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STREET ART, STREET “HEART” E BUROCRAZIA
Ultimo appuntamento di Urbanize-me Exhibition, una tavola rotonda a proposito dell’arte del writing
+ Intervista alla curatrice Teresa Iannotta


Che a Padova la Street Art non fosse un optional l’avevamo capito. I muri, le crew, i suoi protagonisti, la storia del movimento, dei suoi luoghi di raccolta ecc… Ed in ultima istanza le manifestazioni, le esibizioni che in certo qual modo hanno sancito un affrancamento, un’emancipazione, un’affermazione di un certo linguaggio, di certi simboli, di certi modi di comunicare. Se volete parliamo anche di “nobilitazione” o di “promozione” di un tale fenomeno, sollecitazioni che non sembrano far esattamente parte dello spirito originario del writing e della Urban Art in generale, ma che sicuramente appartengono a quelle istituzioni che, dopo circa 50 anni dai primi interventi negli Stati Uniti (a Padova occorre attendere almeno fino alla metà degli anni ’80), finalmente si “accorgono” di una data realtà, ed intendono istituzionalizzarla in modo da renderla compatibile con la propria “burocrazia”. “Metterla in regola” quindi, darle uno spazio, offrire un beneplacito frutto di una necessaria mediazione. Benissimo. Ma esiste una parola più antitetica di “arte” come “burocrazia”?

Si è parlato di eventi che hanno favorito una simile evoluzione. Qualche esempio: dalla recentissima personale di Kenny Random, Lies, a Spazio Tindaci, ad altre esposizioni nel medesimo spazio, dalle dimostrazioni davanti palazzo Moroni dell’anno scorso al cospetto di cariche e personaggi dell’establishment artistico al Tag the World in piazzetta San Nicolò, dagli interventi nei pressi della Stazione a quelli promossi da Progetto Giovani (vedi Ufficio d’Arte che espone al Centro San Gaetano una selezione di opere di giovani writers emergenti) e molti altri. Infine il progetto Urbanize-me, portato avanti da, ancora una volta, Progetto Giovani, e Associazione Ologram, iniziativa che ha segnato, per così dire, una svolta, mediante Urbanize-me Exhibition in Galleria Cavour, di cui abbiamo già avuto modo di parlare. Una mostra tra le più importanti che si sono svolte in questa città e che ha dato spazio ad una ricognizione rappresentativa di 20 artisti che hanno caratterizzato la storia del writing e delle crew legate a questo territorio e di altri di respiro più nazionale ed internazionale.

In questo caso si è giunti ad uno stadio “evolutivo” ulteriore: artisti a tuttotondo che rivendicano la propria autorialità individuale attraverso linguaggi artistici collaterali al writing che finiscono inevitabilmente per riconsiderare le tecniche e i simboli di un mondo, quello della strada, che appartiene ancora al loro immaginario. Più che una mostra di Street Art una mostra “sulla” Street Art e sui suoi interpreti. Tuttavia il surplus di questa iniziativa è stato dato anche da una serie di incontri e workshop che non hanno limitato il progetto alla sola esposizione e che hanno creato luoghi di contatto e di dibattito certamente più concreti. Come ad esempio l’ultima tavola rotonda del 18 novembre scorso che ha coinvolto non solo i curatori e alcuni protagonisti di Urbanize-me Exhibition, ma anche alcune cariche istituzionali che hanno potuto portare con sé l’esempio di realtà virtuose, su tutte Torino, nelle quali si è potuto instaurare un dialogo ed un rapporto di fiducia per nulla trascurabile.

Inevitabile quindi il confronto a proposito del tema dell’illegalità legato alla pratica del writing. Se da una parte è vero che ciò che non è legale va sanzionato, perseguito e non incoraggiato, dall’altra non si può negare che esistono delle sfumature rilevanti. Difatti senza la protervia illecita dei primi writers non sarebbe nata e non si sarebbe sviluppata questa forma d’arte che recentemente riempie persino le gallerie e che ha regalato alla collettività un universo inedito di simboli e colori oltre che opere certamente mirabili e che nulla hanno a che invidiare a qualsiasi altra espressione artistica della contemporaneità. Inoltre occorre avere la consapevolezza ed il coraggio di dire che l’esercizio di una legge, di un divieto, di una regolamentazione è pur sempre l’esercizio di un’autorità, contro la quale il writing, soprattutto nelle origini, si è battuto. Una sfida che va avanti almeno dal provvedimento anti-graffiti del ’72 degli Stati Uniti (cioè nel pieno dell’emersione suburbana di tale fenomeno). Perciò l’esercizio della legge rappresenta comunque uno strumento ambiguo in mano al potere. Nelson Mandela è stato per molto tempo ritenuto una “personalità illegale”, tanto da essere incarcerata, così come Rosa Parks ed il suo famoso gesto. Anche in quel caso si trattò di un atto illegale. Esempi anche piuttosto banali e sproporzionati che ci servono a rendere l’idea dell’ambivalenza di una qualsiasi manifestazione di volontà, soprattutto se proveniente da una minoranza oppressa, e di come spesso ci si limiti ad accettare gli spazi di libertà concessi dall’altro e basta. Ma in questo modo passa il concetto di una libertà di spazio d’azione intesa solamente come “concessione” e non come “conquista”. Emerge quindi un interrogativo piuttosto controverso: siamo davvero convinti che la Street Art debba vivere, o sopravvivere, limitatamente entro una logica simile a quella delle “riserve indiane”, magari determinate dal solo iter burocratico?

