- Tav + TavorTav, psicofarmaci, disinformazione: tifoserie e malcostumi di una rivolta. Luca Abbà, Giuliano Ferrara, il manifestante “pecorella” e la stampa intestinale.

Dal 2000 al 2003 l’aumento del consumo di psicofarmaci è stato del 75% (fonte Osmed). Dal 2000 al 2006 il consumo degli antidepressivi è triplicato, soprattutto al Nord (fonte AipsiMed). Nel 2009 si è registrato un ulteriore aumento di consumo, pari al 13% (fonte Farmacia.it), mentre l’assunzione di sedativi e tranquillanti tra i 15-16 anni ci colloca tra i primi in Europa (fonte ESPAD). Non male. Eppure cos’è tutta questa pazzia? Se lo stanno chiedendo da giorni i giornali, impressionati da cotanto delirio. Le piazze piene di manifestanti, le valli affollate di abitanti disperati, le autostrade bloccate da torme di agguerriti farneticanti: un’unica gabbia di matti. E tutto questo per cosa? Un treno. Questa è pura pazzia, dicono i borghesi, i benpensanti, i cosiddetti moderati, assieme ai Walter Veltroni d’Italia. Questa è SPARTA, replicano all’unisono i collettivi antagonisti, la punkaglia dei centri sociali e la “plebaglia” della Val di Susa. Per fortuna che c’è Giuliano Ferrara.

 

 

Insomma: tutti pazzi proprio ora che i manicomi sono chiusi. Ecco perché ci servono i farmaci. Parafrasando l’antica etimologia greca, Pharmakos, ovvero il capro espiatorio, l’antistress collettivo, la pratica di un odio che cura. Ecco perché noi siamo strafatti di simili pharmakos: il manifestante ebete, violento e provocatore, il celerino fascista, indemoniato e servo del potere. Ogni fazione ha il proprio. Nella tradizione cristiana il pharmakos greco divenne, in seguito, l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo, e che ci dà il nostro pane quotidiano: una cosa a metà tra l’esorcismo e l’eucaristia e che magari sortisce gli stessi effetti dell’lsd, com’è accaduto nella provincia di Campobasso. Naturalmente una notizia-bufala, altro pharmakos, altro esempio di pillole di informazione delle quali amiamo ingozzarci. Catalizzatori della cronaca con il proprio strascico, più o meno fondamentale, di polemiche, come un tizio che cade da un traliccio mezzo fulminato – evento scatenante la rabbia antisociale del web – oppure il filmato di un contadino hipster che sputa insulti in faccia ad uno sbirro impassibile – in tal caso ad esplodere è la solidarietà ai servitori dello Stato e l’indignazione dei bonzi. Dalla settimana “ACAB oriented” di Facebook si passa alla giornata del “Santo Celerino Pecorella di Val di Susa”. Tutto questo nel giro di qualche click.

 

 

Per i più appassionati internet, la nostra personale farmacia di turno, è pronta a restituirci qualsiasi declinazione di pharmakos. Lo stesso giovane No Tav che dà prova di eroica e temeraria valentia e che qualche ora dopo ritroviamo senza un graffio in diretta nazionalpopolare da Santoro. Oppure le “pecorelle” di Val Susa immortalate in un’operazione da black bloc ma in uniforme da perfetti “black cops”. Ce n’è per tutti i gusti. La chiamano “autoinformazione” o “presa diretta”, in realtà si tratta di un’ampia zona di spaccio. Non si vuole condannare internet, si capisce, ma l’uso che se ne fa, se non altro per gli effetti ottenuti da tali tipologie di pharmakos. Ovvero l’esasperazione e l’amplificazione di un sistema mediatico e di un modo di fare informazione di per sé deprecabile. E quindi la dilatazione di un’emotività di massa che ci allontana dalla serietà di dibattiti estremamente cruciali.

Che si tratti di martirologi della Val di Susa, o di epica da guerriglia ACAB, piuttosto che di giornali che rendono Pasolini di Valle Giulia un pro Tav (di quest’ultimo è da anni che si cita quel che si conviene), che scrivono titoli da striscioni da curva e sondaggi da Processo di Biscardi (“Volete la moviola in campo?”, all’indomani di un derby falsato da un rigore non dato, oppure “Volete il ritorno di Maradona al Napoli?” rivolgendosi alla tifoseria partenopea), ad averla vinta è sempre la pancia degli italiani. Subbugli gastrici e movimenti intestinali compresi. E lo sa pure Giuliano Ferrara il quale, comparendo nel suo consueto spazio dopo il tg – l’angolo dell’eucaristia delle persone dabbene – parlando a proposito della Tav in modo semplice e diretto, a tratti persino persuasivo, quasi si trattasse di una parabola per bambini con tanto di morale e consigli paterni, ha usato termini come «sindrome» per etichettare il dissenso, un male da curare/estirpare attraverso una certa «pedagogia». L’efficacia di Ferrara, che in questo modo si autoinveste con fare esplicito della funzione di pharmakos – farmaco lenitivo – sta nel parlare direttamente al cuore di quell’italiano medio che Berlusconi una volta descrisse come un bambino di seconda media e che nemmeno sta seduto tra i primi banchi. Questo perché Ferrara conosce molto bene tale personaggio, il quale preferisce non avere noie, non mettere a repentaglio la propria quiete e la propria coscienza, e quindi non sapere, non approfondire, non voler comprendere le motivazioni del movimento, il perché un’intera valle si comporta in quel modo e perciò venire al corrente della minaccia fraudolenta, nemmeno troppo velata, che sta dietro al modus operandi di chi ci governa e crede di farne di noi e del nostro territorio carne di porco (una minaccia che però intimamente conosce, perché figlia del suo stesso patrimonio genetico).

