CAMing-out-Stranger than fiction

La letteratura, come è noto, è specializzata nel raccontare menzogne. Talvolta, però, la sua finzione riesce ad apparire più concreta di qualsiasi realtà, e i suoi personaggi falsi sembrano più veri di ogni verità possibile. Tanto veri da illuderci di averli conosciuti realmente, nella vita di ogni giorno. Tanto veri che si può quasi, distraendosi solo un attimo, arrivare a confonderli con noi stessi. 

Oggi parliamo di romanzi in cui la finzione trascolora nella verità con una forza speciale: romanzi in cui personaggi fittizi assumono contorni così precisi e definiti che, subito dopo la fine della storia, per un po’ si può perfino essere certi di averli conosciuti davvero. Storie più vere di ogni finzione, sospese tra commedia e tragedia, i cui protagonisti non abitano il mondo concreto ma esistono ugualmente, nel modo peculiare che è proprio della letteratura.

 

Tiziana Buda segnala:
Italo Calvino, Il visconte dimezzato, Mondadori, 2010, 133 pagine.

9788804598909«Non io solo, Pamela, sono un essere spaccato e divelto, ma tu pure e tutti.»

Cosa c’è di più credibile della certezza di essere incompleti, cioè di aver realizzato noi stessi solo in modo parziale? Medardo di Terralba, lo sfortunato visconte dimezzato dell’omonimo romanzo di Calvino, incarna letteralmente questa certezza. Colpito da una palla di cannone nel mezzo di una battaglia contro i turchi, si vede costretto a tornare a casa claudicante, cambiato, diviso. Una metà, quella destra, malvagia e l’altra buona. Questo è l’espediente scelto dall’autore per riflettere sulla tematica dell’identità e del doppio, con l’intenzione di «combattere tutti i dimidiamenti dell’uomo, auspicare l’uomo totale», trovare cioè un equilibrio tra le idee e i sentimenti che ci animano.

Percorrendo questa strada ci rendiamo presto conto del fatto che non si tratta di scegliere tra due elementi complementari in perenne lotta tra loro. In fondo noi tutti siamo, immancabilmente, «perduti tra malvagità e virtù ugualmente disumane» e ogni individuo è ben lontano dall’essere un intero. La scissione della personalità diventa allora la vera identità dell’essere: infatti il Medardo intero all’inizio e alla fine del romanzo è totalmente indeterminato, non ha alcuna personalità, non ha sostanza. Invece il visconte dimezzato, cioè Medardo come metà di se stesso, è un personaggio ricco di sfaccettature, dinamico, eccessivo. Ciò rappresenta perfettamente l’uomo contemporaneo, che nel suo intimo non può che essere mutilato e ostile a se stesso.

Ambientato alla fine del Seicento, tra realismo e sviluppo fantastico, Il visconte dimezzato è un romanzo straordinario nei fatti e nelle intenzioni (che in questo caso combaciano sotto ogni aspetto). Ci insegna a riconoscere le effettive “divisioni” che si verificano nelle nostre scelte quotidiane e ci invita a non fermarci alla semplice constatazione di questo meccanismo, ma ad andare oltre gli eccessi delle prospettive a senso unico, oltre la nostra incompletezza. A non rimanere imprigionati tra responsabilità o fuochi fatui, perché «è chiaro che non basta un visconte completo perché diventi completo tutto il mondo».

 

Giulia Cupani segnala:
Aimee Bender, L’inconfondibile tristezza della torta al limone, Minimum Fax, 2011, 332 pagine.

9788875213626Aimee Bender ha la sconvolgente capacità di far inabissare l’impossibile dentro il possibile, nella trama delle sue storie. Riesce con incredibile maestria a raccontare il mondo concreto, a inchiodare la realtà con la forza del suo sguardo lucido e netto, che definisce i contorni delle cose con affilata e inesorabile precisione, e poi a spostare i confini del realismo, un centimetro alla volta, sempre più in là, costruendo mondi che sono assolutamente reali, totalmente veri, dentro cui però dilaga un assurdo che è talmente ben descritto da diventare perfettamente credibile, da trasformarsi nell’unica realtà possibile per i suoi personaggi.

