Se sei a Sanremo e tu lo sai batti le mani

Se sei a Sanremo e tu lo sai batti le mani

Banalmente parlar del banale

Se anche foste degli austeri stiliti, non avreste potuto ignorarlo: anche quest’anno il Festival di Sanremo si sta svolgendo tra consuete lodi e polemiche in tutte le salse. Gianni Morandi – quel simpatico sessantottenne che da cinquant’anni non smette di correre – ha messo in piedi un carrozzone mica da poco.

Ci sono la macchietta di Rocco Papaleo e la valletta sfortunata Ivana Mrazova – sostituita per un po’ dalla presunta fidanzata di Steve-O, ai più nota come Elisabetta Canalis, insieme a Belen Rodriguez che sfoggia il suo tatuaggio extrauterino. Gli ospiti: dal guru Celentano (che ha rotto le balle un po’ a tutti) alla Pellegrini… a quelli – finora più interessanti – che hanno accompagnato i partecipanti alla gara ieri sera: Patti Smith, Brian May, Goran Bregovic, José Feliciano etc. etc.

Permettendomi un piccolo inciso autobiografico, dico che questo è tutto quello che sapevo del festival di quest’anno fino a ieri sera, quando ho buttato l’occhio su raiuno tra una cosa e l’altra e ho scoperto anche il nome di qualche partecipante. Quest’oggi ho approfondito e, da un certo punto di vista, non è andata male: dei 14 concorrenti ‘big’ ignoravo l’esistenza di soli 4. Molto peggio sul frangente musicale: non avevo ascoltato, né sentito, alcuna delle canzoni in gara. Mea culpa!

Faccio ammenda: ho dedicato un minuto a ciascuna di esse. Ma non è sulle canzoni che mi è venuto il desiderio di riflettere, quanto sui testi che le compongono. Il che, penserà qualcuno, può essere indice, da parte dell’autore di queste righe: a) di poca serietà; b) di scarso apprezzamento nei confronti delle musiche. Senza pretendere l’esclusione della prima ipotesi, invito a valorizzare, senza renderla assoluta, la seconda.

Per procedere con certa diligenza propongo due modelli noti a tutti e che, immagino, pochi avranno voglia di contestare: Babe I’m Gonna Leave You dei Led Zeppelin e Il cantico dei drogati del compianto Fabrizio De Andrè.

Chiunque abbia mai ascoltato la canzone della band inglese, rapito dalla sua musica (e dalla sua esecuzione nel complesso, è ovvio!), potrebbe non aver riflettuto sul suo testo. Pressappoco dice questo: “piccola devo lasciarti, non vorrei, ma sai che devo proprio. È stato bello e importante. Prima o poi ritornerò ma per ora addio”. E lo fa con strofe come questa:

Babe, Baby, baby,
I’m gonna leave you.
I said baby, you know I’m gonna leave you.
I’m leave you when the summertime,
Leave you when the summer comes a-rollin’,
Leave you when the summer comes along.

Ma in questo modo qui:

Scartata la pretesa che qualcuno – ma non è cosa dei soli sanremesi – possa raggiungere questo livello, troviamo, all’opposto, una musica non troppo distante da quelle tipiche del festival:

Ma che affronta un tema decisamente impegnativo in maniera difficilmente parafrasabile e con queste parole:

Quando scadrà l’affitto di questo corpo idiota
allora avrò il mio premio come una buona nota
Mi citeran di monito a chi crede sia bello
giocherellare a palla con il proprio cervello
Cercando di lanciarlo oltre il confine stabilito
che qualcuno ha tracciato ai bordi dell’infinito
Come potrò
dire a mia made che ho paura ?
Tu che mi ascolti insegnami un alfabeto che sia
differente da quello della mia vigliaccheria.

La prima strada – quella degli Zeppelin, per intenderci – è, lo ripeto, poco praticabile e per nulla ricercata dagli artisti del Festival di Sanremo. La musica, cioè, non è assolutamente il piatto forte di questo format anzi, salvo casi eccezionali e quasi sempre fallimentari in questo contesto, è banale quando non irritante. Chi avesse voglia di cercare, non dico diamanti, ma almeno cocci di vetro in questa melma, cercherà allora di grufolare tra i testi optando per la seconda strada.

