Recentemente Elisabetta Sgarbi, attiva nell’editoria e nella promozione culturale, ha realizzato un interessante documentario, in collaborazione con Rai Film, dal titolo Se hai una montagna di neve, lasciala all’ombra, che oltre ad essere un detto popolare è anche il nome di un libro del 1974 del poeta Tito Balestra. Sciogliendo la metafora e sapendo che si parla di cultura, il titolo appare provocatorio in quanto sembra un invito alla trasmissione elitaria e individualistica del sapere che stride un po’ con l’idea che invece esso si debba diffondere e “mostrare” a tutti. Si tratta ovviamente di proteggerlo e preservarlo evitando la sovraesposizione e l’abuso del termine stesso “cultura”, anche per evitare reazioni stizzite come quella della signora siciliana intervistata verso la fine del documentario che sta facendo un po’ il giro delle televisioni e del web, la quale definisce il termine «fastidioso» e poi chiosa: «Un uomo colto? Ma che vuol dire? Ma chi se ne frega!?».  Il fatto che la signora non fornisca spiegazioni argomentate fa gridare allo scandalo i cosiddetti intellettuali i quali traggono l’immediata conclusione che gli italiani  schifino e detestino la cultura considerata forse troppo snob preferendo invece una più sana e popolare ignoranza indotta e incentivata spesso anche dalla politica e in particolare dai due partiti che hanno governato negli ultimi anni. Su questo è esplicita l’attrice Laura Morante, intervistata sempre nel documentario, che punta il dito direttamente su Berlusconi.Elisabetta Sgarbi

Gira e rigira questa è una tesi che torna più volte, non solo nel documentario, ma anche nelle interviste dei politici e nei programmi di informazione e approfondimento culturale: la maggioranza degli italiani è ignorante, e spesso lo è in maniera attiva, e c’è una stretta relazione tra questa ignoranza e la supremazia elettorale del centrodestra negli ultimi dieci anni. Ma sarebbe troppo facile dire: noi di sinistra saremo anche sfigati, ma almeno siamo colti, mentre quelli di destra sono ignoranti e tagliando la cultura (o comunque non incentivandola e diffondendola abbastanza) vogliono rendere ignorante anche il popolo. Per carità, non è che un ragionamento del genere sia del tutto sbagliato (tra Storace che si vanta di non essere laureato e Tremonti che  dice che con la cultura non si mangia), ma sicuramente è troppo riduttivo e semplicistico. Per esempio si potrebbe chiedere a Laura Morante  se con le dimissioni di Berlusconi siamo diventati tutti più colti. E poi un tale ragionamento chiama in causa una questione atavica sulla quale ci sarebbe da scrivere pagine e pagine, cioè il fatto che in Italia la cultura sarebbe in mano alla sinistra. Il problema semmai è che  non esistendo una destra moderata come nel resto d’Europa va a finire che la cultura di destra è quasi sempre cultura neofascista (vedi anche il recente caso del professore negazionista e razzista in Piemonte). Ma non si va da nessuna parte se non si fa prima un passo indietro spiegando meglio il concetto stesso di cultura.

Tornando quindi alla piccata risposta della signora siciliana, raccolta nel documentario di Elisabetta Sgarbi assieme alle testimonianze di persone comuni ed esponenti “famosi” dell’ambiente culturale, in un viaggio dal Nord al Sud dell’Italia, io non do per scontato che quella signora sia per forza “ignorante” o allergica al sapere; in particolare bisognerebbe rispondere a quel: «ma che vuol dire?». Del resto lo stesso Umberto Eco nel rispondere alla medesima domanda sostiene che ci vorrebbe un corso di cinque mesi con cinque ore di lezione al giorno per esaurire in maniera soddisfacente il concetto di cultura, il quale è troppo vasto e rischia di essere banalizzato se riassunto in un solo enunciato. Eco, che a suo tempo venne aspramente criticato per aver parlato di «cultura della P38», riesce comunque a fornire delle indicazioni utili: la cultura è un insieme di conoscenze e abitudini che accomunano un certo popolo, per cui si può benissimo parlare di cultura dei cannibali della Guinea, come del resto si parla di cultura contadina o cultura operaia.