Per queste ragioni l’ambiguità legata alla questione dell’illegalità rappresenta probabilmente uno snodo insolubile. Un “falso” problema quindi, ma che rimane un dilemma per chi la Street Art non la vive, non la respira e che, anche legittimamente, la può recepire come una forma di linguaggio ostile e prepotente. Per i protagonisti del writing invece si tratta, e si è trattata, di una sfida necessaria che in un certo qual modo forma, e ha formato, la loro stessa identità, la sensibilità e, probabilmente, anche la loro intrinseca specificità, propria di una forma d’arte che più di molte altre si presta all’equivoco. Del resto stiamo parlando di un’autoaffermazione che passa necessariamente per l’autodeterminazione di uno spazio collettivo. Quindi la caratterizzazione di un luogo, per quanto degradato o abbandonato che sia, se non una vera e propria appropriazione (marchi di territorio ecc…) di un dato segmento urbano. Passo di qui e lascio il segno. Oppure: questo è il mio quartiere e te lo faccio sapere. Dichiarazioni d’intenti che vanno al di là della tag.

Altro misunderstanding: capire la differenza tra vandalo e artista. Quindi saper distinguere e fornire la capacità di riconoscere lo scarabocchio dall’opera complessa, consapevole, autoriale, progettata seguendo una certa metodologia e disciplina. Una questione abbastanza sentita nell’ambito del writing e della Urban Art, specialmente ora che molti writers sono giunti ad una certa maturazione e quindi ad una determinata consapevolezza dei propri mezzi, anche se ultimamente l’arte contemporanea è sempre più attraversata da forme di “vandalismo artistico”, che sembrano divertire o comunque sollecitare l’opinione pubblica e che ammiccano al mondo del marketing e della comunicazione (arte come sfregio, provocazione, beffa, sabotaggio, atto di guerriglia, o semplice rompitura di cazzi alla quiete borghese e consumista). Il writing, dopo anni e anni di lotta, sembra invece muoversi verso la strada del compromesso. Ma attenzione, creare meccanismi di consenso al fine relazionarsi con la collettività è certamente un’operazione importante ma non strettamente vincolante sul piano dell’ontologia e sulle motivazioni originarie di questa forma d’arte. Vale a dire: lodevole allargare il bacino d’utenza, creare consapevolezza, sensibilizzazione e via dicendo, ma tale “pedagogia artistica” non deve per forza mirare all’obbligo di “piacere a tutti” o di “convincere” il mondo intero al fine di guadagnare (o estorcere) un’approvazione ritenuta necessaria per poter operare e portare avanti la passione di certi artisti. Perché se così fosse non solo si porrebbe una condizione che di fatto comprometterebbe la produzione di molti interventi, ma si rischierebbe di edulcorare eccessivamente una forma d’arte facendole perdere le sue caratteristiche fondanti e per certi versi “politicamente scorrette”: da una parte la strada, non solo supporto o cornice, ma elemento dialettico imprescindibile (quindi c’è il rischio di desaturare eccessivamente un linguaggio che non può fare a meno del proprio contesto narrativo) e dall’altra l’atto di “ribellione”, ovvero la portata del gesto, la sfida, il rischio, il graffio, istanze proprie di un linguaggio che nasce come una forma d’arte di rottura. Perciò il secondo interrogativo che intendo sollevare è il seguente: può la Street Art fare a meno del proprio “Street Heart” e continuare a definirsi tale?

 

Al termine della tavola rotonda Teresa Iannotta, una delle curatrici di Urbanize-me Exhibition, ha gentilmente accettato di scambiare qualche battuta a proposito di questa iniziativa che giunge alla sua conclusione dopo il successo di un’ottima risposta di pubblico.

