Still Life Review

La seconda prova di Uberto Pasolini alla regia è una raffinata parabola sul tema della morte e della solitudine portata alle estreme conseguenze, sullo sfondo di una metropoli contemporanea. Un racconto elegante e intenso, portato sul grande schermo da uno straordinario Eddie Marsan: l’impiegato-becchino, protagonista del film.

Il cinema italiano talvolta sa essere talmente ricco da esorbitare dalla stessa italianità per aderire a sensibilità esterne. Penso a Marco Ferreri, autore di film assimilabili al cinema francese e, attualmente, a Uberto Pasolini, autore di film assimilabili al cinema inglese. Del resto egli è il produttore di Full Monty e vive da anni a Londra.

Il suo primo film, Machan-La vera storia di una falsa squadra  raccontava con apparente leggerezza il tema dell’immigrazione, tema che il regista ha approfondito passando un anno in Sri Lanka. Still life, il suo secondo film come regista, è scritto, diretto e prodotto da lui e parte da spunti reali: il lavoro svolto dal protagonista esiste davvero, il problema della solitudine e della chiusura nelle grandi città c’è e ha coinvolto lo stesso regista. Il film ci mostra la vita (se così si può chiamare) di un impiegato del municipio di Londra incaricato di rintracciare i parenti delle persone morte in solitudine per organizzare il funerale. Un giorno viene licenziato in nome della spending review e decide di mettere tutto se stesso nel suo ultimo caso.

L’attore che interpreta John May (Eddie Marsan), il protagonista, è completamente trasformato rispetto ai ruoli di solito interpretati, come per esempio in Tyrannosaurfilm intenso giocato sull’esasperazione della drammaticità che viene mostrata, mentre Still life viaggia su un regime di basso profilo ma in realtà cova grandi emozioni e intensità. John May ha un lavoro che ha a che fare con la morte, ma gli piace, come in  Departures di Yoijro Takita.

Pasolini in Still life segue lo stile di un altro regista giapponese, Yasuijro Ozu, che consiste nel costruire una grammatica che non prevede mai l’esasperazione, l’urlo, o virtuosismi dei singoli attori, ma con semplicità e quasi sottotono racconta storie semplici ma realistiche e molto intense. Da  Late spring di Ozu è ripreso anche il particolare della mela sbucciata in un modo preciso a spirale, tutta la prima parte del film è minuziosa e densa di piccoli particolari. Eddie Marsan rivela una grande bravura, da un lato un ruolo di grande pathos, dall’altro riesce a comunicare emozioni senza forzare troppo la mano, merito suo e di Pasolini che l’ha scoperto in questo tipo di ruolo.

Veniamo alla possibile interpretazione del titolo: “Still life” in inglese vuol dire natura morta, letteralmente vita ferma, in italiano l’espressione è resa utilizzando il termine morte, mentre in inglese il termine vita è evidenziato, del resto still vuol dire anche ancora, come dire che la vita è pur sempre lì, still vuol dire anche immagine, foto, termine che ha a che fare sia con l’aspetto tecnico del film sia con il lavoro svolto da May.

Still Life Eddie Marsan

 

La regia è molto intelligente, all’inizio del film la macchina è quasi ferma, e segue quasi solo il protagonista, con primi piani e inquadrature simmetriche, poi pian piano nel corso del film si muove sempre di più e le scene diventano corali. Il procedimento graduale vale anche per il colore, per la musica e l’espressione facciale del protagonista. Il film non è un film cupo sulla morte, non racconta situazioni irrimediabili, bensì è un invito ad aprirsi alla totalità della vita, a creare legame, a incontrare l’altro da sé. Apertura simbolizzata dagli occhi del protagonista che all’inizio sono sempre socchiusi e in ombra e poi si aprono sempre più mostrando il loro colore azzurro.

La bellissima fotografia attua un gioco di luci che ricorda Vermeer, soprattutto quando l’azione è individuale e non corale, in un continuo parallelo di interni-esterni, simboleggiante il tema del film: dentro la vita, fuori dalla vita. John May forse capisce il dramma dei morti abbandonati perché lui conduce un’esistenza al limite della non vita, ma nel corso del film si trasforma. Morire in solitudine del resto è la fine che rischia di fare lui stesso, che non è per niente apatico, anzi empatizza con le persone scomparse e si dà da fare per far sì che i loro parenti vadano almeno al funerale, probabilmente ha alle spalle una storia di abbandono non detta nel film ma lasciata intendere.

