CONALTRIMEZZI#06

TROPPO INVISCHIATO NEI VOSTRI SFACELI
Quando la canzone sublima la rabbia. Una lettura di Io se fossi Dio di Giorgio Gaber.

Cecco Angiolieri lo si legge quasi per gioco, con un sorriso stampato a mezza bocca tra l’ammiccante e il compiaciuto. E come potrebbe essere altrimenti? Nel suo sonetto più noto l’immaginazione lo porta a pensarsi forza della natura, legislatore supremo: Cecco si fa fuoco, vento, acqua. Diventa papa, imperatore, Dio. Ha il potere e con il potere distrugge, brucia, sommerge il creato e l’uomo che nel creato sguazza. Poi ritorna uomo, la velleità cede il posto al reale, Cecco è di nuovo Cecco e può dedicarsi in toto alle “donne giovani e leggiadre”, come meglio gli si confà. La parola del poeta affascina, si trasforma in un “personalissimo giudizio universale” senza possibilità di appello, salvo sgretolarsi infine di fronte all’impotenza della condizione di uomo, alla quale l’Angiolieri torna come fosse l’ultimo rifugio – unico possibile – con sottile ironia.

I quattordici versi di Cecco Angiolieri, dopo aver ribollito per secoli nel calderone della tradizione letteraria nazionale riemergendo di tanto in tanto in superficie, arrivano lontano, incrociando le strade di due grandi cantautori del secolo scorso: Fabrizio De Andrè musica la sessantottina S’i’ fosse foco – l’album in cui è presente, Volume III, viene pubblicato proprio nell’anno del Maggio francese – e ne fa una ballata da ascoltare tutta d’un fiato, con chitarra rullante e fisarmonica a scandire il ritmo del delirio immaginativo.

Ma una vena diversa scorre in corpo a Giorgio Gaber quando scrive Io se fossi Dio; correva l’anno 1980. Il debito verso il poeta trecentesco è già nel titolo, riecheggia nelle strofe, nell’anafora continuata e ossessiva di un periodo ipotetico – ripetuto 23 volte – che oscilla tra la minaccia e l’immaginazione più spietata. Conta 34 ricorrenze la sola parola “Dio”, basso continuo del pezzo. Gaber non gioca con la parola, l’immaginazione è solo il “la” per un’invettiva, lucidissima, contro gli altarini prodotti da una società borghese che si specchia nelle chiazze impolverate del recente passato, negli anni che il terrorismo ha tinto di angosce e contraddizioni, passando per gli omicidi di Pasolini (1975) e di Aldo Moro (1978).

Gaber sembra averne per tutti: le sue stilettate sono scalpelli che grattano la superficie e vanno dritte alla natura delle cose, senza ricami. Riescono a concentrare in poche parole, in una semplice descrizione o in una definizione-lampo, il ritratto del loro bersaglio. Stile icastico quello del cantautore milanese, che condensa la rabbia in immagini, trasforma uno sfogo e un senso di insofferenza nei confronti della società in musica che avanza, gonfiata da archi e immancabili trombe del Giudizio, a scandire il ritmo del transumanare dell’io-uomo in Dio, partendo dalla sua presenza curiosa e spiona fra la gente fino ad arrivare alla sua uscita di scena, explicit con disincanto e allontanamento, ai confini della rassegnazione.

Il volo pindarico in cui Gaber si lancia è tripartito: l’uomo si innalza verticalmente facendosi divinità, quindi si precipita a capofitto pescando qua e là i peccatucci e le colpe degli uomini, attaccando senza riserve giornalisti, politici, borghesi, lambiccandosi sulle mosse che farebbe se vestisse i panni del Creatore. Finisce poi col chiamarsene fuori, rifugiandosi in campagna, una volta compresa la lezione che vuole la lontananza come “unica vendetta, unico perdono”. È un Dio “sempre presente”, avido di sapere, di osservare inosservato il comportamento degli uomini, ma è al contempo uno spettatore esterno, che preferisce e rimpiange, spara a zero e critica; un Dio che deve al fin della tenzone riconoscere la propria impotenza, il proprio delirio d’immobilità causato da una vicinanza troppo stretta e nociva – poco divina – con il genere umano: “ma io non sono ancora / nel regno dei cieli / sono troppo invischiato / nei vostri sfaceli”, recita il ritornello. Questo Dio è fin troppo simile agli uomini, vive delle stesse passioni, si incendia della medesima ira. Ecco allora le contraddizioni di questa divinità impetuosa e immaginaria, che inizia col gettarsi a capofitto tra i mortali in preda al desiderio di giudicare e mimetizzarsi e finisce con un ipotetico quanto improbabile autoesilio, saldando così le due facce coesistenti di Gaber-Dio-fittizio e Gaber-uomo.