Ti lascio introdurre Urbanize-me Exhibition oltre a quanto si è appena svolto qui in Galleria Cavour.
Sono convinta che le occasioni per parlarsi ed incontrarsi in questo caso vadano meglio di qualsiasi testo un curatore possa scrivere. Ci sono alcuni argomenti discussi durante la tavola rotonda che credo siano un po’ dei punti chiave da chiarire nel momento in cui si affronta un tipo di mostra come Urbanize-me Exhibition, la quale possiede un carattere, mi verrebbe da dire, abbastanza controverso per il tipo di disciplina che porta all’interno di un contesto che tenderebbe a snaturare quella stessa disciplina. Quello che mi premeva di restituire attraverso questa mostra, che poi questo sia riuscito o meno dipende dalla discrezione del visitatore, non fosse un’immagine particolarmente edulcorata del writing. Diciamo che il tipo di mostre a cui in qualche modo facevo riferimento nell’immaginare Urbanize-me Exhibition erano i due estremi, ovvero da un lato mostre estremamente edulcorate, ed ho in mente Street Art Sweet Art che sono andata a vedere qualche anno fa a Milano, un tripudio di colori, cuoricini e fiorelloni, quindi il lato buono, bello e bello da vedere della Street Art, cioè quello che poteva mettere un po’ tutti d’accordo, dall’altro operazioni che mi sono piaciute molto in cui se tu non avessi saputo che gli artisti in mostra avevano tutti un background da writers l’avresti presa per una normalissima mostra d’arte contemporanea. In questo caso io non credo che Urbanize-me rientri in nessuna delle due categorie. In parte perché non ci sono stati i presupposti né per l’una né per l’altra cosa, quindi né per la tipologia che volevo assolutamente evitare né per quella in cui in qualche modo forse tendevo di più. Tuttavia credo che in qualche modo sono riuscita nel restituire un’immagine dei writers non tanto come artisti in senso tradizionale ma come “creativi” a tutto tondo rispetto ai lavori che siamo abituati a vedere. Quindi l’idea di nobilitare il writing non era tra le missioni di questa mostra. C’era più forse l’idea, come ho cercato di spiegare nella tavola rotonda, di creare una sorta di continuità o completezza rispetto all’immagine che le persone possono avere a proposito degli interpreti del writing.

Durante la tavola rotonda hai parlato di “familiarità”. Secondo me questa è stata una delle parole chiave.
Esatto. Non ci possiamo aspettare che il passante sappia distinguere tra stile e stile, perché quello è veramente chiedere troppo, ovvero una conoscenza che giustamente non è alla portata di tutti, perché come io non ne so di mille altri argomenti non è giusto aspettarsi che necessariamente tutti siano allenati a riconoscere i graffiti. Tuttavia l’idea era quella di suscitare una sorta di familiarità nell’animo dello spettatore medio o quanto meno di offrire degli strumenti, anche questa è una cosa importante, per capire la differenza tra espressioni diciamo “giovanili” in senso lato, quindi anche l’imbrattamento sul muro fatto a caso da chi non aveva nient’altro da fare, rispetto al lavoro di artisti che, e questa è una cosa che anch’io mi sono trovata a scoprire lavorando assieme a loro, hanno un rigore ed una disciplina notevoli che fanno impallidire molti altri artisti abituati a lavorare in maniera più istituzionale. L’immagine che mi interessava restituire in questa mostra non era tanto né nell’aspetto edulcorato-pop, né l’aspetto di protesta, quanto più l’idea che ci sia una sorta di studio che va avanti parallelamente all’attività di writer di tutti questi artisti anche in ambiti diversi dalla semplice pittura spray.

Tu hai parlato di familiarità e giustamente se si deve parlare di familiarità si deve anche parlare di pubblico. Ad esempio hai portato la tua esperienza di Rotterdam [città nella quale Teresa vive da tre anni, n.d.a] dove effettivamente lì, come hai detto, sembra esserci un sovraccarico di input artistici. Certe forme d’arte vengono quindi vissute quotidianamente. Però quello che mi viene da chiedere è: qui da noi c’è una differenza di pubblico che passeggia per strada e il pubblico da galleria d’arte o no?
C’è, inutile negarlo. In questo caso, dal mio punto di vista, ci troviamo in un contesto che ci permette di avere un compromesso. Nel senso che ci sono altre sedi che io avrei potuto immaginare per allestire questa mostra che forse si sposavano di più con l’idea di esposizione che avevo in mente. Una su tutte l’Ex Macello di via Cornaro, un edificio industriale che su di me esercita un certo fascino. Mi sarebbe piaciuta l’idea di allestire una mostra nella quale ci sarebbe stato un conflitto tra ambientazione urbana e il tema dei lavori proposti. In tal caso quella sede avrebbe funzionato benissimo. Però lì ci sarebbe voluta la scelta, nel senso che tu avresti dovuto “voler andare” appositamente alla mostra. Avresti quindi dovuto uscire dal centro e perciò programmare in qualche modo la tua visita. Invece nel caso della Galleria Cavour riusciamo ad avvicinare un pubblico più vasto rispetto a quello che normalmente andrebbe a vedere un’esposizione di questo tipo, perché siamo in centro, l’ingresso è gratuito, ci troviamo in un punto d’incontro nel quale, anche solo per curiosità, si scende per fare un giro di cinque minuti.