Come al solito, il primo posto tra i temi trattati è occupato dall’amore nelle sue varie forme. Ecco come viene offerto dalle ugole dei nostri cantanti:

Dolcenera Ci vediamo a casa: Come sarebbe bello potersi dire/ Che noi ci amiamo tanto,/ Ma tanto da morire/ E che qualunque cosa accada/ Noi ci vediamo a casa

Francesco Renga La tua bellezza: Se la tua bellezza è/ Furiosa e nobile/ E’ qualcosa che somiglia alla parte migliore di me/ Se la tua bellezza è/ La tua bellezza è…

Nina Zilli Per Sempre: Le parole tue/ mi hanno fatto male ma tanto vale che/ stavolta sia per sempre/ perché l’orgoglio in amore è un limite/ che sazia solo per un istante e poi/ torna la fame

Matia Bazar Sei tu: Baci come spine, sulla bocca mia/ Senza respirare, scivolando via/ Sei tu, sei tu, sei tu… che mi hai rubato il cuore

Noemi Sono solo parole: E ora penso che il tempo che ho passato con te/ ha cambiato per sempre ogni parte di me/ Tu sei stanco di tutto e io non so cosa dire/ Non troviamo il motivo neanche per litigare/ Siamo troppo distanti distanti tra noi/ Ma le sento un po’ mie le paure che hai/ Vorrei stringerti forte e dirti che non è niente

Arisa La notte: E quando arriva la notte e resto sola con me/ La testa parte e va in giro in cerca dei suoi perché/ Né vincitori né vinti si esce sconfitti a metà/ La vita può allontanarci l’amore continuerà

Chiara Civello Al posto del mondo: Se distesi su un prato di stelle/ In uno sguardo c’è l’infinito/ Le parole non parlano più perché adesso/ Al posto del mondo ci sei tu/ Nell’infinito

Ma stiamo scherzando? Dobbiamo ascoltare ‘sta roba per sentire queste stronzate?

Ci sono, poi, alcuni brani dal senso vagamente impegnato. Così, da un lato la frustrazione e il disagio di questi tempi di crisi prendono la grinta del talent show con Emma Marrone Non è l’inferno: Se tu che hai coscienza guidi e credi nel Paese/ dimmi cosa devo fare per pagarmi da mangiare,/ per pagarmi dove stare,/ dimmi che cosa devo fare. Dall’altro ci si può innamorare di una prostituta e chiederle, con Pierdavide Carone e Lucio Dalla Nanì: Dimmi perché tu ami sempre/ gli altri ed io amo solo te,/ dimmi perché mi hai chiesto/ di andar via/ quando ti ho detto/ “vieni via con me”.

C’è, poi, il filone propositivo-autoesperienziale di:

Eugenio Finardi E tu lo chiami Dio: E tu lo chiami Dio/ Io non dò mai nomi/ A cose più grandi di me/ Perché io non sono come te/ Ma conosco l’amore/ Io, io che ho visto come te/ Dritto in faccia il dolore

Gigi D’Alessio e Lorendana Bertè Respirare: Re… re… respirare/ Ad occhi chiusi/ Prova a farlo anche tu/ La mia ragione/ Si farà sentire/ È ciò che conta/ Non c’è niente di più/ Ci sei ma non ci sei

Irene Fornaciari Il mio grande mistero: Lune a dondolo/ Io ne ho cavalcate su strade proibite/ E sotto il rasoio dei giorni/ Di cose ne ho perse ma/ Monete di sole io ne ho messe in tasca/ E palle di ghiaccio, colpite di testa/ Ma questo boato che ho sotto il respiro/ Rimane il mio grande/ Grande mistero eh yeh

Marlene Kuntz Canzone per un figlio: Se sai bene ciò che fai/ La felicità sarà sempre raggiungibile/ Se non sai quello che vuoi/ L’infelicità sarà spesso incomprensibile/ Se davvero sai chi sei la felicità/ sarà dentro di te

Forse c’è da apprezzare la ‘canzoncina’ Un pallone scritta e interpretata da Samuele Bersani: qui lo stile leggero e poco serioso cui il cantautore romagnolo ci ha abituati regge bene il testo dall’allegoria spicciola:

Un pallone bloccato
Fra gli uccelli su un tetto
Finge di essere un uovo malato
In attesa soltanto di un colpo di becco
Per poter scivolare
E cadere dal bordo
Basterebbe una semplice pioggia però
Anche il cielo deve esser d’accordo

Ma se questa è la musica italiana più rappresentativa, …

Commenta l'articolo
La tua e-mail non sarà pubblicata
  • ( non sarà pubblicata )