Tecnologismi

«I social network sono come gli antibiotici. Sono una delle più grandi scoperte dell’umanità e presi con le giuste dosi e al momento opportuno ci possono salvare la vita. Se però sbagliamo posologia, tempi di somministrazione e diagnosi possono essere il peggiore dei mali.»

Facebook, Twitter, Google, iTunes, LinkedIn. Cosa sarebbe la vita oggi, nell’anno del Signore 2013, senza la realtà virtuale? In Tecnologismi, Massimo Sideri individua i benefici che le innovazioni hanno apportato e le idiosincrasie che hanno creato, soffermandosi soprattutto sul mutamento dei concetti di comunicazione e condivisione: in poche parole, su come l’uomo dell’era digitale vive il proprio rapporto con se stesso e con il mondo.

All’inizio del capitolo dedicato a Facebook, in una lettera a Mark Zuckerberg, l’autore racconta la sua prima volta. Ovvero la prima volta che si è connesso ad internet. L’intento è quello di contestualizzare, esprimendo in poche righe la velocità del cambiamento apportato dalla rivoluzione digitale. La Storia inizia prima della febbre dei social network, e Sideri ce lo ricorda impostando subito la sua analisi da un punto di vista inaspettato. Appare chiaro soprattutto il balzo da realtà locale a realtà globalizzata, o meglio realtà globalizzata estesa a tutti, raggiungibile da tutti.

Il vero aspetto del social network più amato (almeno in Italia) viene messo a nudo con acutezza. Sideri giunge a formulare tre “corollari”: «Facebook alimenta in maniera seriale delle grosse bugie»; «le bugie sono socialmente accettabili e accettate nell’era della socializzazione di massa»; «le bugie vengono prodotte o alimentate o riflesse in potenti server nel deserto del Nevada».

Tecnologismi copertinaLa conclusione sembra essere che la socializzazione di massa si regge sulle menzogne, quindi l’illusione del «conoscersi tutti» in quella affascinante agorà che è la comunità dei social network è la più grossa delle menzogne (se si condivide con gli altri qualcosa che non si è, cosa si condivide?).

Facebook finisce per sistematizzare e amplificare in modo incontrollato la verità più endemica e più difficile da sradicare dell’animo umano: non facciamo che mentire. D’altra parte la menzogna non è sempre un atto intenzionale o deprecabile: si mente per salvarsi, si mente perché la verità comporterebbe situazioni impossibili da gestire, si mente per debolezza. Alzi la mano chi non ha mai mentito: ma mi raccomando, siate sinceri. Si mente sempre, senza volerlo, per il solo fatto che si cambia idea, si cambiano le cellule, si cambia essenza, e allora chi crede di poter conoscere chi?

Pirandello ce lo ha insegnato alle scuole superiori: ognuno di noi è anche nessuno e centomila, e la menzogna più grande è il nostro patetico tentativo di definire noi stessi o di definirci gli uni gli altri, per aggrapparci almeno a questo scoglio nel mare burrascoso della quotidianità. E la seconda menzogna è pretendere che crediamo a quella definizione.

D’altra parte verità o autenticità e menzogna o fake sono concetti molto relativi sul web. Basti pensare al fenomeno del “copy & paste”, del retweet, della condivisione: in altre parole, Facebook e Twitter danno vita alla riproducibilità digitale dell’opinione. La copia e l’originale sono indistinguibili, e sui social network come al mercato dei falsi di Bejing «tutte le merci sono false. Se per sbaglio doveste trovare qualcosa di vero, ce ne scusiamo in anticipo».

Illustrazioni di Ivan Belikov

Nell’epoca della riproducibilità digitale, viene messo in crisi un intero sistema, ne è un sintomo il dibattito sul copyright. Si diffonde di tutto, in modo virale, anche immagini e suoni. L’estensione nello spazio sembra aver avuto ragione della durata nel tempo: tutto si realizza molto più velocemente, viaggia attraverso lo spazio in modo istantaneo.

L’uomo, da sempre angosciato dal passare del tempo e dal finire e deteriorarsi delle cose, sembra ora vivere in un eterno presente, senza preoccuparsi di quanto a lungo potranno preservarsi i suoi documenti o le sue fotografie salvati in hard disk esterni, chiavette USB o inutili backup. L’angoscia dell’uomo nell’era digitale, semmai, è non avere abbastanza tempo per nulla, perché tutto deve essere fatto nel modo più veloce ed efficiente (come osserva Sideri nel capitoletto dedicato al “bon ton della condivisione”).

Ma condividere è un modo per essere, è un atto di affermazione. Quindi diffondiamo i nostri stati d’animo, le nostre preferenze, il nostro sé (cioè il nostro sé così come vogliamo che gli altri lo vedano) senza renderci conto, nella maggior parte dei casi, che essere parte di qualcosa di molto più grande di noi ha dei pro e dei contro. «La formula apps più social network ci rende tutti business. Siamo pubblicità involontaria, spot viventi. I nostri commenti vengono gerarchizzati da fattorie infinite di server, riprodotti all’infinito come delle copie originali pronte a combattere a mo’ di esercito una guerra di soldi per un’industria che ha trovato il modo di fare miliardi partendo dai centesimi.»

