Sonisphere Festival

 

Il Sonisphere è un festival europeo estivo generalmente definito di musica rock (in realtà si va dal rock classico al metal old school al punk al nu metal passando anche per l’industrial dei Nine Inch Nails) la cui prima edizione si è svolta nel 2009. Quest’anno per la prima volta ha fatto tappa in Italia, all’autodromo Dino ed Enzo Ferrari di Imola, in un week-end di fuoco, il 25 e 26 giugno scorsi. Io sono uno dei fortunati che erano presenti ad entrambi i giorni, o uno dei “fighetti” secondo i metallari duri e puri, dato il prezzo alto del biglietto, o anche dei truffati, secondo i più critici verso l’organizzazione. Andiamo per ordine: il problema non è il costo del biglietto (dai 45 ai 75 euro per un giorno solo e il doppio per due giorni, con possibilità di campeggio gratuito), semmai la critica va estesa all’organizzazione di tutti i grandi concerti in Italia, che ormai non costano meno di 40 euro. Considerando che al Sonisphere c’erano una decina di gruppi “grossi” da 40 euro a testa, più un’altra decina di gruppi esordienti o sconosciuti in Italia, il prezzo non era esagerato, anche se fa un po’ rabbia sapere che in Paesi come la Slovenia ci sono festival a 50 euro per tre giorni. Il problema a mio avviso sta in due punti: il concetto stesso di festival, che è snaturato, e l’organizzazione italica che è stata deludente. Un festival dovrebbe essere un evento a tema, come la sagra della salsiccia o del risotto o il festival dell’elettronica; un festival country prevede l’esibizione di gruppi country, vecchi o giovani, un festival di metal estremo prevede gruppi black e death metal, che raccolgano un gruppo omogeneo di persone con gli stessi gusti e le stesse passioni. Qui sta il primo difetto del Sonisphere, che mette assieme alcuni gruppi molto conosciuti con altri meno famosi o sconosciuti, e li fa suonare su un palco senza badare alle distinzioni di generi e di età, creando imbarazzo ad alcune band costrette a suonare davanti ad un pubblico ostile, e astio e rivalità tra lo stesso pubblico.

Per fare un esempio concreto, il primo giorno gli headliner erano gli Iron Maiden, e l’unico gruppo che per storia e affinità di pubblico poteva avvicinarsi erano i Motörhead, per il resto si andava dall’emo all’alternative metal, o nu metal, il che significa mettere insieme tendenze e gusti lontani e a volte incompatibili,  mentre altri gruppi storici come i The Cult e i Dwarves sono stati fatti suonare il secondo giorno davanti a un pubblico sostanzialmente di ragazzini che aspettavano i Sum 41 o i Linkin Park. Il secondo problema, e leggendo tutte le recensioni è il più grosso, riguarda l’organizzazione non all’altezza di un evento internazionale. Prima sono state cancellate all’ultimo minuto le esibizioni di alcune band (tra cui l’unica band italiana, i Labyrinth) per problemi logistici legati all’impossibilità di creare due palchi. Poi c’è stata l’impossibilità, il primo giorno, di entrare ed uscire dall’area per gli aventi biglietto, costretti a spendere due euro per una bottiglietta d’acqua e cinque euro per una birra, creando disagi ai proprietari di bar e ristoranti nelle zone limitrofe che non sono riusciti a sfruttare l’afflusso di persone. Anche per quanto riguarda il campeggio interno, il suono, le scenografie e la security ci sono state carenze (hanno fatto meglio persino ad Atene). Senza contare che il cemento non è una location molto adatta ad accogliere migliaia di persone in piedi tutto il giorno sotto il sole. Detto questo, bisogna anche dire che le band più attese non hanno deluso e nel complesso sono stati due giorni di ottima musica. Veniamo allora alle recensioni.

