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Si potrebbe dire che a Mantova è bello arrivarci e basta. Non in generale, da Ponte San Giorgio intendo, è chiaro. Che la skyline è maestosa e semplice e che arrivarci al tramonto è tutt’altra cosa che farsi via Legnago sotto la canicola.

Si potrebbe anche dire che il caldo di settembre è ancora caldo vero, e che le zanzare vanno in letargo in altri mesi e ad altre latitudini, non in tutti i luoghi e in tutti i laghi (quello sul Mincio, ad esempio). Ancora: che noi, nemici di noi stessi, etichettati in partenza senza mezzi termini quali “blogger senza autan”, al campeggio ci siamo rimasti il meno possibile, giusto il tempo di parlare con Piero Degli Alberi e rimediare qualche puntura dagli insetti più espansivi.

Ma parlando di cose un po’ – ma non troppo – più serie, si può e si deve dire che il Festivaletteratura è una cosa bella e accogliente. Punto. Tutt’altra cosa rispetto al Salone del Libro. Se al Lingotto gli stand delle case editrici fanno mercato, alzando la voce e sommergendo il brusio delle sale, dove autori e intellettuali di grido si alternano agli editori per il torneo annuale di DAMMI-UN-LIBRO-DA-PROMUOVERE-E-TI-CREO-L’EVENTO, a Mantova sono gli incontri a far parlare di sé. Niente autori che presentano e promuovono e fanno parlare gente famosa dei propri libri: sono semplicemente incontri, e in base al tema proposto per ciascuno di questi, a parlarne ci sono, se non i migliori sulla piazza, scrittori, autori & Co. sempre credibili e poco (o non sempre) inclini alla faziosità.

Si potrebbe pensare che questo scritto stia faziosamente scivolando verso una sviolinata piuttosto gratuita e sicuramente fuori luogo. Quindi, onde evitare, dico anche che al #festlet c’era Paolo Giordano, e che proprio non mi riesce di associare quel cognome a uno scrittore: per me resta un fiume che non ho mai visto, quello molto caro agli aficionados di un libro che ultimamente è piuttosto precipitato in classifica e che racconta la storia di un tizio che battezza un altro tizio.

Avanti con Mantova. La macchina bellica per scrittori e lettori è un congegno studiato bene e funzionante, dagli stand nelle piazze alla sala stampa, dalla (per niente) parca mensa dei volontari alle location disseminate in tutto il centro storico: il borgo, per tutta la durata del festival, si trasforma in un setting affittato alla letteratura, e viverlo in questo senso ha il suo gran fascino. Poi, è chiaro, spiegatelo voi al cameriere di quel bar del centro (del Laso forse?) che sposta tavoli a tutte le ore, e quando non sono tavoli sono sedie, ma con tavoli e con sedie in mano sbotta e borbotta, se con sé stesso o contro il gran caos generale non è dato sapere. Per quanto mi riguarda, essendo piuttosto cauto e mal disposto nei confronti della poesia incondizionata dei luoghi, tornerò a Mantova in un giorno di metà novembre per far svanire l’incanto: le iscrizioni al viaggio sono aperte.

Mantova è il luogo in cui ho visto – e sentito, soprattutto – per la prima volta un tanto atteso Gianni Clerici, coprotagonista della mia deriva senza fine verso il tennis “guardato”, giornalista sportivo senza eguali, commentatore rimpianto e timido autore di poesie, romanzi e pezzi teatrali che aspettano attori (ma in Italia non ci sono, dice lui, meglio cercare in Francia) in grado di farli vivere.

Al Reading Circle è andato in scena – o meglio, sul ring – la sfida BloggervsBlogger, in cui gli smanettoni dei LitBlog si sono dati battaglia a suon di incipit da scrivere, libri da stimare (in termini di grammi e chilogrammi: sì, c’era anche Infinite Jest) o conoscere e live tweets. Gli stessi smanettoni, gli stessi blogger sono stati a Mantova co-lleghi, co-spettatori e co-mpagni di bevute, tanto da farmi credere che la community di gente che si occupa di letteratura online è grande, sì, ma è anche fatta di bella gente, vegani e disprezzatori della nutella compresi. Che poi la domanda resta sempre la stessa: ma cosa fanno nella vita i blogger?

Questo, per quel che vale, annienta la distanza che ci separa da attori e scrittori: mecojoni. Ma è un altro discorso.

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