Scrittori Tutti scrittori. “E io?”, “No, tu no”. Breve breviario per il tipico aspirante scrittore sfigato di Alberto Bullado. Cassano, Gattuso, Totti, Checco Zalone, Barbara D’Urso, Paolo Brosio, Fabio Volo, Benedetta Parodi, Fabrizio Corona, Marina Ripa di Meana, Patrizia D’Addario, Emanuele Filiberto. Tutti scrittori. E io? No, tu no. Questo quello che ci sembra voler dire la letteratura italiana, o quantomeno, se mai avesse oggigiorno senso compiere una distinzione tra le due cose, l’industria editoriale. Migliaia di sfigati che vorrebbero entrare a far parte dello zoo e chi dello zoo possiede le chiavi che a costoro dice, come nella celebre canzone di Jannacci, no tu no. Ma perché? Perché no. Cerchiamo di capire noi il perché. Innanzitutto c’è da riflettere circa il significato dell’essere scrittori al giorno d’oggi in Italia. L’impressione è che si tratta di un privilegio, di quale natura non si sa. Un fatto di prestigio? Forse. Sicuramente, stando a ciò che si vede in giro, si tratta di una sorta di status symbol, spicciolo e vagamente borghese. Non una vera e propria professione, poiché, come vedremo, tale titolo professionale, di fatto, quasi non sussiste. Più che altro una voce da aggiungere al curriculum. Un titolo d’appendice. «I sottopancia televisivi sono eloquenti e istruttivi su cosa significhi oggi essere uno scrittore: in genere l’appendice chic di una professione più o meno chic, un fiore all’occhiello di una vanità tanto a perdere quanto irrinunciabile. Per esempio Renhold Messner è “alpinista e scrittore”, Daria Bignardi è “conduttrice televisiva e scrittrice”, Gianrico Carofiglio “magistrato e scrittore”, Paolo Sorrentino “regista e scrittore”, Vinicio Capossela “cantautore e scrittore”, Christian Raimo “insegnante e scrittore”, Michele Giuttari “poliziotto e scrittore”. Se contate tutti gli “e scrittore” tra gli ospiti televisivi scoprirete che è raro trovare qualcuno che non lo sia, credo anzi che ormai le redazioni lo aggiungano in automatico, per non sbagliarsi» (Massimiliano Parente). Si trattasse solo di televisione… Calciatori, prostitute eccellenti (maschi-femmine, vale lo stesso titolo: prostitute), giornalisti (quelli li sopporti, poiché si tratta più o meno dello stesso mestiere: scrivere), attori/musicisti (sempre più tutto fare), ex terroristi (“dopotutto loro certe cose le hanno vissute…”) e per finire politici (no comment). Quanto siano più scrittori loro che i ghostwriters o gli editors, che magari quei libri li hanno scritti per davvero, non fa differenza. Ciò che è rilevante è riscontrare l’accessiorietà del fenomeno. Il modo in cui viene recepita la professione dello scrittore. Posso essere X, Y, Z, e poi, in secondo luogo, scrittore. E qui viene fuori tutta la bile, la frustrazione e l’invidia di migliaia di signori nessuno. L’indignazione tipica di chi non ce la fa perché non ce la può fare. Quel senso di ridicola superiorità di chi si crede di essere il Tolstoj di Montegrotto, la Jane Austen di Voghera, o che so, il nuovo poeta di Recanati. Tutti questi talenti incompresi, maledetti e non famosi. I loro capolavori non cagati di striscio, perché “non hanno i giusti agganci”, mentre una genia inqualificabile di personaggi hanno la possibilità di pubblicare qualsiasi iniquità per il solo fatto di essere loro. Gli incazzati moderati sembrano voler dire: lasciamo pure che Mughini pubblichi i propri saggi, che venga dato spazio agli ultimi sbrodoli di Ammanniti, che sia concessa la possibilità alla Clerici di pubblicare le proprie ricette. Per l’amor di Dio, siamo in democrazia, tolleriamo tutto. Anche Moccia e Melissa P, purché sia data un’opportunità anche a me! E invece no, tu no. Ma perché? Perché no. Questa la vulgata corrente. In verità non si capisce tutta questa smania di sfondare nella letteratura dal momento che essere scrittori al giorno d’oggi significa ben poco. E dal momento che il mercato editoriale è saturo, malsano e vive un momento di isterico appiattimento. Se ti vai a prendere le cifre ti viene la nausea. La media italiana di libri letti pro capite è dello zero virgola. Venti milioni e trecentomila gli italiani che non aprono un libro da almeno un anno. Due milioni e