazione del mondo attuale, che è quello che ha sempre fatto il romanzo moderno, cioè dare una chiave di lettura della realtà, partendo magari da una Weltanschauung più o meno predefinita. Il problema degli ultimi 20 anni, però, è che non ci sono più le ideologie e non ci sono più le classi sociali, quindi non c’è più neanche la Weltanschauung e addio chiave di lettura, salvo rifugiarsi dietro categorie che lasciano il tempo che trovano, come best seller o postmoderno o New Italian Epic, o dietro ai romanzi di genere e consumo.
I primi due classificati sembrano cercare la chiave di lettura negli strati medio bassi della popolazione, cioè quello che una volta si chiamava proletariato, che a sua volta si stratifica e divide in proletariato urbano, proletariato agricolo o sottoproletariato.

Il terzo libro ha una chiave di lettura più filosofica, un po’ perché il protagonista è un artista, un po’ perché si punta non tanto sulla povertà materiale, bensì su quella spirituale ed esistenziale.
Canale Mussolini (Milano, Mondadori, 2010) è un libro di Antonio Pennacchi, uno scrittore di Latina che fino a 50 anni ha lavorato come operaio in fabbrica, per poi darsi alla letteratura, scrivendo tra l’altro, il Fasciocomunista (Milano, Mondadori, 2003, premio Napoli) da cui è stato tratto il bel film di Daniele Luchetti Mio fratello è figlio unico, il cui messaggio sembra essere che ciò che conta alla fine, più che la differenza tra destra e sinistra, è la differenza tra ricchi e poveri.
Pennacchi è uno scrittore che ha a cuore la politica e il mondo del proletariato, quindi è l’ideale per cercare di dare una lettura della realtà, anche se, a dire il vero, scrive libri novecenteschi, che parlano di cose che non ci sono più e che solo da un confronto con situazioni attuali possono darne un’ interpretazione moderna.
Canale Mussolini è una rievocazione storica che narra la saga familiare di alcuni contadini veneti che passano dal socialismo al fascismo convinti che sia un passaggio logico e naturale, e che dopo la legge della cosiddetta quota 90, anche grazie ad amicizie con personaggi di spicco del Fascio, ottengono dei poderi nell’Agro Pontino bonificato dal Duce. Storie di gente povera e di migrazioni interne, quindi. Un libro ideale per ripassare la Storia, ma che allo stesso tempo, attraverso  particolari e personali vicissitudini, attraversa quasi mezzo secolo di vicende italiane. È comunque uno spunto di riflessione importante, una volta si diceva: conoscere da dove veniamo per capire dove stiamo andando.

Il secondo classificato, Acciaio (Milano, R.C.S. Libri, 2010) della ventiseienne Silvia Avallone, è un libro di cui si è parlato a lungo, un po’ perché sembrava dovesse vincere e un po’ perché prometteva di essere finalmente un romanzo che dà una benedetta chiave di lettura della nostra società.
Il romanzo è ambientato in Toscana, nella rossa Piombino, e racconta il mondo proletario dei quartieri poveri. Il problema è che i protagonisti non sono operai, le protagoniste sono due ragazzine alle prese col fatto di essere ragazzine. Una ha il fratello operaio e il padre disonesto, l’altra ha il padre operaio e la madre depressa. Sono molto amiche, sono molto belle,  la vita le separerà per poi riunirle nel finale. È un romanzo sull’adolescenza femminile, col mondo operaio che sta solo sullo sfondo. Se negli anni ’50 l’operaio era un eroe e la fabbrica un inferno, se negli anni ’60 Volponi scandalizza rappresentando una fabbrica che non è un inferno e un operaio che vota Dc, la Avallone nel 2010 racconta di operai che votano Berlusconi «perché lui sicuramente non è uno sfigato» e che picchiano la moglie e la figlia, si drogano, rubano. È come se alla povertà materiale corrispondesse quella mentale e spirituale, con la classe operaia che non è più una classe, la fabbrica che non è più al centro dell’attività produttiva e le ideologie morte e sepolte, per cui non c’è più nemmeno lo sforzo di rappresentare l’operaio come un eroe e il massimo grado di realismo e aderenza alla realtà sembra dover essere dato dall’uso di cocaina.

Hanno tutti ragione (Milano, Feltrinelli, 2010) del regista Paolo Sorrentino narra le vicissitudini esistenziali, tra Napoli e il Brasile, del cantante Tony Pagoda, già personaggio (con cognome diverso) del film del 2001 L’uomo in più. Sorrentino di solito racconta storie e personaggi che più che al proletariato, appartengono al cosiddetto sottoproletariato, come l’usuraio de L’amico di famiglia.
Tony Pagoda è un personaggio particolare: non è certo un proletario, anche se è di umili origini, ma non è nemmeno un borghese, è un artista  e in quanto tale è al di là di queste logiche dicotomiche ed oltretutto è in una situazione per cui si può passare dalle stelle alle stalle in un attimo. È un artista che però si esibisce per i boss della camorra o per le casalinghe cinquantenni o per gli italiani all’estero e, a fine carriera, si esibirà per un deputato che è anche industriale, che non fa uso di droghe, pensa di poter comprarsi il mondo e quando il protagonista gli chiede cosa sia successo ultimamente (il romanzo racconta vicende che vanno dal 1979 ai giorni nostri), cosa sia cambiato, risponde: «Non ci sono più i comunisti».
In comune con gli operai della Avallone, Tony Pagoda ha il vizio della cocaina e il fatto di non essere marito e padre esemplare, ma a differenza di molti altri, lui sviluppa una certa filosofia che lo porta a poter dire di aver capito. Aver capito come va il mondo, l’amore, la vita, la politica, il Brasile, Napoli, il sesso, Roma.

Aver capito che hanno tutti ragione, che la vita è piena di aspettative deluse, e che prima o poi bisogna fare i conti con la morte e con se stessi.
Quello che invece ho capito io, lettore di questo e degli altri due romanzi, è che ancora non c’è questa famosa chiave di lettura, anche se mai come quest’anno ci si è arrivati vicini. Per adesso ci sono solo rievocazioni o riletture, ma l’idea che mi sono fatto è che non è colpa degli autori, è colpa della realtà, che evidentemente non vuole più farsi leggere e scoprire.

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