Berlusconi trash

TRASH, KITSCH, CULT, POP: ONOMATOPEE DEL POSTMODERNO
Raccolta differenziata di nomenclature abusate ma alle volte poco chiare

CAM#05: leggi e scarica gratis

Uno fa presto a dire “trash” ma spesso si ignora una costellazione di termini e categorie che orbitano attorno ad un nucleo semantico di per sé aleatorio. E questo la dice lunga sulla condanna all’arbitrarietà della nostra lingua, sempre più esterofila, confusa e disorientata. Di che cosa sto parlando? Di parole simili ad onomatopee che hanno invaso il nostro vocabolario: trash, kitsch, cult, pop, ma non solo. Partirei proprio da “pop”, da dove tutto ha avuto inizio. Pop come abbreviazione di “popular” e sinonimo di cultura di massa. Pop come il genere musicale o come una delle forme d’arte più pervasive del ‘900.

In un ipotetico albero genealogico il termine pop starebbe in alto, dal quale si dipanerebbero un sacco di diramazioni. È un fatto prettamente gerarchico: qualsiasi cosa che non appartiene ad una forma di cultura alta, o d’élite, o di bassa diffusione, è pop. Tutto il resto non lo è. Qualsiasi cosa pop è massificabile, globalizzabile, spendibile, speculabile, di successo. E qualsiasi cosa pop è potenzialmente trash. Da qui l’inconveniente di considerare trash qualsiasi soggetto pop, quasi si trattasse di una categoria equivalente, una sorta di “tuttologia”.

Non è così. Ma è anche vero che il trash è una forza onnivora, capace di “contagiare”, o meglio, fagocitare, qualsiasi oggetto o concetto. Ricapitolando: qualsiasi cosa, fenomeno, pensiero, può essere pop. E qualsiasi cosa, fenomeno, pensiero, pop o meno che sia, può essere trash. Perciò non tutto ciò che è trash è anche pop e viceversa. Poiché il trash è una piovra dai mille tentacoli. È un blob in grado di infiltrarsi in enclavi strette ed anguste, repulsive ed esoteriche, lontane dalle dimensioni cosmopolite e globalizzanti della cultura di massa.

Altro termine molto in voga: cult. Cult come culto ed oggetto di culto. Lo può essere un crocefisso, come un album musicale, tanto quanto una pellicola cinematografica, o un indumento. Qualsiasi soggetto pop può diventare un cult. Molto più facile se tale “mitopoiesi” viene assunta da una comunità più ristretta di persone. Il postmoderno è difatti un concentrato piuttosto eterogeneo di subculture e tribù (tutte potenzialmente massificabili o già massificate) ciascuna con i propri cult: di qui un caotico pantheon di cult, che non lo sono, perché non lo possono essere, per chiunque.

In poche parole, un oggetto pop può aspirare a diventare un cult, cioè un’icona in grado di sopravvivere al celere ricambio del consumo e della moda. È per questo motivo che il postmoderno potrebbe essere anche letto come una sorta di “politeismo materialistico”, dove il divino si misura nella trascendenza di oggetti che non subiscono il logorio del tempo, chimera della nostra società.

Un vocabolo assonante a cult è pulp. Pulp è un qualcosa di più caratterizzante. È il titolo di un romanzo di Bukowski, uscito postumo, nel 1994, ma è soprattutto un genere di fiction. Quindi stiamo parlando di letteratura, dalle storielle dei pulp magazine degli anni ’20 ai Cannibali italiani degli anni ’90, e di cinema, dalle pellicole exploitation degli anni ’70 alle rievocazioni tarantiniane. Pulp è quindi al tempo stesso un determinato campionario iconografico, restituito secondo una determinata attitudine: efferatezza ed irriverenza, risate e raccapriccio. E rappresentazioni di genere: poliziesco, arti marziali, erotismo, action, western, splatter, slasher, horror, noir.

