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di Francesca Dainese

Pochi possono dire di non aver mai visto, anche solo per caso, un’opera del celeberrimo fotografo. Ma non sono in molti a conoscere il percorso incredibile di un uomo che da sempre rifugge ogni definizione; pochi sanno, per esempio, che Salgado era un economista…

Ebbene sì, un economista, e prima ancora un giurista, ma i sogni paterni lo volevano agricoltore!

Sebastião Salgado non ama farsi intrappolare dalle definizioni: nel suo ultimo libro, Genesi, che è un progetto letterario e fotografico insieme, della durata di otto anni, fa della propria vita un racconto ricco di parole, che sorprendono ad ogni pagina, e di scatti che raccolgono milioni di visitatori nelle speciali locations in cui di volta in volta vengono esposti.

Da Parigi allo splendido contest della casa dei tre Oci a Venezia (Giudecca), l’ultima collezione del più grande fotografo brasiliano vivente si sposta a Milano, Palazzo della Ragione, dal 26 giugno al 2 novembre 2014.

L’esposizione, di incredibile valore artistico, racconta il percorso straordinario dell’uomo prima ancora che del fotografo, che, dopo aver attraversato 120 paesi, ormai da anni ci racconta il mondo, come lo vede lui e come forse noi non lo vediamo più. «Non mi sono mai sentito superiore, perciò non mi sono mai sentito straniero […] in fondo posso dire che il più grande regalo che mi sono fatto in questi otto anni è stato incontrare la mia specie così com’era molti migliaia di anni fa. La mia specie mi ha insegnato cose che negli ultimi millenni avevo dimenticato». Salgado ha ragione, scatto dopo scatto, non vi è nella sua opera nulla che tradisca un atteggiamento di velata arroganza, nessun monito moralista, anche quando le tematiche sono crude o di denuncia. Ogni foto è un cocktail micidiale di perfezione formale, attenzione maniacale, e pazienza infinita. Dietro ogni foto possiamo immaginare l’uomo eternamente alla ricerca dello scatto perfetto: «Chi non ama aspettare non può diventare fotografo». Ma a sorprendere lo spettatore è l’impatto emotivo del suo patrimonio artistico, qualcosa di non necessariamente bello, ma di destabilizzante, che induce al pensiero, al turbamento e alla commozione, qualcosa che si avvicina al sussurro sordo dell’unheimlich.

L’approdo alla fotografia arriva per Salgado in età piuttosto tarda. Sembra abbia dovuto gettarne le basi anno dopo anno. Nato in Brasile nel 1944, nello Stato del Minas Gerais, in una «valle grande quanto il Portogallo, famosa per miniere d’oro e di ferro», Sebastião è figlio di una foresta sconfinata e selvaggia, di un paese che intravvede all’orizzonte qualcosa di molto più limpido dell’incalzante economia di mercato di cui già l’Europa è prigioniera. È così ch’egli si nutre di luce, foglie, animali rari, passa anni ad osservare la vita che gli scorre intorno, in tutta la sua lentezza: «la vita segue un altro ordine di grandezza […] io ero dentro le immagini ancora prima di iniziare a fotografare». La storia di Sebastião è la storia comune di un talento raro. I primi lavori di squattrinato studente sono nella sezione di tesoreria dell’ Alliance française, dove conosce Leila, suo unico grande amore. Seconda passione diventa l’economia, sulla scia degli sviluppi innovatori del Presidente Juscelino Kubitschek, in carica dal 1956 al 1961, alla cui opera si deve tra gli altri la costruzione di Brasilìa. L’economia gli sembra quanto di più moderno possa permettergli di incidere sul mondo, ma si rende immediatamente conto che allo sviluppo industriale del Brasile si accompagnano fin da subito disuguaglianze crescenti e corruzione. Si arruola con l’ Azione popolare. Di temperamento rigoroso e determinato Sebastião, il giorno dopo la laurea in economia , il 15 dicembre del 1967, sposta Leila e parte per San Paolo per seguire un master esclusivo su economia e risparmio energetico, ma in seguito all’ennesimo colpo di stato, lo stretto legame con la lotta armata contro l’ingerenza americana costringe alla fuga i coniugi Salgado.