La cultura quindi non solo non è una questione individuale, ma ha a che fare, nella sua accezione originaria, con la mentalità e le conoscenze soprattutto pratiche, cioè il saper fare. Ecco perché non è vero che con la cultura non si mangia: perché se io non sapessi che devo nutrirmi (anche gli animali lo sanno e quindi hanno in un certo senso una cultura della sopravvivenza, chiamata anche istinto) morirei di fame senza nemmeno sapere perché sono morto, e se nessuno sapesse come fare il pane o come ricavare il prosciutto dal maiale non avremmo panini o piadine. Ma ricordo che Tremonti non si fermò lì,  purtroppo, e aggiunse: «provi a farsi un panino con La Divina Commedia». In una frase del genere è contenuto il luogo comune sull’inutilità dei libri e sull’uomo pratico e pragmatico opposto all’intellettuale con la testa tra le nuvole, ma anche l’accezione più comune del termine “cultura”. In pratica la cultura sono i libri e quindi più libri uno legge, più è colto. È difficile negare questo sillogismo, ma vorrei complicare i termini del ragionamento sfatando alcuni luoghi comuni.

Per esempio si fa spesso confusione nell’uso dei termini, per cui una persona colta viene opposta a una persona stupida. In realtà il contrario di colto, o sapiente, è “ignorante”, mentre il contrario di stupido è “intelligente”. Ora si potrebbe costruire un diagramma cartesiano divertendosi a verificare le varie combinazioni. Ovviamente il punto più basso si ha dall’accoppiata “stupido-ignorante”, mentre quello più alto da “colto-intelligente”, ma ciò che è difficile, mi sembra, da comprendere, è che possano esistere le coppie “intelligente-ignorante” e “stupido-colto”. Per semplificare: non è detto che un contadino che ha la terza elementare non possa dire qualcosa di intelligente e che invece un laureato non possa dire o fare qualcosa di stupido.  Per esempio sento spesso dire che le donne sono più intelligenti degli uomini perché si laureano prima e con voti più alti. Non nego la possibilità che il  cosiddetto sesso debole superi per acume quello maschile, ma sicuramente ciò non si può evincere dai dati riguardanti la preparazione scolastica o universitaria, in cui l’intelligenza è solo uno dei tanti fattori, e nemmeno il più importante, che concorrono al conseguimento dei risultati finali, cioè i voti, il diploma e la laurea. Lo sanno tutti che non sempre lo studente più brillante è quello coi voti più alti. Un altro luogo comune è quello per cui le donne leggono di più degli uomini; sarà sicuramente vero, ma non credo che da ciò si possano trarre conseguenze così evidenti. L’intelligenza ha a che fare con il comportamento, mentre la cultura dipende da quello che uno sa; non sapere non è di per sé un difetto, è semmai un limite che si può sempre migliorare. Ecco perché «so di non sapere» è un ragionamento onesto e intelligente. Le televisioni, i bar e le cene pullulano di intellettuali improvvisati che si dimenticano di non sapere. Infatti se dovessi dare un giudizio sul rapporto tra gli intellettuali e la cultura non direi che siamo un popolo di ignoranti, quanto piuttosto che avremmo bisogno di più umiltà e meno arroganza, dovremmo imparare da Sherlock Holmes, che ignora l’esistenza del sistema solare perché non è un argomento utile alle sue indagini. In ogni caso l’importante è che egli non si vergogni di ammetterlo; un investigatore italiano avrebbe probabilmente risposto a Watson con un vago discorso sui pianeti seminando imprecisioni e sciocchezze.