Per queste ragioni il pulp viene talvolta confuso, erroneamente, con il trash, mentre il pulp non è altro che un suo sottogenere, tra i più evidenti ed egocentrici. Ma pulp e trash sono concetti non sempre sinonimi. Il trash è una categoria estetica più vasta, per il semplice motivo che ha la possibilità di operare in qualsiasi ambito della cultura di massa e non. Il pulp è invece una delle sue possibili declinazioni, un qualcosa di più selettivo. Una combinazione di simboli ed atteggiamenti. Una narrazione.

Il pulp è inoltre affiancato da altri sottogeneri. Estetiche al limite del trash che rispondono al nome di weird e bizzarro fiction. Rappresentazioni che indagano il mondo dell’inusuale, dello strano, tra horror, fantascienza, anomalie umane. A differenza del trash si mantengono alla larga dalla cultura di massa, come dei freaks, delle creature inconsuete ed underground. Al realismo anatomico delle forme e degli intrecci viene preferito il surreale, l’astratto, lo smarrimento e l’inquietudine. Una narrazione spesso allucinata e volutamente straniante, sino a confondersi con l’espressionismo o ad arrivare al nonsenso. Stiamo parlando di satelliti orbitanti attorno al mondo trash, che hanno molti punti in comune con esso – feticismo, satira, grottesco – ma che possiedono una diversa indole.

E poi arriviamo al kitsch. Qui il discorso si fa più interessante e un pochino più complicato. Personalmente ho una visione romantica del kitsch, senza la quale non vi può essere distinzione tra kitsch e trash, categorie, a parere di qualcuno, quasi del tutto sovrapponibili. Secondo me non è così. Il trash può essere nazionalpopolare, il kitsch non sempre. Il kitsch solitamente ha a che fare con la sfera più intima dell’animo umano, una mozione popolare, umile, che presuppone un legame empatico con l’osservatore che è diverso dall’interprete/possessore del soggetto kitsch.

Un soggetto kitsch è inoltre esteticamente analfabeta. Non comprende il bello, al massimo lo può goffamente interpretare, ma non per questo non può ambire al sublime, in quanto svenevole rappresentazione di un collettivo senso del patetico. Il trionfo del kitsch è la commozione dell’osservatore, che rimane disarmato, senza parole. Un’emozione, un turbamento diversi dalla sindrome di Stendhal. L’obiettivo del kitsch è l’affetto, il feticismo. Quello del trash il disgusto, o al contrario, la seduzione dell’orrido, o ancora la propaganda (tale è l’ambiguità del trash). Il kitsch è una degradazione sublime o, viceversa, una sublimazione degradante. Il kitsch porta con sé l’innocenza. È trash inconsapevole, ingenuo e, per certi versi, incolpevole.

In poche parole, il kitsch non sa di esserlo, ma lo appare agli occhi degli altri. Al contrario il trash talvolta si rivendica come tale. Il suo è un orgoglio maleducato, strafottente, ipocrita. È un qualcosa di più spudorato e di meno sottile. Il kitsch invece è naif. Se così non fosse, non avrebbe più molto senso porre una distinzione tra kitsch e trash, che sono comunque fenomeni alle volte invertibili. Nel senso che il kitsch può tradursi immediatamente in trash se il soggetto in questione viene in qualche maniera modificato, rettificato, sollecitato. Anche se, naturalmente, ci muoviamo nel terreno della relatività (e del cattivo gusto), poiché trash e kitsch non sono affatto categorie oggettive e nemmeno statuti immobili. Non mi sto spiegando bene? Facciamo qualche esempio.

Il salotto di merletti della nonna, l’odore da chiuso, da naftalina, le maioliche dipinte, l’altarino con qualche foto-epigrafe, il crocefisso, il rosario, la Madonna, il vasetto di fiori finti. Questo è kitsch. Il papa ingioiellato, la tunica con i ricami in oro, la mitria istoriata, il pastorale tempestato di gemme, le babbucce rosse ai piedi con le quali sfila davanti alla folla. Questo è trash. Eppure entrambi sono pareri opinabili.