È esattamente questo ciò che succede in L’inconfondibile tristezza della torta al limone, storia americana di domestica tragedia, dominata dalla figura semplice e insieme inafferrabilmente profonda di Rose Edelstein, una bambina di nove anni che un giorno, senza alcun preavviso, addentando una fetta di torta appena sfornata dalla madre avverte nel sapore del dolce tutto il dolore del mondo. Comincia così, con questo microscopico dramma da cucina, la storia di questa bambina che si trova a dover fare i conti, ogni singolo giorno della sua vita, con la massa enorme e opprimente della fatica dell’umanità: nel cibo che mangia, infatti, Rose non percepisce più il sapore degli ingredienti bensì i sentimenti di chi l’ha cucinato, e ogni boccone che inghiotte sa per lei di fatica o di disgusto, di fallimento o disillusione, di senso di colpa o di paura. Solo raramente, in qualche raro e fortunato caso, il cibo sa di cura e di calore, di felicità e amore: queste sono però solo minuscole isole fortunate dentro un mare di dolore molto più vasto e più fondo, dentro una vita trascorsa a combattere contro tutta l’inafferrabile, dolorosissima forza dei sentimenti dell’umanità intera, che contamina eternamente il cibo di Rose e, di conseguenza, la sua vita. Il risultato di questa condanna immeritata, di questa vendetta da tragedia greca che si abbatte su Rose senza alcun apparente motivo, è un isolamento che nasce, paradossalmente, proprio dal suo non potersi in nessun modo difendere da un’umanità che le si squaderna eternamente davanti contro la sua volontà, denudandosi inconsapevolmente sotto la sua forchetta.

Rose attraversa questo mare di fiabesco dolore, di tragedia enorme e minima insieme, con un coraggio e una forza che atterriscono e affascinano; nella sua lucidità di bambina costretta a fare i conti con un mondo troppo complicato, dentro cui però non può far altro che sforzarsi di continuare a vivere, ci sono tutti gli elementi di una favola macabra e triste che parla della realtà dell’uomo attraverso una metafora meravigliosa e terribilmente triste. E, a libro chiuso, Rose rimane davanti agli occhi come l’immagine di un’intera umanità coraggiosa e debole, incapace di difendersi dal dramma ma insieme fatalmente destinata a farci i conti giorno dopo giorno, senza possibilità di fuga. A colazione, pranzo e cena.

 

Annalisa Scarpa segnala:
Georges Simenon, Maigret si diverte, Adelphi, 2006, 159 pagine.

9788845920486Non cercherò di sostenere che questa non sia letteratura di genere (giallo, nello specifico), né che Simenon avesse capacità letterarie ben al di là del genere che praticava. Mi limiterò a raccontare come e perché il commissario Maigret sia diventato un personaggio vivo e reale nella mia esperienza quotidiana. Intanto, specificherò che il pallino di Maigret non è il mio. Credo che sia questo particolare ad aver reso ancora più subdola e insinuante la sua presenza nella mia vita: di Maigret ho sentito parlare per anni come di un amico di famiglia, una presenza rassicurante nelle nostre esistenze (soprattutto per il suo intervento provvidenziale ogni volta che c’era da fare un regalo a papà) anche senza averne mai letto un’avventura. E intanto gli Adelphi gialli aumentavano di numero, l’entusiasmo di mio padre cresceva, la mia perplessità pure.
È solo per motivi affettivi che Maigret è entrato nella mia vita così concretamente e stabilmente? Può darsi. Ma ora che, finalmente, sono riuscita ad impormene la lettura, posso azzardare qualche ipotesi ulteriore:
1. La serialità: chi meglio di noi, generazione drogata di C.S.I., The Mentalist e Lie to Me (solo per citarne alcuni casualmente) può capire l’attrattiva di una serie, gioco di ritorni e variazioni, schemi e infrazioni, costruzione metodica di un personaggio episodio dopo episodio?
2. La curiosità. Collegata alla serialità e propria del genere giallo, il fatto è che vogliamo proprio sapere come andrà a finire. Che sia Maigret a indagare personalmente o che, addirittura, si metta dalla parte del lettore di quotidiani per osservare dal di fuori e proprio come noi, lo svolgersi di un’indagine, la domanda è sempre una sola: come andrà a finire? In che modo, anche questa volta, Maigret risolverà l’indagine? E intanto, leggiamo.
3. L’umanità. Appassionati di altri commissari o investigatori potranno dire se è questa la caratteristica specifica di Maigret, io mi limito a rilevarla. L’umanità nei due sensi. Nel senso che Maigret fa sorridere, per quanto è umano. Beve in servizio, e anche pesante, visto che non si fa mancare acquavite a 65 gradi e senza etichetta nel mezzo di una giornata estiva. In servizio e fuori, un buon bicchiere di vino non manca mai ai suoi pasti, e non solo quelli principali. Bisogna, però, riconoscere, che è generosamente propenso a metterne a parte i suoi colleghi e amici: bevitore ma non beone. E “umano” anche nel senso che non interpreta mai la parte del giustiziere. Sostenuto da un’angelica moglie e da un certo numero di prontissimi collaboratori, Maigret è sempre disposto a condurre le indagini tenendosi vicino alle persone su cui indaga, alle loro motivazioni, alle loro fragilità. Come altri investigatori, cerca di pensare come loro e di mettersi nei loro panni. Al piacere intellettuale del risolvere, in questa maniera, gli enigmi, non manca mai una comprensione profonda e un senso fisico di condivisione con questa periferia sociale di persone a volte disoneste ma sempre molto, moltissimo umane.
Insomma, se vorrete divertirvi seguendolo per Parigi, o anche solo su una lunga serie gialla di libriccini quasi uguali, potrete starne certi: Maigret è uno di noi. 

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