Pompei Review Recensione Toni Alfano

Ok, è la prima volta che recensiamo una graphic novel. Ok, è la prima volta che non riusciamo a dare una votazione. Ma Pompei, malgrado gli sforzi, rimane un rompicapo incomprensibile per quanto carino e suggestivo. Da consigliare a chi apprezza l’ebbrezza del capogiro e la poesia (random?) malinconica/esistenzialista di un incasinato diorama di parole e immagini.

Non leggo fumetti e se è per quello leggo sempre meno libri. Poi arriva questo Pompei, esordio editoriale di Toni Alfano, a lanciare una sfida a chissà quale prototipo di lettore. Una sfida che non scanso ma che non colgo.

E così mi sono ritrovato a recensire una graphic novel laddove qui di solito parliamo di libri. Diciamo che mi sono immediatamente reso conto che l’anomalia non consisteva tanto in una questione ontologica che vuole contrapporre la letteratura e il fumetto, bensì nella difficile comprensione di questo ennesimo ufo editoriale targato Neo Edizioni.

Perdonatemi l’inciso, ma, non so voi, data una certa insofferenza verso i freaks le velleità che di tanto in tanto emergono dal panorama letterario del nostro Paese, sono solito pormi due interrogativi che l’opera che voglio fruire dovrebbe secondo me sciogliere.

1) Cos’è?
2) Perché è stata pubblicata?

Se ci pensate si tratta di due domande facili facili le cui risposte dovrebbero in qualche modo essere alla portata del lettore. Che è pur sempre un consumatore.

Nel caso di Pompei mi sono trovato subito in difficoltà. E indovinate un po’? Sfogliandolo e leggendolo non ho fatto altro che complicarmi la vita.

Pompei-Slide-01

Toni Alfano è un artista e illustratore che ha firmato quasi tutti gli artwork della Neo. In questo caso ci troviamo di fronte a un rompicapo, mettiamola così, liberatorio, almeno – mi auguro – per l’autore, che tiene in qualche modo a fornirci di una sua personale e misteriosa anamnesi (questo è quello che sono arrivato ad ipotizzare).

Leggeteci se volete l’esigenza di ricostruire un trauma, di completare un processo di trivellazione emotiva, di coagulare un percorso artistico in un prodotto da scaffale, non lo so, fatto sta che ho trovato Pompei un’opera pressoché insondabile tanto è introspettiva e probabilmente impossibile da spiegare neanche con un numero infinito di battute.

“Quanto segue non è la rievocazione di un fatto del passato, ma il racconto dei nostri giorni, dei nostri drammi individuali e sociali, attraverso quel simbolo.
Pompei, disintegrata dalla forza della natura, dissolta nella materia e consegnata al mito senza tempo.
Così come le nostre vite, le nostre relazioni, i nostri ruoli, sono solo frutto di identificazioni, illusioni, destinate ad essere riassorbite nella forza che le ha generate: un sogno”

Questo è quello che scrive l’autore come intro: mah. Io ci vedo cinque capitoli a se stanti che in realtà testimoniano un corpo smembrato e che alternano scale di grigi e campiture rosse. L’interpretazione risulta ostica, se esiste una chiave di lettura non l’ho mai trovata né ipotizzata, né ho individuato il giusto rapporto da instaurare con questa sequenza di tavole dal tratto, va detto, accattivante, alle volte nervoso, altre volte più morbido e opaco. Va da sé che in questo modo non mi sono mai sentito nella condizione di intraprendere una dialettica comoda e tranquilla con l’opera.

Mettici poi una serie di accostamenti volutamente stonati e riferimenti distanti nel tempo e nello spazio tanto da ricostruire un immaginario acido e surreale. E il sospetto che sotto un simile diorama di paroleimmagini ci sia il solito stagnetto malinconico-esistenzialista nel quale amano sguazzare coloro che si impressionano, sospirano, mugugnano di fronte a qualsiasi smarrimento-ricordo-vertigine-spunto-occasionale-di-riflessione-sulla-condizione-umana-e-sulle-sue-sofferenze-per-apparire-profondi. Sì insomma, quel tipo di lirismo cursorio lì.

Esempio. L’autore che si autoritrae dopo aver brindato con Frankenstein che suona un pezzo dei Violent Femmes (davvero) e che fissa fuori da una finestra: “L’universo è meraviglioso. Mi ci perdo dentro, tra infinite galassie, alla ricerca del mio riflesso. (…) Sono adulto e nel pieno del mio vigore. Decido consapevolmente di superare quel confine. Di togliere il velo del tempo e dello spazio”.

Poi per la cronaca l’autore si butta dalla finestra. Dice di poter volare, dice che tutto diventa più intenso, che riesce a sentirsi finalmente vivo e che tutto diventa bianco, fine della storia. Si passa ad un altro episodio e, insomma, ecco l’effetto un po’ cheap che smorza tutto quanto.