Egli si appassiona a Billy Stroke, suo ultimo caso, un uomo che ha vissuto la vita intensamente fino alle estreme conseguenze, all’opposto di lui, che resta affascinato da questa figura che pur da morto esercita su di lui la funzione di una specie di fratello maggiore o amico disinibito che gli mostra modi per lui inediti di condurre l’esistenza, come fa Gassman con Trintignant ne Il sorpasso di Dino Risi.

Still Life - The

 

John May ama il suo lavoro ma la sua non è morbosità bensì dolcezza, ha un’esistenza misera ma non sente il peso della solitudine, non perché sia misantropo ma forse perché è troppo puro di cuore per prendere coscienza di sé e del mondo. Quello di cui si rende sicuramente conto è che è tremendo vedere persone morire da sole senza che nessun parente vada al loro funerale e cerca di rimediare a questo; non è bello nemmeno non sapere niente del vicino o non salutarsi, perché la solitudine può avere dei suoi vantaggi, cioè meno distrazioni e un maggior controllo, ma in realtà tutti siamo soli, nel senso di singoli individui, si può essere soli anche in mezzo alla moltitudine ma sentirsi soli è una cosa diversa.

John May sembra non sentirsi solo ma nel corso del film scopriamo che non è incapace di provare sentimenti. La cosa più triste del comportamento umano, a mio parere, consiste nel non volersi aprire e nel non cercare il dialogo con gli altri. Il protagonista si rende conto di ciò e diventa, oltre che un tramite tra i vivi e i morti, anche un traghettatore che permette l’incontro tra diverse solitudini di persone viventi.

È un personaggio che ricorda gli inetti del primo Novecento, protagonisti dei romanzi di Svevo, Tozzi, Pirandello, periodo in cui l’espressionismo portava in scena, per dirla alla Debenedetti, l’irruzione del brutto nella letteratura. E forse la troppa modernità ci sta proprio portando indietro, se una storia così è ambientata in una metropoli come Londra. Tuttavia il film di Pasolini è tutt’altro che espressionista, è preciso, elegante, raffinato, a tratti divertente. Forse, per trovare un paragone, bisogna tornare ancora più indietro, al naturalismo francese o al grande realismo russo.

Still Life - Barboni

 

E del resto John May è un inetto solo in parte: è controllato, preciso, non mostra nevrosi o tic evidenti, ma capiamo che non è un Hollow man, come dice Eliot, semplicemente si tiene tutto dentro. Ma quando le sue emozioni emergono non lo fanno all’improvviso e con violenza, la sua mutazione è graduale, razionale, scandita da piccoli gesti rivoluzionari come prendere la cioccolata invece che il solito tè o mangiarsi un gelato. Ribadisco che ciò è dovuto soprattutto alla straordinaria interpretazione di Eddie Marsan. John May sembra essere un omuncolo insignificante che ha bisogno di un aiuto esterno per uscire dalla sua situazione di anonimato e invece diventa lui stesso una chiave di volta per la vita di altre persone.

Perciò il lungometraggio di Pasolini ci parla anche del dialogo tra il mondo dei morti e quello dei vivi, mondi che non sono mai troppo lontani, separati dalla rimozione e legati della memoria, temi che hanno precedenti illustri (tra gli altri) nel racconto I morti di Joyce e la poesia Las animas di Luzi. Non è detto che la vita finisca con la morte, ma sicuramente quest’ultima è un momento che fa parte della vita, ma forse morire non è la cosa peggiore che ci possa capitare, perché stare al mondo senza sentire la vita è molto peggio che morire.

Nella conclusione del film c’è un momento particolare di cui non si può parlare senza anticipare e rovinare il finale a chi non l’ha visto. Mi limito nel dire che quello potrebbe costituire il punto critico del film, il momento in cui la calma piatta è rotta da un sussulto. Personalmente, dopo un’iniziale perplessità, trovo questa scelta opportuna e gradevole. Del resto si tratta di una scelta del regista, coerente con quello che lui voleva raccontare fin dall’inizio. Un finale diverso avrebbe portato il film sui binari della commedia ingenua.

Still life non è un film dall’impatto immediato ma proprio per questo è uno di quei film che non si dimenticano facilmente.

Still Life Beach

immagini via Kinoweb.it

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