Da lunedì è tornata la calma pre-universitaria in via Altinate e in tutta Padova. L’unico grande via vai che rimane, e che roseguirà ancora per qualche settimana, è quello cadenzato dalle matricoline di ogni ex-facoltà, riconoscibili per i trolley posticci e le cartine della città in mano. Ora non c’è più coda per entrare al San Gaetano, qualcuno torna sui suoi passi solo se i posti della biblioteca civica sono già esauriti.

Insomma, il Padova Vintage Festival ha chiuso i battenti restituendo alla città il suo centro culturale, senza strascichi e lunghi addii. Alla svelta, con la stessa rapidità con la quale ha stravolto e imbizzarrito il ritmo di vita, l’abbigliamento e i gusti di chi, questo Festival, è venuto a vederselo per ogni x, a costo di farsi una fila lunga fino alle Riviere.

la file di persone in attesa di entrare al Padova Vintage Festival
Ma è il caso di fare qualche passo indietro e capire qualcosa in più di questo fine settimana vintage che ci siamo lasciati alle spalle.

Noi di CAM non siamo arrivati vergini al festival. L’anno scorso, a maggio, ci arrivò una mail “per definire la nostra partecipazione al Festival 2011”. La firma era di Paolo Orsacchini, direttore artistico assieme ad Andrea Tonello del Vintage Festival. Un po’, sulle prime, ce lo siamo chiesto: cosa c’entrano CAM e il vintage? Ma non ci siamo fatti troppe domande e abbiamo deciso di incontrare Paolo, sentire la sua proposta.

Da quel momento in poi abbiamo capito cosa vuol dire organizzare questo Festival secondo la concezione di questi organizzatori: energie, tempistiche, collaboratori, luoghi, sponsor, ecc.: un concept artistico spregiudicato e fantasioso, condito da idee balzane, tocchi di stile e una strategia comunicativa impeccabile, tanto da far dire a Diego Dalla Palma, uno dei relatori del Festival, “che dovrebbero venire quelli del Vaticano, qui, a prendere lezione di come si fa comunicazione”.

lo stilista intervistato da CAM

L’anno scorso abbiamo collaborato come media partner, seguendo gli eventi in programma e occupandoci degli uploads live dei contenuti dei workshop. Quest’anno le cose sono andate diversamente: innanzitutto abbiamo capito che il Vintage Festival dell’anno venturo lo si incomincia a progettare dal lunedì successivo alla chiusura del Festival precedente, e che non è strano sentirsi dire, in marzo, “siamo ancora indietro per trovare alcuni sponsor”.

Se sali nella giostra di questa organizzazione, ti rendi conto di dove possa arrivare il connubio di serietà e follia, di sparate alle stelle e progettazione maniacale dell’evento. CAM, dopo aver curato le anticipazioni degli ospiti sul sito ufficiale del Festival, ha trasferito la propria redazione al San Gaetano per tutto il week end. L’ex sala-Apple è stata trasformata per l’occasione in sala redazione e angolo interviste, con un gusto chic eccentrico e accogliente e le poltrone vintage a fare da cortocircuito con i Mac, gli iPad e le fotocamere digitali.

Da lì, a stretto contatto con lo staff di fotografi e videomakers coordinati da David Prando, abbiamo curato le video-interviste ai main characters arrivati al centro culturale: stilisti, vj, imprenditori, musicisti, giornalisti, fotografi e sponsor. E, con un occhio da insider e uno da visitatori, proviamo a raccontare e a fare un primo bilancio di questa tre giorni compulsiva.