Il salotto della nonna, per la nonna non è kitsch. Così come i corredi papali non appaiono trash agli occhi di un vaticanista, ma lo sono secondo un disoccupato, un senzatetto o un ateo. Rimanendo in argomento sacro/profano: le statuette di Padre Pio che affollano le bancarelle di San Giovanni Rotondo sono kitsch, ma al limite del trash per via dell’effetto prodotto dall’accumulo. Diventano trash dal momento in cui esse vengono accostate, nelle medesime bancarelle, accanto al busto di Mussolini. Padre Pio, in questo caso, diventa trash per attrazione, a causa dell’accostamento. Entrambi considerati oggetti cult per una determinata collettività o clientela.

Una donna anziana che si commuove per aver ritrovato dopo trent’anni la cugina emigrata in Argentina è kitsch, ma lo è solo per chi non sta vivendo quel momento in prima persona e lo osserva con colpevole imbarazzo. Se l’osservatore si commuove entra anch’esso a far parte del medesimo ente kitsch. La scena diventa trash se invece viene contestualizzata in un programma televisivo con i riflettori puntati addosso, le zoomate insistenti delle telecamere, i microfoni che colgono i mugolii del pianto, il jingle orchestrale ad accompagnare gli abbracci impulsivi e passionali, la presentatrice bionda platinata in abito da sera che osserva la scaletta della serata in mano e la gente della platea che applaude. Sandro Bondi è kitsch. Il suo berlusconismo bonario, sussurrato, gentile. C’è qualcosa di fanciullesco in questo suo sentimento, qualcosa di platonico, di affettuoso. Emilio Fede è invece trash. Spero di aver chiarito il concetto.

Se così non fosse proviamo a riassumere quanto detto anche con le precedenti categorie con un’immagine maggiormente efficace e più completa. Il Duomo di Milano. È cult, inteso come luogo di culto, ma anche come simbolo di una città e di una collettività. E di conseguenza è pop dal momento in cui si tratta di un luogo fruibile a chiunque. Ma si tramuta in un oggetto kitsch quando viene ridotto in scala e riprodotto in un materiale plastico o di polvere di gesso. Un destino comune a molti monumenti che divengono paccottiglia da bancarella. Il classico souvenir che preferiresti non ricevere.

Si tratta di un processo inevitabile nel postmoderno: il bello oggettivo diviene prima o poi oggettistica. Vedi la Torre di Pisa abatjour, il Colosseo portacenere, il David di Michelangelo grembiulone da cucina, ed infine il Duomo di Milano fermacarte o fermaporte. Un oggetto kitsch, con una sua funzione, che non è quello di essere scagliato addosso alle persone. Il Duomo di Milano diventa pulp nel momento in cui si imbratta del sangue di Silvio Berlusconi. E si evolve in un qualcosa di terribilmente ed inevitabilmente trash quando lo si considera un fenomeno che va ad aggiungere all’iconografia berlusconiana un nuovo capitolo ricco di particolari truculenti, drammatici ed involontariamente comici.

Il Duomo di Milano, da capolavoro assoluto dell’arte, miracolo dell’architettura, tempio sacro, riferimento urbanistico e spirituale, souvenir pacchiano, arma contundente, evento catodico, tormentone mediatico, diviene il simbolo di una fenomenologia totalmente discordante con il referente originale da produrre un’irriverente vertigine. Ecco: tutto questo è dannatamente trash.
Ora è chiaro? Sì, lo so. Viviamo tempi davvero curiosi.

 

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=FbCXWFq14Yg]


Venite a trovarci anche su:

CAM#05: leggi e scarica gratis

Commenta l'articolo
La tua e-mail non sarà pubblicata
  • ( non sarà pubblicata )