Sparrow, le toghe e la libertà di opinionedi Antonio Lauriola.

In una celebre scena del capitolo Ai confini del mondo della trilogia I Pirati dei Caraibi, di fronte all’indecisione del consiglio dei pirati nobili, viene invocato “il codice” e, con esso, il suo custode e interprete, giudice di ogni controversia, Teague Sparrow, cui l’idolo Keith Richards presta il volto. Timore e riverenza machiavellici accompagnano la sua entrata in scena e un colpo di pistola il primo accenno al rifiuto della sua autorità. Non segue alcuna protesta. Nel mondo di Verbinski, infatti, che tu sia pirata o suddito di Sua Maestà, divinità marina o figlio del custode, rispondi in prima persona di fronte alla legge: si può rifiutare e combattere quelle altrui, ma non c’è scampo alla propria. Il principio di equilibrio e giustizia che regola il turbinoso maelstrom di personaggi e ruoli, in perfetto stile disneyano, conduce gli amanti all’amore sofferto, gli oppressori all’oblio e alla morte, gli avidi all’eterna ricerca e il protagonista delle avventure all’ironico ritorno al punto di partenza. Un mondo perfetto, o quasi, in cui trovare ciò che ci si aspetta a patto di non interferire, insomma.

Di ben altra natura, lo sappiamo, è la situazione italiana: quella di una barca pericolosamente beccheggiante i cui nobili governanti, democraticamente incapaci di prendere una decisione, si appellano al codice, ne chiamano il custode ma poi lo rifiutano, ne criticano l’autorità; chiedono che il codice sia cambiato o lo cambiano affinché il suo verdetto permetta di sostituirne il custode, il lettore e il critico. Mi si perdoni la burrasca di parole, ma la nausea deve pur avere qualche giustificazione. Il risultato? Che tu sia pirata o pidiellino, cattolico o immigrato, che tu voglia o no rispondere ad essa, la legge è un punto di vista. L’equilibrio e la giustizia – con buona pace dei pubblicitari della Mulino Bianco e degli sceneggiatori di Topolino – più che guidare, dalla realtà sono regolati in nuovi standard: gli amanti baciano Priapo, gli oppressori guardano i plastici sul primo canale, gli avidi non hanno che da raccogliere, e l’eterno protagonista delle italiche avventure torna, poco ironicamente, a giurare su cinque scongiuranti figli.

Nel passo del film, si diceva, il vecchio Sparrow non esita un solo istante a mandare all’altro mondo il dissidente che ha l’ardore di esprimere qualche riserva nei confronti della legge. Le corde della sua chitarra stridono quando la discussione prevale sul già detto, sullo scritto. Si tratta di un luogo significativamente comune in letteratura: l’armonia di un mondo si regge sul nomos degli antichi e la sua eternità pare indiscutibile, affidata a vecchi canuti e a pesanti tomi sigillati. Il dibattito che ne segue, anch’esso infinito, non dà scampo al moderno portatore di bandiera che – paradossalmente, considerando il livello medio di istruzione e informazione professato dai più – sventolandone l’ombra spinge il soffio del proprio leader.

Può accadere, tuttavia, che lo sprovveduto, ardente di adolescenziale amore per uno come Berlusconi e armato di frustrante odio per i numerosi avversari di questi, prenda alla lettera le sue dichiarazioni, buttate un po’ là, come al solito, per simpatizzare, e decida di stamparle a cubitali caratteri bianchi su sfondo rosso per affiggerle nel capoluogo lombardo in periodo elettorale. Se, poi, al malcapitato dovesse capitare di essere pure un ex democristiano, ex UDC, ora inserito nelle liste elettorali del PdL per le prossime elezioni amministrative di Milano, la cosa si complica parecchio e coinvolge portatori di bandiere più grosse della sua.

Brevemente, il caso in questione: Silvio Berlusconi non ha alcuna intenzione di sottoporsi al giudizio della legge italiana attraverso la magistratura; alcuni membri di questa istituzione democratica sono riusciti, comunque, a fargli mettere piede in aula; questi membri, stando alle parole dell’imputato, sono comunisti che cercano di scalzare la sua persona dalla scena politica. Fin qui la storia è sempre la stessa. Ma, pochi giorni fa, il candidato Roberto Lassini, fino ad allora un nome nelle liste, si assume la responsabilità della divulgazione di alcuni manifesti recanti le scritte: “Via le BR dalle procure” e “Toghe rosse. Ingiustizia per tutti”. Parole di B, di fatto, ma formalizzate in slogan dati alle stampe. È la bufera. Nel giro di poche ore la sassaiola mediatica ha preso di mira il Lassini che, abbandonato e attaccato da ogni lato, dagli avversari politici – naturalmente –, ma anche dai sui vecchi amici – dalla Moratti e dai compagni di partito –, oltre che dall’indignatissimo Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ha aspettato con ansia il giudizio del suo paladino per riceverne, forse, conforto e onori: «io sto con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi quando dice che i magistrati sono eversivi», dichiarava al Giornale qualche giorno fa. Si aggiunga che l’autore (o il capro) del misfatto aveva il dente avvelenato con la magistratura per fatti risalenti a vent’anni fa. Nel frattempo si è scusato con Napolitano e con le vittime del terrorismo, dice di voler uscire dalle liste, chiede di essere lasciato in pace perché stanco. La risposta di B è arrivata, se pure in maniera indiretta, in una telefonata al sindaco Moratti, con parole cariche di comprensione per il povero Lassini.

Tra chi difende e chi condanna, e chi condannando difende (come Ferrara che si rivolge a Napolitano o le varie “facce di partito” che nei dibattiti televisivi faticano a distinguere la Magistratura o la Presidenza del Consiglio come istituzioni e Silvio Berlusconi come cittadino scisso dalla propria posizione politica), c’è chi ha scomodato la legge, quella scritta, di un presunto vilipendio all’ordine giudiziario o di un attentato contro la costituzione dello Stato (art. 283 del Codice Penale). Qualcuno, cioè, come il Richards pirata, ha caricato la pistola e mira alla testa di chi ha parlato. Un fatto analogo e recente è da ricercare nel prolungato attacco ai danni di Di Pietro, Travaglio & Co. – i “seminatori di odio” – seguito al presunto attentato della statuetta del 14 dicembre scorso.

In un Paese che, a centocinquanta anni dalla propria unificazione, può vantare la Costituzione tra le più civili e moderne del mondo, anche soltanto l’ipotesi di un reato di opinione dovrebbe farci inorridire: la libertà di parola, così fondante in un contesto democratico, mai dovrebbe essere lesa o messa in discussione. Che ad esprimersi sia un candidato politico è il minimo perché l’elettore sappia cosa scegliere (non è un caso che movimenti come la Lega Nord esprimano senza remore le proprie idee, per quanto estreme, e guadagnino consensi) o lo spettatore a cosa applaudire. Continuare sulla via della querela, del reato e dell’ostracismo è una pratica lontana dalla democrazia dei consensi, dall’uguaglianza del diritto. Ne parliamo oggi. Ne parlava Pasolini quarant’anni fa nell’indimenticabile intervista di Enzo Biagi:

«No, non posso dire tutto quello che voglio.

Lo dica.

No, non potrei perché sarei accusato di vilipendio, uno dei tanti vilipendi del codice fascista italiano. Quindi in realtà non posso dire tutto. E poi, a parte questo, oggettivamente, di fronte all’ingenuità o alla sprovvedutezza di certi ascoltatori, io stesso non vorrei dire certe cose. Quindi io mi autocensuro

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