Il copione rimane lo stesso da anni: al grande pubblico non passano sufficientemente i contenuti della protesta, così come le sue ragioni, mentre rimane il ritrattino di comodo con il quale chiunque può misurarsi a fronte della propria ingenua superficialità: il trenino s’ha da fare, tutti gli altri sono solo degli idioti senza speranze e senza Dio, anzi, dei poveri pazzi. Degli sfortunati (quasi il loro fosse un caso patologico come l’influenza) ai quali qualcuno dovrebbe parlare come un padre per farli ritornare in sé. Quindi ben vengano i Giuliano Ferrara in tv, maestri nel girare le frittate, perché di motivazioni per avallare la Tav ce ne sono poche e traballanti, a fronte, invece, delle molte critiche ed osservazioni plausibili contro la bontà e la necessità di questo progetto.

 

 

Al cospetto di una simile narrazione è inevitabile che si produca una profonda spaccatura. Da una parte quelli che dicono – Tav e – Tavor, cioè meno capitalismo e meno lobotomia (in nome di filosofie estranee al “vivere civile e progredito” della media italiana ed europea). E dall’altra i vari Giuliano Ferrara di turno che dicono il contrario: + Tav e + Tavor, cioè più affari, infrastrutture e meno rompiture di cazzi. E se la verità stesse nel mezzo? – Tav e + Tavor, dove “meno Tav” sta per “questo treno ad alta velocità fatelo passare in mezzo alle natiche di Giuliano Ferrara e dei suoi fans”, mentre “più Tavor” per calma, raziocinio e sacrosanto buon senso. Non il pharmakos di cui sopra, il tranquillante-stereotipo che ci fa dormire sonni tranquilli, ma più informazione sincera, obiettiva, meno schierata, esasperata e clientelare. E quindi, di conseguenza, più proteste di contenuto e meno tifoserie. Si mettessero da parte tanto la violenza, quanto certe smargiassate ebeti o simboliche che dir si voglia (compreso, e lo dico con tutto il dolore di questo mondo, il funambolismo di Luca Abbà, se non altro per i rischi e soprattutto le conseguenze che si portano dietro casi simili) si respirerebbe un’aria più pulita per poter divulgare notizie ed informazioni di sostanza. Detto questo: fuori i centri sociali dalle palle, tanto retorici e violenti quanto vecchi, autorefenziali e inconcludenti. Non lo dico tanto per una questione politico-ideologica quanto per un semplice calcolo metodologico: questi qui suonano la stessa musica da venti-trent’anni facendo terra bruciata tutt’attorno e portando nella tomba dei loro squat Q-U-A-L-S-I-A-S-I legittimo movimento di protesta sorto in Italia, con il loro modo di fare, parlare ed essere. E quindi, per l’amor del cielo, basta.

Si prendano del Tavor anche i giornalisti di Libero e del Giornale, con la loro informazione dai toni beceri e suini, tanto quanto i cronisti più posati, a braccetto con la moderazione di politicanti di mestiere, del “ma sì va là”, “ne riparleremo” – e poi non cambia nulla – stretti parenti di tanti altri – e sono molti – voltagabbana (leghisti e classe dirigente piemontese assortita). Qualche goccia di Tavor anche agli antagonisti di professione, che aggrediscono le troupe televisive, iniziative di un’efficacia sconvolgente e che ben delinea un’intelligenza strategica che del resto traspare tanto dallo spessore intellettuale delle loro lauree in Scienze Politiche, quanto dalle prime righe dei loro proclami riportati in calce su ridicoli volantini. Personaggi che inquinano, anche solamente con la loro presenza, ma purtroppo non solo quella, e con la retorica spavalda, eroica e puerile della “giusta” guerriglia, l’intera protesta di cui la gente comune, per fisiologica indolenza, a fatica comprende le ragioni. Perché se dopo vent’anni di battaglie la maggior parte degli italiani si dice incredula nel vedere “quattro stronzi montanari” che rompono le palle per un “semplice trenino”, significa che c’è qualcosa che non va.
E già che ci siamo, si prendano qualche goccia di Tavor persino le “pecorelle” della Val di Susa, i santi celerini degni d’encomio, che come piranha, all’odor del sangue, sembrano impazzire.

