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In Staccando l’ombra da terra, Daniele Del Giudice racconta il volo attraverso una manciata di micro-storie che vanno a definire i contorni di un mondo perduto. Il risultato è un piccolo romanzo epico contemporaneo, preciso e affascinante, in cui uomini e aerei si sfidano e si amano come eroi antichi, e in cui ogni parola è necessaria e irrinunciabile, parte di un ingranaggio enorme e affascinante.

Questo romanzo di Del Giudice è – per rispolverare qualche vecchio termine entrato di prepotenza nel vocabolario della critica letteraria alcuni anni fa e oggi in parte caduto nel dimenticatoio – un perfetto esempio di Unidentified Narrative Object.

Un oggetto misterioso, non identificato, fatto di pagine, righe e parole che si rifiutano di farsi ricondurre a una precisa categoria di definizioni, che sgusciano dalle caselle in cui ci sforziamo di collocare i testi per trovar loro uno spazio: non è un romanzo, non è un racconto, non è un reportage né un’autobiografia, questo libro. È un oggetto misterioso che accetta di farsi fotografare solo attraverso una negazione – la vaga nozione di unidentified, appunto – ma che in realtà nemmeno in questa etichetta trova vera giustizia, dato che questo testo è tutto fuorché un lavoro “in negativo”: è un libro piccolo ma denso, in cui il peso specifico di ogni pagina è altissimo e ogni parola ha valore, un senso preciso impossibile da ricondurre ad altro.

È un libro dotato di una sua inconfondibile concretezza, un libro che si dimostra da subito determinato ad ancorarsi alla realtà e a sprofondarci dentro, andando a intrufolarsi in spazi in cui la letteratura non ha ancora messo alla prova i suoi strumenti ma in cui, invece, è necessario scendere, per provare a raccontare le cose del mondo partendo da nuovi punti di vista.

Staccando l’ombra da terra, insomma, è un oggetto indefinibile ma allo stesso tempo concreto, solido, intensamente “terrestre”, anche se il suo vero centro di gravità, il luogo verso cui puntano tutte le linee del suo scorrere non è la terra, ma la sua negazione: il centro di questo libro è il volo, l’azione scontata e insieme radicalmente ultra-umana di strapparsi dal suolo separandosi temporaneamente dalla propria ombra, andando a cimentarsi con un “altrove” in cui esiste il rischio di perdersi e non tornare, in cui l’uomo tocca con mano la possibilità di provare ad essere qualcosa di diverso da ciò che è, sfidando limiti antichi come l’umanità intera e sperimentando cosa significhi concretamente attraversare il punto dello spazio e del tempo oltre cui qualsiasi scelta, qualsiasi minimo errore, possono rivelarsi decisivi e fatali.

Racconta delle piccole storie, questo libro, che però non sono storie vere e proprie. Sono fotografie, immagini, abbozzi di racconti. Piccole vicende descritte con parole brevi e frasi asciutte che sono le uniche capaci di raccontare un mondo essenziale, secco, lineare com’è quello dell’aviazione, in cui ogni gesto e ogni oggetto hanno un nome e ogni nome ha un’abbreviazione universalmente nota, capace di dire con il minor sperpero di lettere possibile tutto quello che è necessario comunicare, e di dirlo in maniera infinitamente precisa, definitiva, come in una sorta di metafora dell’intero lavoro dello scrittore e della letteratura.

Quello di Del Giudice, però, non è un libro che parla per metafore. Non vuole proporre figure edificanti, santini da idolatrare o immagini semi-mistiche di uomini/dei sospesi tra terra e cielo: l’operazione di Del Giudice è, ancora una volta, molto più terrena, e si riassume nel tentativo – decisamente ben riuscito, condotto con mano che non trema e consapevolezza da maestro – di fotografare la vita guardandola dai confini di un campo di aviazione e dal cielo che li sovrasta.

È da questo luogo che Del Giudice sceglie di scattare le sue fotografie che ritraggono le cose del mondo, e la scelta di questo punto di vista decentrato deforma del tutto la prospettiva su ciò che viene raccontato. Spiare il mondo nascosto nel luogo in cui gli uomini partono diretti verso il cielo consente di disegnare una realtà che sembra misteriosa e nuova, abitato da figure misteriose come quelle dei due personaggi che – in uno dei racconti – si muovono una sera sulle piste semivuote del campo, parlando sottovoce.

davide-del-giudice-book-reviewNon si sa da dove vengano, come siano entrati, perché siano lì, e il narratore nel descriverli riduce la sua presenza al minimo, trasformandosi in un registratore che si limita a raccogliere le loro parole che raccontano – lo si capisce subito – la loro propria morte. Loro, e di tutti i passeggeri che stavano trasportando su un aereo finito dalla parte sbagliata della barricata e quindi condannato alla tragedia in un lento, inesorabile, complicatissimo e inevitabile crollo.

La loro morte è una quieta, straziante, logorante apocalisse raccontata a mezza voce, senza drammi, scandendo altitudini e secondi e gesti e movimenti con precisione chirurgica e grazia automatica, con voce secca e asciutta. Nelle loro parole il dolore e la pietà non tracimano mai, ma prendono forza proprio grazie al loro essere devitalizzati, nascosti in una totale sospensione delle emozioni. Le loro frasi sono quelle di due marionette condannate a ripetere per sempre un solo gesto, una sola scena che per loro diventa un intero universo, un’eternità perfetta e completa, circolare e sigillata, da cui non esiste via di fuga possibile.

Le due figure scompaiono, mentre raccontano la loro storia, sul fondo del campo di aviazione e si inabissano fuori dai margini della fotografia, lasciando spazio ad altri voli: alla vicenda dell’aviatore-scrittore di cui si sa solo che, una sera, sorvolò un braccio di mare e non fece più ritorno; alla storia di un pomeriggio di totale e imprevedibile smarrimento nella nebbia e a quella di un bambino che voleva volare e, da uomo, si è ritrovato aeroplano, fino a quella di un aereo precipitato e vissuto due volte, ricostruito pezzo per pezzo – come uno scheletro di dinosauro preistorico – in un container, dopo che i suoi frammenti si sono sparsi nel mare tra l’Africa e l’Italia. Sono queste le storie che racconta questo libro, nel tentativo di definire cosa significhi staccare l’ombra da terra, entrare in un mondo in cui non si è più ciò che si era soliti essere, correre il rischio di affrontare un mondo in cui ogni errore è fatale, e l’umanità è insieme impossibile e amplificata.

Non è una raccolta di immagini eroiche, non è una raccolta di metafore né di massime di vita, questo unidentified narrative object. Piuttosto, è la storia dell’amore per qualcosa che è insieme la quintessenza dell’umanità ma anche dell’ultra-umanità. Ed è questo ciò che si muove dentro queste pagine impossibili da definire: l’umanità, nella sua forma più decentrata e assurda. L’umanità fotografata quando è senza ombra – rimasta giù, incollata alla terra. L’umanità raccontata nell’istante in cui si muove sul limite estremo delle cose, a un passo dal confine ultimo oltre cui né parole né gesti hanno più alcun senso. 

 

Daniele Del Giudice, Staccando l’ombra da terra, Einaudi

 

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