Si inizia sabato 25 mattina con gli Architets e gli Escape the Fate, questi ultimi suonano bene ma vengono fischiati per il look emo. Poi tocca ai Bring me the Horizon, molto noti in America e molto meno qui da noi, che però coinvolgono il pubblico anche se il cantante esagera nell’irriverenza sputando sulla folla. Verso mezzogiorno arriva la prima band “grossa”: gli strumentali Apocalyptica che omaggiano il nostro Paese eseguendo l’inno nazionale. I Mastodon scaldano musicalmente gli animi con il loro alternative metal preparando il grande rush finale. Verso le 17 arriva il mitico Rob Zombie, che con una battuta sul caldo atroce, una scenografia tratta dai classici dell’horror e una performance impeccabile realizza una delle migliori esibizioni della giornata. Seguono i Papa Roach, che non suonano male, però sarebbero stati più adatti per il secondo giorno, magari come gruppo spalla dei Linkin Park. Si entra nella parte finale con gli ultimi tre grandi nomi: Motörhead, Slipknot, Iron Maiden. Lemmy Kilmister entra in scena con la sigaretta accesa e raccoglie un’ovazione; la sua band esegue brani tratti dal nuovo album The world is yours e grandi classici come Overkill e Ace of Spades. I tre sono in ottima forma. Gli Slipknot non deludono le aspettative, anche se gli “effetti speciali” si riducono per problemi tecnici a dei lanciafiamme puntati verso la folla e l’atteso batterista Joey Jordison resta un po’ in disparte. Ci pensa il dj a movimentare la situazione eludendo la security e gettandosi improvvisamente sul pubblico rischiando seriamente di farsi male. Anche il cantante Corey Taylor si inventa qualcosa per fare spettacolo aggiungendo una bestemmia in italiano al consueto «Ciao Italia». Il concerto è dedicato al bassista Paul Gray, prematuramente scomparso nel 2010.

Alle 21.30 40000 persone in delirio vedono accendersi le luci sul palco degli Iron Maiden, l’unico gruppo della giornata con una scenografia degna del nome (e dei soldi del biglietto), anche se la pessima idea di piazzare i maxischermi davanti alle casse attira le critiche del cantante Bruce Dickinson. La storica e leggendaria band esegue 5 brani del nuovo album, The final frontier, un pezzo del 2003, due del 2000 e 9 brani classici, tra cui 2 del primissimo album, esaltanto il pubblico con pezzi amatissimi come Hallowed be thy name, Fear of the dark, The number of the beast e The trooper, per un totale di quasi due ore di spettacolo. L’immancabile mascotte Eddie spunta in due diverse occasioni.

Il giorno dopo si apre con i Rival sons, molto bravi  e molto applauditi, che propongono un rock n’roll classico e il cui cantante ricorda per look e per movenze il primo Ozzy Osbourne dei Black Sabbath. Da ricordare nel pomeriggio sono le esibizioni dei The Cult, con il cantante Ian Asbury che critica l’organizzazione: «Avete speso 10 milioni per mettere su questa baracca e poi la gente è senza acqua!», dei Guano Apes, che tornano insieme con un nuovo album e dei Kyuss Lives, pionieri dello stoner rock, che si riuniscono dopo molti anni, con l’unica assenza di Josh Homme, impegnato coi Queens of the Stone Age. Simpatico il duetto tra il loro cantante e Ian Asbury.
La migliore esibizione rock della giornata è senza dubbio quella degli Alter Bridge, che dimostrano di non essere semplicemente «i Creed con un nuovo cantante», come dicono molte malelingue. Esaltante la sfida a suon di assoli tra il cantante e il chitarrista.
I Sum 41 introducono la parte finale divertendo il pubblico ed eseguendo (forse anche per sopperire ai problemi di voce del cantante) tre cover
metal di altri gruppi. Il caso della giornata è rappresentato dai My Chemical Romance, che suonano bene, ma non sopportano i cori che inneggiano ai Linkin Park e se ne vanno stizziti con largo anticipo.
Dopo una lunghissima e snervante attesa il gruppo di Chester Brennington manda in brodo di giuggiole gli ottomila presenti. Lo spettacolo è piacevole anche visivamente, ma dura poco più di un’ora, molto meno del previsto.
Il Sonisphere è sicuramente un festival che durerà e resterà nel tempo e nella memoria, ma se dovesse tornare in Italia, è auspicabile una location e un’organizzazione migliori.

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