Infatti mi è capitato di vedere tanta gente, anagraficamente parlando, “grande” visitare questa mostra e la cosa mi ha un po’ colpito. Anche durante la stessa inaugurazione.
Anch’io me ne sono accorta passando varie volte. La sera dell’inaugurazione mi ha veramente stupito la varietà di pubblico, dal ragazzino hip hop ai nonni, anche se si può pensare che si sia trattato del richiamo dell’evento. Vedi che c’è gente, che c’è qualcosa e scendi a dare un’occhiata. Però nei giorni successivi, e qui veramente non è per essere buonista o altro, ma mi è capitato di incontrare il ragazzino di quindici anni con la mamma quarantenne che si ferma a guardare ogni singola opera e anche tanti adulti, nel senso di persone di una certa età. L’intenzione di questa mostra in realtà non è stata quella di voler mettere tutti d’accordo, del tipo “che bella mostra, che belle cose abbiamo visto”, quanto più fare che in modo che ai visitatori, la prossima volta che, faccio un esempio, passano davanti al cavalcavia della stazione pieno di graffiti, venga loro in mente quella sensazione di familiarità di cui parlavo prima rispetto a qualcosa che hanno visto in un contesto che ha contribuito a rendere certi soggetti più abituali.

Così si abbattono i pregiudizi.
Esatto.

Avete pensato all’inizio di questo progetto di fare degli interventi anche fuori, tipo chiedere degli spazi sui quali poter intervenire?
In realtà sta succedendo ed è successo, nel senso che Urbanize-me fa parte di un bando a livello nazionale che prevedeva azioni legate al writing in senso lato. Diciamo che la mostra è la punta dell’iceberg, quella visibile, di una serie di azioni che sono un po’ più legate a determinati settori specifici. Quindi da un lato quello educativo, per cui laboratori con le scuole, dall’altro l’individuazione assieme al comune di una serie di muri, una specie di mappatura di luoghi della città che sono stati suddivisi in diverse categorie. Quelli più periferici potranno essere usati per chi vuole imparare i fondamenti del writing, i cosiddetti “muri palestra”, e poi quelli più verso il centro, quindi più visibili, che invece saranno in qualche modo dedicati agli artisti un po’ più affermati. Per cui nel periodo del weekend d’inaugurazione della mostra, approfittando del fatto che alcuni artisti venuti da fuori erano accorsi a Padova, sono stati dipinti dei muri in via Minio. Poi è ovvio che la mostra gode di molta più visibilità anche per via della parte pubblicitaria.

Poi avete fatto le tavole rotonde e i seminari che sono state delle iniziative molto importanti. Due parole invece per quanto riguarda la selezione degli artisti.
La selezione degli artisti si allarga praticamente come dei cerchi nell’acqua, dal locale all’italiano, per finire con l’artista internazionale. L’idea era che “lo zoccolo duro” degli artisti padovani fosse comunque rappresentato nella mostra anche per restituire il percorso che loro hanno portato avanti per vent’anni in questa città. Perciò circa la metà degli artisti in mostra sono di area padovana o veneta. A loro è stato chiesto di fare delle segnalazioni di artisti che sentissero particolarmente affini su più livelli. Quindi poteva essere l’artista che a loro piaceva tantissimo con cui non avevano mai lavorato come pure l’artista-fratello con cui lavorano da quindici anni. Questo perché, come ho imparato insieme a loro, la dinamica dei rapporti di fratellanza e di rispetto reciproco è importantissima. Ed è una cosa che a me, che sono abituata a lavorare con gli artisti di arte contemporanea, ha stupito tantissimo e che mi è piaciuta molto. Quindi la mia idea non è stata quella di calare dall’alto la mia scelta, “ho visto questo e quello e li voglio mettere in mostra”, quanto più “scegliamo insieme, voi mi date un’ampia finestra dalla quale io posso pescare”. E poi ho cercato di orientarmi tenendo presente l’esigenza di offrire una varietà di artisti che adottano stili diversi, da quello che lavora con l’illustrazione a quello che lavora con la scultura. Questo per offrire una panoramica più ampia. Inoltre mi sono mossa calcolando il fattore geografico, cercando di includere appunto sia artisti italiani che internazionali.
Vandalo? No writer!

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