La Francia era all’epoca la meta degli intellettuali brasiliani, patria delle idee democratiche ma anche dell’economia d’avanguardia. Sebastião inizia a seguire i corsi dell’ENSAE, la Scuola Nazionale di Statistica e Amministrazione Economica, mentre Leila, pianista di formazione, studia architettura all’Accademia delle Belle Arti. Vivono alla Cité Universitarie, come molti studenti di oggi… ma quanti ne conoscete che come Sebastião, abbiano creato una camera oscura nella loro stanzetta, per arrotondare sviluppando foto per i colleghi? La vita di esiliati a Parigi si presenta ricca di avvenimenti e impegnata nel sociale, sempre vicina all’azione di lotta brasiliana. È da pochi anni che i documenti su Sebastião e la moglie affidati allo scrigno del governo brasiliano sono stati pubblicati. A Parigi i due ragazzi erano sorvegliati dagli stessi amici che invitavano a pranzo: «Questa è la dittatura, ma alla fine è crollata, perché come tutte le dittature è un regime privo di futuro».

È stata Leila a mettere nelle mani di Sebastião la prima macchina fotografica, una Pentax Spotmatic II con obiettivo Takumar 50 mm, luminosissimo f1:4, poi altri due obiettivi da 24 , e 200 mm. (Questo per quelli che noi abbiamo la Reflex, ma usiamo l’automatico). Era fatta. La macchina che a Leila doveva servire per gli studi di architettura diventa lo strumento protagonista di veri e propri reportage. Sebastião nutre un progetto, quello di andare fotografare l’Africa al termine del dottorato di ricerca. Non ha mai concluso la tesi sul caffè a Londra. Dai 29 anni la fotografia diventa la sua unica occupazione, ma ammette oggi: «È grazie al mio lavoro di economista che ho scoperto l’Africa, l’altro mio Brasile». Ruanda, Burundi, Zaire, Kenya , Uganda, le sue missioni iniziano con la Fao e la Banca Mondiale, con Leila sempre accanto, incinta, attraversa il Niger . Entrambi si occupano della produzione e della vendita di fotografie. Il business mantiene la famiglia, anche se Sebastião, che del paparazzo fortunatamente non ha la stoffa, alle celebrità preferisce i paesi in via di sviluppo, le storie di più intensa umanità, i suoi temi sono prettamente sociali o naturali. La preparazione economica gli permette di badare alla famiglia con pragmaticità e coerenza ma anche di avere una preparazione in prospettiva storica e sociologica.

«La fotografia per me è una forma di scrittura»: dal 1975 al 1979 è nell’Agenzia Gamma, la grande scuola di fotogiornalismo, subito dopo l’esperienza Sygma. Ma non sembra esserci scuola per Salgado che non sia la passione per i suoi soggetti. Tutto parte dall’osservazione. E poi fondamentali la sistematicità che non annoia, il ritornare sullo stesso posto in tempi diversi per definire il cambiamento, stupirsi dell’evoluzione e portarne traccia. Fondamentale ancora è il gioco col proprio equilibrio emotivo.

Poi viene il laboratorio. Tutto si gioca qui, in un’ astrazione preferibilmente in bianco e nero che si realizza attraverso la più complessa gamma dei grigi. L’uso del colore è per Sebastião legato a rari episodi di committenza e si traduce in una resa che non lo soddisfa per la minore libertà tecnica, per la meraviglia del rosso e del blu, che distraggono dal soggetto, privandolo di tutta la sua scarna carica essenziale. La parabola fotografica della carriera di Salgado è anche uno spaccato di storia della fotografia. In Genesi l’autore racconta la non trascurabile difficoltà del fotografo prima del digitale: «Prima dovevo aspettare mesi prima di rivedere gli scatti covati con attenzione, attendere di ritornare a Parigi».

 

 

Tra il ‘77 e l’ ‘84 Sebastião viaggia in Cile, Bolivia, Perù, Messico, Ecuador, Guatemala. «Questo lavoro durato sette anni, a volte dico sette secoli, mi ha dato la possibilità di viaggiare attraverso culture in cui il tempo scorre lento come il passato». Fotografare significa integrarsi in un contesto, entrarne a far parte, vedersi accettati dalle comunità Indios, come da quella delle tartarughe delle Galapagos.

In Mali, Etiopia, Ciad, Sudan lavora affiancando l’Equipe di Medici Senza Frontiere, ma «non sono un fotografo del nord del mondo, fotografo realtà povere come quella da cui provengo, non ho il senso di colpa dell’uomo occidentale. Ogni fotografia è una scelta , un impegno». Tant’è. Sebastião e Leila al suo fianco organizzano in continuazione raccolte fondi tramite le esposizioni delle fotografie, i cui proventi vanno ad associazioni come il Movimento dei contadini Sem Terra.