La macchina organizzativa

Redazione CAM al San Gaetano

L’afflusso al Festival ha confermato le cifre della seconda edizione: in attesa delle stime ufficiali, dal San Gaetano sono passate più di 30.000 persone, mica niente. Gestire l’arrivo degli ospiti, coordinare i volontari e lo staff, dai fotografi agli addetti stampa, rischiava di sfuggire di mano. Ma con calma olimpica e savoir faire, ogni intoppo è stato ridimensionato a contrattempo prevedibile in un evento di questa mole. Parlo, ad esempio, della defezione di Kris&Kris, non pervenute per problemi di salute di una delle due presentatrici, della regolazione dell’afflusso nei pomeriggi del sabato e della domenica, non sempre fluido per via delle misure di sicurezza del centro culturale, della pulizia dei graffiti, fatti dai soliti ignoti delle nottate padovane, in tempi record.

Le persone

Ci vorrebbe un intero post, lunghissimo, per raccontare l’umana specie presente al vintage. Eppure, per farsi un’idea, basta dare un’occhiata agli album fotografici della pagina facebook del Festival. Il Gira la moda cui abbiamo assistito è stato un mix di look eccentrici e scentrati, di acconciature improbabili e bellissime unite a camuffamenti vintage dell’ultimo minuto. Abbiamo visto giovani in stile anni ’50 ridere e piangere, signori attempati rispolverare look dei loro anni migliori; c’era addirittura, immancabile, un sosia di Elvis. E ci piacerebbe sapere, per ognuno di loro, qual è il fascino irresistibile del vintage, quale la molla che li ha portati al San Gaetano, come una calamita a 360 gradi in grado di attirare a sé migliaia di persone, con il suo doppio polo che unisce passato e presente.

Avanti e indietro

CAM, assieme allo staff di fotogrfi del Vintage Festival, intervista Andrea PezziNessuno vuole un vintage malinconico, stantio, nostalgico. Né gli organizzatori, né, tantomeno, gli ospiti di questi giorni. Su questo si pronunciano un po’ tutti, anche con punti di vista diversi e non privi di critiche al vintage stesso. Basta ascoltare le parole di Andrea Pezzi per averne un piccolo assaggio: “Il digitale è per sua natura tutt’altro che vintage, la rivoluzione digitale ha prodotto la fine della materia: il digitale è invisibile, qualcosa che non puoi toccare. Non è possibile, se non per via di una simulazione, creare l’invecchiamento, che però nei video non è poi così interessante”.

Lo sguardo retrogrado è solo il “la” per un passo da compiere oggi, per recuperare stili e atteggiamenti senza dimenticare dove e come viviamo. Certo, non possiamo generalizzare questa considerazione, in fin dei conti ognuno porta un po’ il pensiero che vuole al Festival, e il freak va a braccetto con l’hipster e il radical-chic, senza tante storie. Ma se il passato fa breccia negli anni ’00 in questo modo, all’interno di un Festival dinamico e invitante, di quelli che fanno gola, che senso ha ingabbiarci nell’eterno dilemma su quale sia (o sia stato) il tempo migliore in cui vivere? Avanti tutta, quindi, ma senza perdere di vista lo specchietto retrovisore.

Padova senza vintage

Da oggi Padova è tornata ad essere una città senza vintage. O meglio, una città con un Festival appena terminato. Gli entusiasmi si spengono facilmente, come sempre, e la fine di queste tre giornate arriva dopo un lunghissimo hangover post lavoro e divertimento, sia per gli organizzatori che per molti dei partecipanti. E l’impressione è che ci si possa dimenticare in fretta, lasciando scorrere e dimenticare anche questo evento. Ma il Vintage Festival lascia qualcosa. La capacità di gestione, l’affluenza di pubblico, la potenzialità espressiva legata agli stili non passa inosservata: sono queste le cose che continuano a impressionare i fruitori del Festival e, più su, non pochi assessori comunali e regionali. Padova sa regalare qualcosa di prezioso, anche sul piano culturale. Ma la proposta parte in questo caso da forze giovani, non necessariamente legate al mondo universitario. Insomma, l’impressione è che qualcuno ci sappia fare: in attesa di conferme, ci prepariamo per la prossima edizione.

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