Questo Dio emette il suo giudizio senza peli sulla lingua. Il cantautore scaglia le sue frecce più acuminate contro i piccolo borghesi e le loro ridicole incoerenze, dietro alle quali si annida la più disarmante fragilità. Attacca il padre di famiglia, un “coglione, […] un delinquente, […], una canaglia che ha tentato pure di violentare sua figlia”; passa al vaglio i giornalisti, “specialmente tutti”, rei di essere schiavi del gusto per l’effetto ad ogni costo, di essere incapaci di pensare con la propria mente pur rivendicando a testa alta il loro diritto di scrivere. Alza la voce per sfatare il mito di Aldo Moro, acclamato e compianto all’epoca dei fatti, dopo l’omicidio di via Caetani, come il più grande statista italiano. Il grido si leva, colmo d’ira, contro lo spirito da “santo subito” che ha animato l’opinione pubblica, portandola a trasfigurare un uomo in un simbolo, lasciando invece a margine quello che Moro realmente era, nel male più che nel bene – dice Gaber – cioè un politico. Eppure, in questo spietato affresco di bersagli ben delineati c’è spazio anche per il silenzio, per un vuoto che reclama la sospensione del giudizio. Di fronte ai brigatisti, agli attentatori e ai guerrafondai, ogni parola viene meno e resta “solo lo sgomento”.
Nasce dall’odio, Io se fossi Dio, da un odio che non può essere represso e cerca un modo di manifestarsi. Ecco la svolta. La rabbia si trasforma in amore per la parola, nella fiducia in ciò che l’uomo può ancora dire, scrivere, cantare. La canzone diventa lezione di stile, via preferenziale per manifestare un pensiero, un’angoscia profonda. Fa paura il testo di Gaber, e fece paura all’epoca. Le radio censurarono il testo. La Carosello, casa discografica del cantautore, temeva che il brano avrebbe potuto intaccare la reputazione dell’etichetta, così il singolo venne inciso dalla piccola F1 Team.

A trent’anni di distanza, la gente è ancora incazzata. Per quest’Italia sempre più in crisi e indebitata, svigorita nei suoi valori civili, ammaestrata all’ammiccamento verso piccole cose di pessimo gusto. Un’Italia che fa schifo agli italiani, che toglie ai cittadini la voglia e le energie per affrontare e spazzare via quello stesso schifo. Ma ancora non si è trovata la forza di smascherarla, di cambiarla radicalmente; forse, questo è il punto, non si è ancora trovato il modo. Certo, le canzoni non rimettono in piedi un Paese. Ma ci sono musiche e parole che svegliano, spingono, alimentano energie. Basti pensare a We shall overcome, che si fece largo nel corso del Novecento attraverso le voci e le corde di cantanti e musicisti più o meno noti, fino a diventare l’inno dei lavoratori afro-americani e della lotta per i diritti civili in America. Il successo di questo canto di libertà deve molto alle registrazioni di grandi artisti. Basti citarne due: Joan Baez, che fece suo il brano nel 1963 e lo cantò in numerosissimi concerti ed eventi; Bruce Sprengsteen, che incise nuovamente il pezzo nell’album omonimo del 2006, dando continuità a un canto mai sopito negli orecchi e nelle coscienze dei cittadini americani.

Io se fossi Dio sembra non lasciare posto alle speranze, non c’è nulla che faccia presagire una pars construens. Ma è un testo che spiazza e disorienta, che mette spalle al muro la realtà: ben venga anche la rabbia allora, se c’è arte in grado di sostenerla, forme in grado di sublimarla in canto di protesta.

Ci sono domande che sorgono spontanee, si presentano come spin off obbligati per chi ascolta questo brano; riportano l’attenzione all’oggi, ai giorni che viviamo adesso, a tutte le cose davanti alle quali una persona vorrebbe dire: “non ci sto!”, le stesse cose a cui non sempre riusciamo a dire no, a trasformarle in qualcosa di diverso. Sono domande, queste, che restano impresse e fanno incazzare la gente. Chiedono risposte vere, però, chiedono una presa di coscienza. Chi riuscirà a cantare con pari lucidità gli scheletri nell’armadio del nostro Paese? Chi avrà coraggio di esporsi a tal punto da non lasciare nel limbo comodo e omertoso del “non detto” lo schifo di questi giorni, la crisi e la disoccupazione, la nostra incapacità di sentirsi a proprio agio con l’aggettivo “italiano” appiccicato addosso?

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