Simon Lane Passaparola Review

Un domestico filippino a Parigi deve difendersi dalla gravissima accusa di omicidio. Non potendo confessare un reato che non ha commesso, racconta tutta la sua vita ad un registratore. Simon Lane ci regala un piacevole romanzo dal sapore dolceamaro, edito per la prima volta in Italia da Ottolibri.

Simon Lane era un inglese girovago che si definiva “bevitore con il vizio della scrittura”. Ha vissuto a Parigi dal 1988 al 2001, poi a Rio De Janeiro fino al 2012. A dicembre di quell’anno è morto a soli 55 anni nella sua città natale, Solihull, West Midlands. Passaparola, con traduzione di Cristina Ingiardi e prefazione di Francesco Forlani, è il suo unico romanzo tradotto in italiano, edito da Ottolibri, casa editrice calabrese che pubblica soprattutto in formato digitale.

L’assassino è il maggiordomo, nei gialli, ma non nella vita. E questo è un libro molto pregno di vita, come fa notare in maniera enfatica Forlani nella prefazione. Il protagonista, Felipe, è un domestico filippino che si deve difendere dall’accusa di aver ucciso un suo superiore, il signor Charles. Il tono del racconto però è meno serio dei fatti di cui parla. In questo ricorda vagamente Grand Budapest Hotel, ultima fatica del regista Wes Anderson.

Nel suo racconto Felipe parla di Madame Gregory, di mister Penfold, del senhor Ponte, di monsieur Charles, di madame Angès e del signor Agostini, persone ricche presso cui è assunto, grazie al passaparola tra di loro. Tali personaggi vengono descritti con gli occhi del protagonista e si scopre che qualcuno di loro ha segreti, il che crea della suspance, soprattutto dopo il delitto, come in un libro di Agatha Christie.

La forma narrativa è quella del diario-confessione in prima persona, genere plurisecolare. In questo caso ricorda il Lazarillo de Tormes per il fatto che un uomo umile scrive la sua versione di una certa vicenda per ottenere giustizia, solo che invece di scrivere parla ad un registratore. Felipe però ne approfitta per sfogarsi e non si limita a dare la sua versione di quanto accaduto quando ha trovato il cadavere del suo capo, ma racconta al registratore tutta la sua vita, fisica e interiore.

Il linguaggio è semplice, formato da un lessico volutamente scarno e ripetitivo, mimetico rispetto al personaggio, ma con molti giochi di parole: “non riuscivo a smettere più, che alla fine è esattamente la ragione per cui ho smesso” pag.37. C’è spazio anche per riflessioni sul carcere:

“A volte, quando mi sveglio, è come un incubo. Tutto questo è un incubo. Che ci faccio io qui? Voglio dire, io non dovrei essere qui. Per la maggior parte, le persone che ci stanno dovrebbero starci, si vede dal modo in cui mi guardano e dal modo in cui sembrano sentirsi a casa qui dentro, come se questa fosse davvero casa loro, come se ci fossero nate e ci moriranno e come se non fossero mai state in nessun altro posto che le abbia fatte finire qui, anche se a un certo punto della loro vita devono essersi trovate altrove per farsi arrestare, che abbiano rapinato una banca o fatto qualcosa di terribile, come uccidere davvero qualcuno, o anche più di una persona, come l’uomo che urla sempre che gli chiamino un medico. Sì, questo non è come un incubo, questo è un incubo, e l’unico momento in cui non è un incubo è quando sono addormentato e sogno” (pag.37)

e su altri temi come la più grande “malattia” del terzo millennio, la solitudine:

“A volte le loro confidenze mi stupiscono, eppure tra noi esiste lo stesso muro che esiste tra me e gli altri, perché se quelli come madame Gregory decidono di riconoscermi come persona, piuttosto che come semplice domestico personale, continuano comunque a non aspettarsi che io li capisca per forza, come se stessero parlando da soli ma ad alta voce con me, come faccio io adesso, ma nel registratore. Il legame, se così si può chiamare una cosa del genere, inizia e finisce in quello spazio di tempo determinato dall’apertura e dalla chiusura della porta d’ingresso, come premere il pulsante dell’avvio e poi quello dello stop. A parte quello, io non esisto affatto, non esisto per nessuno a parte me stesso. Siamo tutti soli. Niente e nessuno può alterare questa semplice verità. Basta camminare per una strada affollata e lo capisci subito.” (Pag.46)

o sulla condizione dei migranti “non tutti hanno documenti o soldi o altre cose ma tutti hanno la dignità” pag.158

Così un immigrato clandestino si trova in carcere per omicidio e racconta ad un registratore il suo passato di alcolista, il suo viaggio della speranza in Francia, il suo lavoro in cui non viene trattato in modo molto diverso dagli oggetti che spolvera, il suo rapporto tormentato col brasiliano Raimundo e il suo tentativo di gettare nella Senna il cadavere del suo capo nascosto in un bidone per la differenziata, nella notte più lunga dell’anno, in cui a Parigi tutti sono in strada fino all’alba per la notte della musica. Il lettore aspetta così che Felipe spieghi come mai non è riuscito a liberarsi del cadavere facendosi scoprire, ma soprattutto c’è curiosità di sapere chi sia il vero colpevole e se Felipe riuscirà a cavarsela. Non c’è dubbio infatti che Felipe sia innocente, questo non è un thriller psicologico, è più una commedia grottesca, figlia delle storie tragicomiche del maestro Jerome K. Jerome. I fatti e le cose vengono presentati con estrema sincerità, senza tormenti interiori, doppi sensi filosofici, allegorie sociologiche ed esistenziali e intricati psicologismi.

Il fatto è che, dal mio punto di vista, queste caratteristiche (tormenti interiori etc.) in letteratura sono importanti e rendono un romanzo immortale, degno di essere letto e ricordato, vedi per esempio Dostoevskij, che non era estraneo a storie di delitti e prigioni. Ma è chiaro che non siamo più nell’epoca di Dostoevskij, una tale scrittura oggigiorno non sarebbe tollerata dal pubblico e quindi nemmeno dalle case editrici. Nemmeno il dramma si può più prendere seriamente e mi viene in mente Ennio Flaiano che diceva “la situazione è grave, ma non seria”. Simon Lane però è bravo nel raccontare una storia fondamentalmente triste in maniera tutto sommato elegante e divertente, con uno stile secco e volutamente naif come quello di George Perec e una sorniona ironia simile a quella di Nick Hornby.

 

Simon Lane, Passaparola, Ottolibri, 2014, 192 pag.

 

Related readings:

Jerome K. Jerome, Tre uomini in barca (per tacer del cane), (Fabbri): il libro più noto dell’inventore del genere tragicomico.

Anonimo, Lazarillo de Tormes, (Garzanti): un romanzo picaresco raccontato in prima persona sotto forma di confessione.

George Perec, Mi ricordo, (Bollati Boringhieri): un’autobiografia che è in realtà un elenco di fatti piccoli e banali.

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