psicofarmaciInsomma, quell’italiano immaginario, rimasto tra gli ultimi banchi della seconda media, vanno dette le cose fuori dai denti: ok, posso capire che lo stile di vita promosso dai fricchettoni della Val di Susa non ti possa piacere. Tu che sogni il Suv e le ferie a Sharm El Sheik. Ok, posso capire che i manifestanti No Tav ti stiano sulle palle, così stronzi, maleducati, chiassosi ed irritanti che ti costringono a fare i conti con la tua coscienza mentre di tutto hai voglia meno che di riflettere. Dopotutto quel treno maledetto mica deve passare dietro a casa tua. Giusto? Giusto. Tuttavia, a quello stesso italiano-macchietta tipico del nostro paese, va aggiunto: ma prima di giungere a conclusioni affrettate, prova a rispondere a certe domande, a porti anche solamente dei dubbi quando vai a fare la spesa, in macchina prima di andare a prendere il bambino a scuola, oppure quando hai anche solo un minuto libero e di silenzio seduto sulla tazza del cesso. E chiediti se le aziende coinvolte nel progetto Tav sono pulite, se gli appalti sono in regola, se i costi sono proporzionati, se i conflitti di interesse espressi da questo governo in riferimento a quest’opera sono leciti o anche solo tollerabili, se gli sbirri ora impersonano davvero la democrazia e la tutela della legalità o se invece si comportano in modo più analogo al braccio armato di un determinato consorzio di potere. Chiediti se tutte queste questioni sono sufficienti per essere vaporizzate dagli alibi dei Carcarlo Pravettoni di turno che vogliono a tutti i costi la Tav, secondo la sacrosanta logica del “partito preso”. Preso da chi? E ancora, che senso ha questa demagogia del “non ha senso essere contro il progresso” se il progetto dell’Alta Velocità risale a venti e passa anni fa, quando ancora il muro di Berlino stava in piedi? La Tav se non è obsoleta è quantomeno vintage. O ancora: “è l’Europa che ce lo chiede”, la stessa che ha la mano nelle nostre mutandine e un braccio nel culo della Grecia?

Insomma, quesiti elementari. Qui non c’entra né la macroeconomia, né la geopolitica o la geofisica. Non ci vogliono lauree, specializzazioni o ragionamenti trascendentali. Si tratta di questioni alla portata di tutti, di qualsiasi “uomo della strada”. L’unico vero discrimine sta nelle persone che assolvono il proprio dovere di cittadini, ma prima di tutto uomini, ovvero esseri consenzienti e cogitanti, interrogandosi su quanto avviene nel nostro paese, e gente che si abbandona agli stereotipi del dibattito, ad una rassicurante ignoranza di comodo. Sappiamo che le tematiche ambientaliste non toccano la sensibilità di quest’ultimi, anche se di mezzo ci sta la salute della gente: allora che queste persone si mettano nei panni di un commerciante della Val di Susa. Sarebbero contenti di essere titolari di un esercizio commerciale dentro un cantiere per quindici-venti anni? E come riusciranno a portare a casa i soldi, in questi tempi di boom economico? A queste persone va chiarito che se non dovessero bastare queste domandine spicciole ce ne sono molte altre che attendono risposta: almeno 150, una per ogni anno di questo splendido paese che nel 2011 abbiamo così tanto ridondantemente celebrato. Ma a quale fine se poi lo si umilia alla leggera per un pugno di speculazioni ebeti? Dov’è finito il senso civico e morale dei suoi cittadini fino all’altro giorno stretti nei cori degli inni nazionali? Esaurito a colpi di farmaci. Pillolozzi del vivere civile indispensabili per combattere lo stess.

Skull & PillsIl paradosso finale è proprio quello di ritenere tali tipologie di pharmakos, cioè di scacciapensieri morali, il vaccino contro un simile stato di agitazione, senza considerare gli “effetti collaterali”. Ricordate i dati posti in incipit? Nel nostro paese si compie un suicidio o un omicidio ogni dieci giorni. Il trend è in costante aumento dal 2000. L’agenzia di ricerche sociali Eures dice che molti casi sarebbero dovuti a turbe psichiche; ma se da una parte i problemi psichici sono considerati una forte causa scatenante, dall’altra un’analisi più approfondita svela un’ulteriore verità: e cioè che molti malati psichici non ricorrono alla violenza fino a che non assumono psicofarmaci. Il paradosso è questo: l’aumento di suicidi-omicidi è correlato all’aumento di consumo di antidepressivi. Passato il messaggio? Uno pensa di curarsi, di assumere sostanze in grado di ridare la pace dei sensi e invece non fa altro che peggiorare la situazione. Cose che documentazioni scientifiche correlate all’assunzione degli SSRI avvisano da vent’anni.

Checché ne dica Giuliano “Placebo” Ferrara, dottore furbo e senza licenza, il quale, al contrario, vorrebbe propinarci il nostro benzodiazepane quotidiano.
Amen.

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