La paura di ammettere la propria ignoranza (che non può mai essere totale) è forse la ragione di certe reazioni stizzite durante le interviste sulla cultura. Essa è altra cosa, ma non può essere slegata totalmente dall’intelligenza; soprattutto direi che non bisogna imporre la cultura e non bisogna trattarla con ottusità, soprattutto nelle scuole, dove l’ossessione dei professori di seguire i programmi e la loro scarsa creatività creano delle lacune difficili da colmare. Ci vuole elasticità mentale,  solo così si può raggiungere la famigerata “cultura generale”. La scuola dovrebbe creare dei percorsi interdisciplinari e lasciare poi spazio alla curiosità degli studenti. Per esempio, si dice spesso, sia in televisione che a scuola, che l’importante è leggere, non importa cosa. Io non sono molto d’accordo, perché è un po’ come dire che l’importante è mangiare, per non morire di fame. Però l’alimentazione non deve essere casuale,  io non posso mangiare una sedia e non posso nemmeno mangiare tutti i giorni pizza e hamburger; o meglio, posso farlo, ma ne risentirà la mia salute. Penso che una tale affermazione sia quindi giusta nella misura in cui invita a non avere pregiudizi e a leggere di tutto, ma sia sbagliata se viene intesa come supremazia del libro e della quantità. In questo caso una persona che ha letto cinquanta libri in un anno si sentirebbe legittimata a considerarsi più colta rispetto a una persona che ne ha letti solo due. Io invece dico: andiamo a vedere di che libri si tratta. Perché non penso che qualcuno che ha letto “solo” la Bibbia e la Repubblica di Platone sia meno colto di uno che ha letto tutto Fabio Volo e la saga completa di Twilight e di Harry Potter; insomma, non può essere solo una questione di quantità. Esistono tipi diversi di cultura ed esiste anche l’industria culturale, che punta al business. La logica dell’intrattenimento è una trappola che rischia di creare assuefazione. Una persona abituata a nutrirsi esclusivamente di hamburger e patatine fritte, posta di fronte a un’insalata potrebbe mettersi a piangere. Allo stesso modo un eccesso di libri e film d’intrattenimento porta all’atrofia mentale per cui ci si annoia di fronte ai film in bianco e nero o a letture “impegnative” perdendosi così delle grandi opportunità di accrescimento mentale e culturale. Inoltre  la cultura  che ognuno di noi individualmente, al di là della mentalità nazionale e popolare, si costruisce, assomiglia a quello che Schopenhauer chiamava “carattere acquisito” e si trasmette anche attraverso viaggi, esperienze e confronti con altre persone, non solo quindi con la lettura di libri. In ogni caso penso che l’ideale per un’adeguata formazione culturale sarebbe non avere  pregiudizi ed alternare Kant a Harry Potter, Leopardi a Stephen King, i fumetti a Caravaggio, Mozart a Lady Gaga, Lubitsch a Michael Bay; senza trascurare i saggi, magari un bel trattato di economia, che di questi tempi non si sa mai. Questa sì che sarebbe vera cultura generale, anche se non è detto che la cultura generale sia per forza un obiettivo da perseguire. Occorre infatti scegliere spesso tra la conoscenza specifica ed approfondita in un certo ambito e la conoscenza parziale di svariati argomenti. Io personalmente non ho ambizioni da opinionista e preferisco ignorare totalmente certi argomenti per concentrarmi su altri più attinenti ai miei gusti e ai miei scopi. Per chi crede si potrebbe dire che solo Dio può sapere tutto.

Per tracciare delle pur sempre provvisorie conclusioni si può sostenere che esistono fondamentalmente due accezioni diverse di cultura: una collettiva, che riguarda usi, costumi, conoscenze e mentalità di una certa comunità, ed una individuale. Questa a sua volta si divide in conoscenza tecnico-scientifica e professionale (il saper fare) e in cultura personale e intellettuale (il sapere). La cultura non va mitizzata, per esempio non deve essere un mistero il fatto che la cultura di per sé non presuppone necessariamente valori positivi, esistono infatti culture arretrate e chiuse e non è semplice aprirsi all’orizzonte multiculturale. D’altro canto però occorre dire che una persona intelligente e un Paese serio e civile non dovrebbero aver bisogno di chiedersi a cosa serva la cultura e che non è un buon segno che essa venga bistrattata o messa in discussione proprio in un momento di crisi economica.

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