Tra le raccolte più importanti del fotografo ricordiamo La mano dell’uomo, del 1993, in cui si mette in rilievo l’importanza del lavoro manuale, il lavoro dimenticato, con il rilancio agli aspetti più primigeni del fabbricare. Seguire il processo di fabbricazione di oggetti, per noi “rudimentali”, nelle comunità più antiche degli Indios, nell’era europea della delocalizzazione, diventa qualcosa di unico. Nel 1994, dopo essere passato da Gamma a Magnum, apre la propria casa di produzione Amazon Images a Canal Saint-Martin a Parigi.

In cammino è invece ciò che resta dei sei anni passati in India, America latina, Iraq. Ma sono i viaggi in Mozambico e in Ruanda, nel pieno dei contrasti tra Utu e Tutsi, a segnarlo più profondamente. Vi è un legame tra l’atrocità e la malattia che lo costringe a tornare a Parigi. «Mi si chiederà che cosa sia la morale, che cosa sia l’etica in momenti così drammatici. E’ quando sono di fronte a qualcuno che sta morendo e devo decidere se scattare o no». Dopo In cammino Sebastião attraversa un vero e proprio stato di depressione, troppa crudeltà. «Dopo In cammino non avevo più speranze nella salvezza del genere umano. Con Genesi ho cambiato idea».

Il progetto Genesi è del 2002 e consta di 32 reportages. Per 8 anni progetta un viaggio tra posti incontaminati (ecco perché l’Europa è l’eterna esclusa!): Galapagos, Madagascar, Sumatra, Nuova Guinea, Papuasia Occidentale, Canada , Alaska, Isole Falkland, Isole Sandwich. Conoscere tribù indigene è stato riprestare orecchio al battito del mondo, ai cicli di vita animali, al passare delle ore, rivolgere di nuovo attenzione agli alberi e ai loro nomi. All’uomo e i suoi riti, la danza, il riso.

Durante Genesi passa dall’analogica alla digitale. Una vera rivoluzione, lascia la Leica 24×36 per la Pentax 645 4.5×6 e usa le pellicole tri x 400. «L’11 settembre ha sconvolto la vita dei fotografi», i raggi x sulle pellicole sono mortali. Da allora lo accompagna una Canon 1DsMark III, e la valigetta di 28 kg è diventata 700 grammi di schede di memoria. Per l’ormai settantenne fotografo non è poco: «Se fotografare ti fa vivere in uno stato di grazia, per il corpo ormai è un castigo!».

Genesi è la storia di un incontro col pianeta: minerali, vegetali, animali, solo dopo viene l’umanità. È quasi un ritorno al proprio istinto, prima della costruzione delle città, prima dei nostri diritti e doveri, prima delle mura tra noi e gli altri. «Mi sento un discepolo di Darwin […] con lui ho condiviso probabilmente l’osservazione di alcune delle più vecchie tartarughe delle Galapagos – osserva Sebastião, e conclude – non siamo che un passaggio, te ne accorgi attraversando un deserto con pietre tagliate 16000 anni fa, scalando montagne in Venezuela di 6 miliardi di anni. Tornare al pianeta è l’unico modo per vivere meglio. La fotografia non è una forma di militanza, non è una professione. È la mia vita».

Ma il capitolo più bello di Genesi è La mia tribù, il reportage del fotografo diventa il toccante racconto di un figlio, di un marito e di un padre – tra la difficoltà della vita del migrante, il dolore più sincero per le vicissitudini di tutti i giorni, l’emozione per le piccole gioie condivise, le problematicità legate alla sindrome di down del figlio Rodrigo…- e si chiude con la testimonianza dell’uomo che si riscatta, nel suo ultimo percorso di dolore, col progetto di Leila di ripiantare una foresta in Brasile di 2,5 milioni di alberi.

Da non perdere per gli appassionati l’ultima opera di Wim Wenders, che ha recentemente firmato per Cannes, insieme a Juliano Salgado, un documentario dal titolo The salt of the earth per la sessione “Un Certain Regard” che ha la vividezza e l’espressività del cinema muto. Sebastião Salgado, da lui considerato il più grande fotografo vivente, viene qui ritratto intento a raccontare la propria vita –tra dolore e meraviglia- al figlio che con lui condivide parte del viaggio attorno al mondo, all’imperterrita ricerca della Grande Bellezza. Senza retorica.

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