Un romanzo che narra la storia oscura del nostro paese, tra terrorismo, affari sporchi, intrighi politici, stragi.

12 dicembre 1969. Piazza Fontana. È appena esplosa una bomba. Cadaveri, macerie, odore di morte. Una tragedia che è come un pugno nello stomaco nella storia d’Italia. Simone Sarasso elabora un prologo da far attorcigliare le budella, una vera dichiarazione d’intenti: caro lettore, questo è il punto di non ritorno, ti trovi in fondo al baratro di questo paese, tra le urla strazianti delle vittime.

Tutto è cominciato da qui. E io ti racconterò come si è arrivati fino a questo punto, l’esplosione di una bomba infame, e lo farò fregandomi degli stilemi classici della narrativa italiana, adottando strumenti diversi, pescando a piene mani dalla letteratura di genere e dove piace a me. Punto.

Qualche pagina dopo, dal prologo che preannuncia l’inizio dell’apocalisse, si passa al caso di Ester Conti (leggi anche Wilma Montesi, per gli appassionati della cronaca nera, cioè quella vera) una ragazza ritrovata morta in una spiaggia di Tor Vajanica. Roba da noir classico, un delitto ricco di ombre spacciato per tragica fatalità. Qualcuno vuole insabbiare la faccenda, eppure ci dev’essere dell’altro. Ad esempio le lotte intestine della Democrazia Cristiana (che ricordano le correnti contrapposte di Fanfani e Andreotti, che nel romanzo viene chiamato “l’Omino”), affari sporchi, prostituzione… ma questo non è un noir classico.

Perché la storia si allarga a dismisura, dal 1954 al 1972, si dilata mostruosamente seguendo i meandri oscuri della storia d’Italia, dai torbidi contorni che regolano le vite dissolute della classe dirigente alle stragi di stato, affari di droga, complotti e corruzione ovunque. Dall’Italia fino ad espatriare a Cuba e negli USA…

Ne emerge un ritratto epicamente distorto, ineluttabilmente tragico, del nostro Belpaese, passando dall’attentato a Fabio Riviera, il “padrone d’Italia” (evidente il parallelismo con Enrico Mattei), alla bomba di Piazza Fontana. In mezzo ci sta di tutto. Omicidi, servizi segreti deviati, spacciatori irlandesi in affari con Cosa Nostra, sbirri corrotti e la violenza delle strade che dilania un decennio dal sapore di piombo e sangue.

Un romanzo atipico, polimorfico. Brevissimi capitoli alternati a stralci testuali, testimonianze, trafiletti, intercettazioni. Narrazione e docufiction, letteratura di genere e dispacci di giornali: un meltin pot riuscito ed estremamente incalzante.

 

Altra particolarità: il passaggio di testimone tra i protagonisti. Giorgio Valenti, maresciallo dell’Arma, ligio al dovere, il primo a sentire puzza di marcio, a capire che dietro al caso di Ester Conti ci dev’essere qualcosa di più; Lorenzo Trama, dissoluto giornalista investigativo, disinibito ed incosciente curiosone della Capitale; e poi lui, Andrea Sterling, stronzo sesquipedale, criminale efferato, braccio armato del potere oscuro, partorito dalla violenza demente di un manicomio, la cui carriera coinciderà con le trame del più sordido dei complotti.

Ciò che mi ha colpito di più di questo romanzo è la velocità. Avete presente quelli che recensiscono i romanzi di genere noir affidandosi alle solite formulette: “questo libro vi terrà incollati alla pagina”, “un romanzo che berrete tutto d’un fiato”. Ecco, in questo caso tali luoghi comuni non sono luoghi comuni.

Sarasso vi costringe davvero a subire, è proprio il caso di dirlo, un trip forsennato, tutto dolore e cinismo, nel ventre oscuro di un mostro senza faccia che agisce dal dopoguerra fino agli anni ‘70. E lo fa con gli strumenti di una fiction dai toni spiccatamente borderline.

La storia d’Italia, in questo modo, viene narrata con efferatezza, lasciando perdere la retorica di circostanza e la memoralistica, affidandosi alla velocità incalzante di trame allucinanti, conseguenze di un fato pressante, travolgente, ineluttabile, opprimente. Un’escalation di violenza esponenziale.

Qui c’è dentro ci trovate tutta la potenza di Ellroy, il suo ritmo sincopato e sfacciato viene adottato alla stregua di una cifra metrica che condizionerà la prosa del romanzo. Una presenza, la sua, oserei dire, invadente, eccessiva, ma segno di una determinata scelta stilistica.