Nell’ambito di Twitter, collettore di verità spalmate in rete e destinate a raccogliere consenso e poi subito scomparire nell’oblio dell’obsoleto, il follower viene descritto come il passivo e silenzioso “inseguitore” che copia queste effimere verità e le diffonde rendendosi colpevole di un nauseante appiattimento culturale. Appiattimento che corrisponde con un cambiamento del linguaggio: il limite di 140 caratteri implica delle “licenze poetiche” che rendono la comunicazione estremamente sintetica.

L’incomunicabilità che malinconicamente sottende le relazioni umane rischia di diventare impossibilità totale di dare un qualsiasi significato plausibile al tweet inintelligibile di un frettoloso. (Se volete ridere, guardatevi le Social Top Ten/ Top Five di Gazebo.) Per fortuna c’è il defollowing: il vero atto di libertà e sovversione, la possibilità di abbandonare i social guru la cui opinione non è più gradita. Ma forse, vista da una prospettiva più ampia, questa libera scelta somiglia molto alla possibilità di determinare lo share di un programma televisivo cambiando canale, o alla spinta dal basso che attribuisce il premio di maggioranza proprio a quel partito, mettendo una croce sul suo simbolo. Ovvero, si tratta di una libera scelta in un contesto in cui la parola “libertà” non ha nessun significato.

Altra questione spinosa è quella della comunicazione, o forse della non-comunicazione. Infatti, quando si parla attraverso uno schermo, con chi si sta parlando? Come direbbe il Guzzanti-Massone: “Ma c’è qualcuno dall’altra parte?”

Facebook vs Real Life

 

Spesso si esaltano i social network come luogo di vera democrazia e diffusione del sapere, in cui tutti possono dire tutto e si può “fare rete”. Ma in Italia, il Paese in cui tutti scrivono poesie e nessuno le legge, non rischia di crearsi una situazione in cui tutti parlano e nessuno ascolta? E quale tipo di sapere diffondiamo, noi che ci limitiamo a condividere in modo irrazionale e impulsivo, spesso senza nemmeno controllare la veridicità o le fonti?

Un post su Facebook è un atto di egocentrismo. E un commento, un like, una condivisione, non finiscono per essere la stessa cosa? Su Twitter, d’altra parte, c’è una forte gerarchizzazione tra twitter e follower, quindi vi si riproduce la stessa struttura verticale o piramidale della realtà concreta. Come nella politica italiana e nel sogno americano, chiunque abbia sufficiente abilità può diventare un leader da seguire; ma resta sempre ben chiara la divisione tra chi è riuscito a diventare qualcuno e chi deve limitarsi a seguire il capobranco.

Sideri punta al cuore della società virtuale in cui ci siamo immersi, individuandone pregi e difetti con vibrante ironia e con una lucidità che talvolta lascia un retrogusto amaro, ma anche con una competenza e una forte fascinazione che finiscono per coinvolgere il lettore più conservatore. Leggendo queste pagine riconosciamo che l’antibiotico e la malattia sono la stessa cosa, e soprattutto comprendiamo che siamo parte di un fenomeno che avrà (che ha già) conseguenze strutturali sulla mentalità globale, quindi sulla politica, sull’economia, sulla cultura.

E forse ci dà la consapevolezza necessaria per andare oltre la fascinazione e per iniziare a considerare dei semplici mezzi quelli che sono solo tali, e utilizzarli per mantenere in vita la nostra coscienza critica anziché per ucciderla lentamente.

«L’aggiornamento è già di per sé mantra fluttuante, partecipazione al rito collettivo, lobotomia digitale, allineamento culturale. Interludio. Aggiorno, dunque sono. Cosa, non è dato di saperlo.»

Massimo Sideri, Tecnologismi, Posologia e precauzioni per l’uso dei social network, Sonzogno

Tecnologismi copertina

Twitter, Facebook e Google+ hanno conquistato un ruolo importante nelle nostre vite e grazie a tablet e smartphone ci seguono ovunque. Ma esistono una posologia ideale da seguire, delle indicazioni terapeutiche e, proprio come per i farmaci, delle precauzioni d’uso? Come combattere il rischio di dipendenza? Cosa fare di fronte alla comparsa dei primi segni di una crisi da defollowing su Twitter o davanti a una sindrome da ipertrofia sociale sullo stimolatore sessuale Facebook? Proprio come gli antibiotici, se prese con precauzione, le tecnologie hanno un effetto rivoluzionario sulla vita dell’uomo: googlare alla ricerca del nome da dare al proprio figlio, poter ascoltare tutta la musica del mondo in streaming per soli 9,99 euro al mese (il costo di un unico cd) o poter dire la propria sul flusso continuo e informe dei social network sono ormai diritti inalienabili. E chi vi abdica rischia di perdere la cittadinanza dell’era post-tecnologica.

Per seguire il dibattito in rete attorno a questo libro e a questi libri, consigliamo di seguire l’hashtag #tecnologismi.

Inoltre, su 20lin.es potete trovare un esclusivo incipit d’autore scritto proprio da Massimo Sideri: divertitevi con lui a riscrivere la storia.

Irinei Kalachov

Illustrazione di Irinei Kalachov

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