Dettato Sergio Peter Review

La nuova collana di  narrativa di Tunué propone un giovane, classe 1986, alle prese con il primo romanzo. Il quale ricorda sia Tomizza che Celati e forse in parte anche il primo Parise. Ottimi presupposti, in teoria. Ma c’è qualcosa che non quadra. L’autore infatti sembra un po’ troppo giovane per un’autobiografia e chiamare questo libro romanzo mi sembra un azzardo formale.

La casa editrice Tunué, con la nuova collana diretta da Vanni Santoni, si occupa di pubblicare romanzi di giovani autori interessanti, promuovendo così la narrativa esordiente. Anche nel caso di Dettato di Sergio Peter Santoni fa centro proponendo un giovane che ha qualcosa da dire e lo dice in termini non banali e scontati. Se la qualità della scrittura non si discute, ho però qualche dubbio sull’opera nel suo complesso.


All’inizio il romanzo ricorda i primi due romanzi di Parise per il fatto che lo stile è più evocativo che narrativo. Nelle pagine successive però cambia subito, prende una piega “naturalistica” alla maniera di scrittori legati al paesaggio come Rigoni Stern, Tomizza, Cassola, Corona etc. Piega che perdura fino alla fine del libro, fatta eccezione per alcune poesie e alcune lettere riportate per intero senza però introdurle narrativamente. Si nota la presenza di termini dialettali e tecnicismi dell’allevamento o della montagna, o termini liturgici come antifone e ingressa. Il libro è un chiaro omaggio alla terra d’origine dell’autore (al confine tra Lombardia e Svizzera italiana). La storia è intima e famigliare: padre morto giovane, nonni, cugini, zii, storie a volte dolorose, natura come impassibile compagna.

Il tutto è molto lirico, ma sono cose sinceramente già lette e poi la giovane età dell’autore e il fatto che sia laureato stridono con tutto ciò, dal momento che la prospettiva è posta in soggettiva. Secondo lo stesso autore, l’intento era allontanarsi dal classico io cartesiano della cultura razionalistica per creare un coro di voci in cui a parlare non fosse solo l’autore ma anche i defunti, i vecchi e perfino i gatti, i monti e le vallate. Un’idea di narrativa corale che non è certo nuova, se guardiamo ai romanzi dell’Ottocento. Ma anche volendo tirare in ballo Bachtin e la polifonia non ci siamo. Quelli di Dostoevskij erano sì romanzi corali, in cui un’infinità di personaggi prendeva la parola, ma erano pur sempre romanzi. Anche Tolstoj diceva di voler immedesimarsi in tutti i suoi personaggi per renderli credibili, persino nella cagna che corre sui prati. Ma quelli erano romanzi ottocenteschi. Siamo lontani però anche dal modernismo e postmodernismo di Joyce, Cèline, Foster Wallace, Pynchon. Nel libro si fa per esempio riferimento a un tentato suicidio a causa di un «segreto triste», il quale però non viene rivelato. C’è quindi da parte dell’autore la volontà di raccontarsi, ma non fino in fondo, come in un diario scritto pensando che venisse letto dagli altri. Inoltre manca un plot che strutturi complessivamente il libro e giustifichi l’utilizzo del termine romanzo. Il libro è scritto bene, è piacevole e poetico, ma come romanzo è fragile (e anche breve, 110 pagine) e non si capisce dove voglia andare a parare.

10407286_756462047719028_3426691478652493159_nCi si può forse aiutare con il titolo, dettato, che rimanda ai temi delle scuole elementari. Visto con quest’ottica il libro va letto come un’autobiografia, tale forma però stride con la giovane età dell’autore, classe 1986. Non mi convince nemmeno il linguaggio, che vorrebbe essere quello di un bambino, per poter essere più spontaneo possibile, però non credo che un bambino usi termini come antifona, ingressa, roccolo. L’aspetto complessivo è troppo ermetico e allusivo per poter essere un racconto credibile. E poi il pluralismo di voci narranti non mi pare marcato, la voce è sempre quella dell’autore e non è certo quella di un bambino, anche se il linguaggio è sicuramente semplificato rispetto a quello di un laureato in filosofia. L’intento è chiaro, costruire una specie di biografia collettiva, che comprenda non solo l’autore, ma anche altri personaggi locali, nonché gli stessi paesaggi. Io se fossi stato l’editore però non avrei pubblicato il libro in questa forma, perché il ragazzo scrive bene, il libro è anche bello, ma resta secondo me un senso di ambiguità, si sente l’assenza di una struttura portante, non c’è coerenza tra la forma romanzo e il contenuto ed è anche troppo breve.

Tutte queste caratteristiche ricordano il frammentismo vociano di inizio Novecento, il che sarebbe anche interessante se ci fosse davvero un intento avanguardistico, d’altro canto il romanzo ormai è anche un genere abusato. Ma allora perché non recuperare forme un po’ snobbate dal grande pubblico come il racconto breve o il poema narrativo? Il tono infatti è molto più lirico che prosastico e chissà se lo stesso autore è concorde nel definire quest’opera come romanzo. Dettato, nonostante le mie perplessità sulla forma, rimane però, nel suo contenuto, una lettura interessante e consigliabile.

 

Sergio Peter, Dettato, Tunué edizioni, 2014, 110 pag.

 

Related Readings:

Goffredo Parise, La grande vacanza,(Rizzoli): il secondo enigmatico romanzo dello scrittore vicentino.

Fulvio Tomizza, La miglior vita, (Oscar Mondadori): momenti di vita di una piccola comunità agricola nell’Istria.

Gianni Celati, Narratori delle pianure,(Feltrinelli): 30 racconti che rappresentano una svolta stilistica e ideologica per l’autore.

Commenta l'articolo
La tua e-mail non sarà pubblicata
  • ( non sarà pubblicata )