Alla base di Confine di Stato vi è la rielaborazione di un doloroso immaginario collettivo che la storia ufficiale non è ancora stata in grado di decodificare in maniera completa e soddisfacente, affidandolo, di fatto, alla fantasia di una nuova generazione di narratori. Tra le pieghe di queste vicende, a causa delle lacune lasciate dalla cronaca, dei silenzi della politica, dell’ignoranza delle masse, si muove una fiction estremamente liquida e magmatica, tra romanzi e fumetti, che decidono di affrontano di petto la questione. Come? Nel modo che questi narratori ritengono più efficace.

 

Certo, stiamo parlando di cose già viste e già lette (teniamo presente che Confine di Stato viene pubblicato nel 2006 da Effequ Editrice, e poi nel 2007 da Marsilio, ma compare, se non sbaglio, anche nella collana Supersegretissimo di Mondadori, n.39, luglio 2009). Tale cifra stilistica non è un più un mistero per il lettore italiano e la caratterizzazione “caricaturale” dei personaggi fa assomigliare Confine di Stato ad una sorta di fumettone letterario (in apertura sono addirittura presenti delle tavole illustrate dallo stesso autore che presentano i personaggi principali alla stregua di una vera e propria graphic novel).

I dialoghi sono prevedibilmente figli dei serial e del cinema di genere, tanto che certi loschi figuri impegnati negli intrighi del nostro paese sembrano dei Dirty Harry un po’ guerrafondai efferati, un po’ fascisti cronici. Eppure il gioco, secondo me, vale la candela (de gustibus).

Qualcuno potrà lamentarsi dell’americanizzazione di una vicenda in realtà tutta italiana, restituita attraverso, appunto, i crismi della narrativa anglosassone (ma non solo quella, vedi Evangelisti, Wu Ming, un pizzico di Carlotto e Genna) e dei dogmi del thriller politico, tanto da produrre una sorta di cortocircuito letterario che magari farà prendere la scossa a qualcuno, ma va considerato il fatto che Confine di Stato è il primo romanzo un autore proveniente da un determinato sostrato underground e che nel frattempo si è saputo cimentare in luoghi letterari distanti anni luce tra loro, testimoniando una tecnica e una vitalità creativa non indifferente. Confine di Stato rimane comunque uno dei titoli di genere di riferimento, un libro che mi ero sempre promesso di leggere, finché non sono riuscito a trovare il tempo sufficiente per potermi dedicare a tale lettura.

E così ecco qui il primo capitolo di una saga oscura, che a prima vista appare come un romanzo storico contemporaneo alla Lucarelli, “pimpato” da iniezioni pulp e da un’attitudine cinematica nel descrivere le sequenze di azione, esplosioni, combattimenti. La cronaca di una guerra segreta ma non per questo meno abbietta dei conflitti ufficiali, anzi. In certi punti non posso nemmeno non pensare alla lezione di Alan D. Altieri, che in questo ambito detta legge.

 

Forse la cosa potrà storcere il naso ai puristi. L’eresia testimoniata da questo genere di romanzi sta nel preferire l’invenzione alla realtà, alla verosimiglianza, alla rappresentazione fedele, documentaristica e storica. Ma in questo Simone Sarasso è molto chiaro, anzi, onesto: «Le vicende qui narrate sono finzioni letterarie al cento per cento. In esse compaiono personaggi e circostanze riferiti a un periodo della storia d’Italia, ma da intendersi come pura elaborazione di fantasia». L’autore ci sta dicendo che il nostro recente e buio passato verrà restituito come scenario narrativo a 360°, frutto di un determinato processo creativo.

La portata iconoclasta di questi romanzi conduce perciò il lettore in un infermo magari non reale, nel senso di verosimile, ma in fin dei conti vero, sincero. Della serie: è così che va il mondo. È reale la crudeltà, il cinismo, il sangue versato a profusione. Io autore non pretendo di fornirti un’indagine perfetta, esatta di quei terribili avvenimenti che per troppo tempo hanno subito il ricatto etico, morale, estetico del buon gusto, del decoro, della “giusta misura” degli autori della generazione precedente, improntati alla ricostruzione precisa degli eventi, alla riflessione politica e storiografica del loro passato; mia intenzione è quella di rendere un’incredibile risorsa narrativa fiction urticante, adatta ad un consumo, magari spregiudicato, forse eccessivo, ma sicuramente più al passo e conforme alle sensibilità e alle esigenze di una nuova generazione di lettori.

E io credo che questo sia uno degli aspetti più interessanti e niente affatto secondari di questo e di altri romanzi che hanno avuto il coraggio, o se vogliamo la disinvoltura, di trattare la storia d’Italia adottando la medesima attitudine.

A Confine di Stato è seguito Settanta, secondo capitolo di una trilogia detta “La Storia Sporca d’Italia”.

 

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