Pompei-Slide-04

Le vertigini creative di Alfano seducono fino a quanto ce n’è. La carica emozionale in alcuni punti zoppica, in altri un po’ ti stupisce, in una ricerca strana e non ancora efficace e consapevole del sublime. Che non raggiungi per mezzo di un patchwork onirico e grossolano se non possiedi i bisturi affilati.

Al caos denso e perturbante aggiungeteci digressioni, ellissi, ossessioni, didascalie che sembrano plugin aggiunti a nessun nucleo. In questa sfuggente fluidità, come se non bastasse, ci trovate troppi elementi disomogenei (persino provenienti da culture esotiche e aliene) come fossero delle trappole messe lì apposta per farci perdere la pazienza fede sulla reale organicità dell’opera.

“Se puoi sognarlo, puoi farlo” diceva quello stronzo di Walt Disney e ce lo dice Alfano all’inizio del terzo capitolo, che improvvisamente passa dall’inchiostro alla matita (perchè?!). E in virtù di cosa? Un sedimento carsico di linguaggi, tecniche e codici che intorbidiscono il tutto e che sembrano scommettere su singole suggestioni o ispirazioni messe una dopo l’altra.

“Prendi un mattone rosso, mettilo in tasca ed esci a fare una passeggiata. Quando incontri una persona che ti piace veramente regalalo a lei. Dille che quel mattone l’hai tolto da un muro. Ora da quel muro ci si può vedere attraverso”. pg. 27

“Anni fa un caro amico mi regalò un taccuino, in occasione di un viaggio che feci. Da allora ne porto sempre appresso uno dove registro quello che mi pare; poi rileggo tutto e scopro di non conoscermi affatto” pg. 31

E così, da Pasolini (il capitolo 2 si intitola Transumanar Riorganizzar, come l’ultima raccolta di poesie di PPP), si passa all’onironautica presa in prestito di Van Eeden (capitolo 3), mentre tutto era cominciato con l’Uttara Gita (capitolo 1). Di questo passo il lettore non può che cogliere contenuti semantici incidentali, con il peso di una voce narrante qualche volta stucchevole. Poi, tutto d’un tratto, scordatevi personaggi e baloon come succede nei fumetti classici. I continui monologhi rallentano il flusso delle illustrazioni ai quali è affidata una consequenzialità più interessante ed evocativa. Per rendere l’idea: un film strano, che a tratti ti rapisce, ma doppiato male. E così l’incantesimo si inceppa.

Insomma, io non sono riuscito a comprendere la natura e le ragioni di quest’opera. Pompei non può essere definito un “romanzo di formazione” come compare in epigrafe (dai, non ne ha gli elementi né l’aspetto!) e nemmeno una “graphic novel” visto che, se le parole hanno un senso, qui di “novel” c’è poco niente.

Pompei-Slide-03

Perciò la sensazione è che ti rimane in mano qualcosa dall’alta concentrazione simbolica, in sospeso tra lettura e contemplazione, composizione e scarabocchio. Una cosa che puoi trovare nello scaffale di fianco a Gipi, Pazienza, Moebius, Neil Gaiman e l’ultimo Lynch se solo disegnasse anche fumetti.

È anche vero, come ho appreso quand’ero più giovane e spensierato, che la poesia, le sue parole e le immagini evocate si giustifichino per se stesse, o per lo più attraverso delle relazioni. Qualche volta ci giunge in soccorso la metrica, un qualsiasi esoscheletro ritmico o chissà quale costrutto per dare percussione e sostegno, ma alle volte nemmeno quello. Perciò si rimane soli con il senso che l’autore ha dato all’opera ma tale senso rimane celato. E qui il lettore è costretto a rivestire i panni dell’archeologo e/o del filosofo.

In una graphic novel (credo) ciò avvenga attraverso una giustapposizione tra immagini e testo a sostegno di un’idea dell’opera. Rinunciamo pure a una concatenazione razionale di eventi, parole, personaggi. Gettiamo alle ortiche qualsiasi esigenza diegetica, nemmeno troppo user friendly, ma allora mi chiedo: che cosa rimane?

Magari per alcuni il gusto dell’esplorazione o il puro e semplice capogiro. Per questo io credo che Pompei, tutto sommato, può piacere a molti. Ma da lettore-consumatore dico che questo esordio di Toni Alfano mette soprattutto confusione nella testa.

E da lettore critico tra i tanti dubbi mi va di sottolinearne uno su tutti: fin dove la “stranezza” può essere considerata un valore aggiunto?

 

Toni Alfano, Pompei, Neo Edizioni, 2014, 136 pag.

 

Related readings:

Mi fido dei riferimenti nella scheda fornita dai ragazzi della Neo: Esterno notte di Gipi, Pompeo di Andrea Pazienza, Inside vol.1 di Moebius e Sandman di Neil Gaiman.

Pompei-Slide-02

 

Commenta l'articolo
La tua e-mail non sarà pubblicata
  • ( non sarà pubblicata )