Mario Desiati - Ternitti

di Isacco Tognon.

Per capirne qualcosa, partiamo da qui. Dall’eterna regola non scritta del genere romanzo, che non permette all’autore di scansare i due temi fondamentali di ogni tipo di scrittura: amore e morte.

Amore, il primo amore, è quello che fa avvicinare Mimì ad Ippazio, che unisce i loro corpi nella clandestinità delle ore notturne illuminate soltanto da un fiammifero. Lei è poco più di una bambina, appena adolescente, lui un giovane lavoratore. Lugano, una delle terre promesse per gli emigranti di metà anni ’70, è la città in cui salentini, calabresi e campani approdano, cercando nella lavorazione dell’amianto un’alternativa alla loro vita da contadini. Sognano una casa tutta loro, ma ad accoglierli c’è soltanto la casa di vetro, una baracca in cui alloggiano intere famiglie che si rintanano a sera dietro i pannelli di compensato e latta, invocando i propri Lari e un po’ di intimità fra quelle mura improvvisate. Si avvicinano così, Mimì ed Ippazio, nella casa di vetro, con il loro amore pudico e tenero che li fa coricare ogni notte fianco a fianco all’insaputa di Rossana e Antonio Orlando, genitori di Mimì.
Sedici anni dopo troviamo Mimì nella sua terra, a fare da sfondo sono la vegetazione e il mare di Tricase, paese del Salento. Ha una figlia di sedici anni, Arianna, sopravvissuta ad un aborto artificiale al quale Mimì non ha avuto il coraggio né la voglia di sottoporsi; il padre, lo stesso padre che avrebbe voluto quell’aborto, ha lasciato la sua donna. La bella Mimì lavora in un cravattificio e cresce una figlia da sola, questo è ciò che fa. È una donna libera, bella, insondabile. Frequenta molti uomini, ma con tutti costruisce storie che sembrano tracciate sulla sabbia: nessuno di loro può donarle la bellezza di un fiammifero, la carezza di un amore appena sbocciato, amore di adolescente.

Arianna cresce, il suo compagno si chiama Federico ed è figlio del Vope, uno degli amici di Ippazio ai tempi di Lugano. Crescono insieme, si fidanzano, ma Mimì non parla mai ad Arianna di suo padre. Sappiamo che lui si è sposato oltralpe, ha due figli, ma nessuno sembra volerlo sapere. Ippazio, che porta il nome di un santo del paese, è soltanto un’ombra nelle vite di Arianna e di Mimì.

A Tricase si vive con i ritmi dei piccoli pesi del Sud, gli anni ’90 non intaccano i riti ancestrali del Salento, le processioni religiose, i miti fondatori delle piccole comunità di mare. Biagino (che tutti chiamano Celestino per la sua giovinezza all’insegna del punk e di un’improbabile cresta colorata), è il fratello perdigiorno di Mimì. Sbronzo a tutte le ore, non ha altro fine se non quello di far bisboccia, guidato da una combriccola di scavezzacolli: Biagino «era uno che beveva per andare in fondo alle cose, non per dimenticarle». Altro tipo di amore quello di Mimì per il fratello. Amore mai rinnegato, nato dall’incanto per la naturalezza e la bontà ingenua e sincera di un fratello sbagliato, ma al contempo troppo giusto.
Ma a Tricase, come in tutto il Salento e nelle altre regioni, le famiglie dei migranti devono fare i conti con l’absesto, ovvero amianto. I lavoratori di un tempo, segnati duramente già durante la loro attività in Svizzera, si ammalano. Iniziano a tossire, ed è solo l’inizio della loro parabola discendente che li accompagna uno ad uno «dall’altra parte della vita». Ecco allora che amore e morte si intrecciano: muoiono Antonio Orlando, muore il Vope. C’è anche chi si ammala oltralpe e decide di tornare nel Salento per morire.

Torna con questo intento, Ippazio, e saranno Mimì e Arianna a cercarlo, Arianna che è ormai trentenne e quasi laureata in medicina. Il suo ritorno è un anello di catena in attesa di collocazione, la sua figura esile e le sue mani forti provate dall’amianto attendono la morte in riva al mare, con tutte le paure di una vita, senza sapere dove finisce il passato e dove è possibile iniziare una nuova pagina, per quanto breve. Insomma, amore e morte si guardano in faccia, giocano un po’, e la seconda sembra quasi suggerire al primo di darsi un’ultima possibilità.

Desiati scrive con leggerezza e precisione, non aggiunge parole superflue a corredo dei suoi personaggi. Il paesaggio salentino, la vita affascinante e scarna di paese, ma prima ancora il lavoro in Svizzera, sono raccontati con esattezza, senza mai cedere alla cavillosità. I salti temporali del romanzo, che abbraccia un periodo che va dal 1975 al 2011, sono armonizzati dai personaggi che crescono mantenendo sempre le loro paure, i loro giochi di luce e ombra che li caratterizzano, il loro incanto che resiste al tempo. Non stona, in questo modo, neppure il finale, ambientato sul tetto del cravattificio, dove le lavoratrici si sono issate per far valere i propri diritti di fronte alla volontà dei nuovi padroni di trasferire la produzione all’estero. Lo scrittore salentino si tradisce solo in alcuni punti, dove prova a spiegare i suoi personaggi; lo fa poco, senza insistere, ma compromette così la naturalezza dei personaggi stessi, delle due donne in particolare. Usa poche parole in questi casi, poche righe, lasciando sulla carta il tentativo di descrivere l’essenza di Arianna e di Mimì, che non hanno certo bisogno di un tale filtro per raggiungere il lettore.
Amore e morte, per ricapitolare. Una storia leggera in superficie, quasi mai banale, e di una profondità che sa mantenere il fascino dell’immediatezza.

Mario Desiati, Ternitti, Mondadori, Milano 2011

Conaltrimezzi ha deciso di recensire i 5 finalisti del premio Strega 2011:
Storia della mia gente di E. Nesi (Bompiani) – 60 voti
Ternitti di M. Desiati (Mondadori) – 49 voti
L’energia del vuoto di B. Arpaia (Guanda) – 49 voti
La vita accanto di M. Veladiano (Einaudi) – 49 voti
La scoperta del mondo di L. Castellina (Nottetempo) – 45 voti

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