trecentomila famiglie non possiedono nemmeno un libro in casa. Forse l’elenco telefonico, se riescono a leggerlo. Eppure ogni anno stampiamo 265 milioni di libri. Più della metà sono titoli nuovi di zecca. Circa 59.000. Poi uno per forza dice: “ci sono più scrittori che lettori”. Cose che si dicono da anni, senza per forza scomodare la sagacia della Maraini. Ecco giustificate le 2600 case editrici in Italia. Ma sono solo quelle presenti regolarmente sul mercato. Perché se ci aggiungi anche tutte le altre che vivono in uno strano sottosuolo fatto di “piccole realtà alternative” allora arrivi alle 10300 e passa. Questo significa che c’è spazio per tutti? No, ma che il mondo è pieno di squali. E di gente che fa i soldi sulle spalle di grafomani cretini oltre che riempire il mercato di robaccia. Cari aspiranti scrittori, dilettanti allo sbaraglio con il capolavoro nel cassetto o nella testa, fareste bene a fare due conti e considerare le conseguenze di tutto ciò. Se negli anni ’90 la tiratura media di un libro si aggirava intorno alle 7000 copie, oggi è scesa a 500. Più della metà dei titoli vende anche molto meno. Chiaro il concetto? Più titoli sul mercato uguale tirature microscopiche. Tra royalties (2-3-4%) e tutto il resto, anche se riesci a pubblicare il tuo capolavoro, dopo anni ed anni di sforzi e sacrifici, è molto più probabile arrivare a pagare al massimo una pizza agli amici che a costruirti una qualcosa di simile ad una carriera letteraria. E non importa se il tuo era il nuovo Il nome delle Rosa. Sì, lo so, cari talenti sconosciuti. Ora vi è passata la fame. Riflettete. Tutti sanno scrivere. Tutti sono potenzialmente degli autori. L’alfabetizzazione di massa e l’accesso democratico alla “cultura” e al “mondo delle lettere”, la creazione di corsi gratuiti di scrittura ed il commercificio su più canali di “know how” fai-da-te (siti, forum, blog, guide stampate, raccolte settimanali in edicola) hanno comportato ad un miglioramento allo stato di salute della letteratura? No. Fatevi un giro per le librerie, specie quelle delle grandi distribuzioni (cioè quelle che fanno il mercato e reggono la baracca), e poi mi dite. Vi sembrerà di scorrazzare in uno strano ed inquietante supermarket d’inchiostro, popolato da aborti firmati da personaggi di cui sopra. Naturalmente non c’è solo quello, ci trovi anche maghetti adolescenti, vampiri adolescenti, o adolescenti e basta. Poi quelle due-tre dozzine di autori italiani affermati ed irremovibili, che gestiscono il proprio guscio di noce alla stregua di un impero, inghiottiti da due-trecento autori stranieri le cui copertine dei libri riportano i loro nomi in carattere più grande rispetto al titolo. Tanto per ribadire certe priorità. Se vuoi evadere dalle novità e dai romanzi pluripremiati in prestigiose kermesse letterarie, i Sanremo della letteratura italiana, ti trovi a scorrazzare su e giù per scaffali occupati dai classici, quelli che al giorno d’oggi la gente usa per arredare la casa, o dalla serialità più assidua, di genere e non, accanto ai libri dei comici di Zelig. Copia e incolla. Vale per quasi tutte le distribuzioni. A colmare i vuoti della letteratura “che conta” il celere ricambio di una marea di titoli minori, medi o mediocri, come li volete chiamare, dalla longevità di un prodotto da fast food. Ben che vada qualche settimana, un mese o poco più. Volumi che rimangono in catalogo giusto per un po’ e poi puff, il macero, la polvere, l’anonimato. Eccola la democrazia letteraria. Più spazio per tutti e considerazione per nessuno. Grazie mille. Anzi, grazie al ca##o. Rimane da chiederci: perché mentre gli scrittori non contano più nulla la qualifica aggiuntiva di “e scrittore” è diventata un ricamino d’obbligo? «Si consideri che tanto più si è “e scrittori” tanto meno si hanno opere che si possano chiamare tali, ma cosa importa: scrittore è chiunque pubblichi qualcosa» (sempre Massimiliano Parente). A questo punto onore e stima ad un Buttafuoco, che proprio mentre il suo romanzo d’esordio svettava nelle classifiche di vendita si lasciò scappare: «Non sono uno scrittore, sono un giornalista che ha pubblicato un romanzo». Stessa cosa dicasi per Camilleri, uno che ha pubblicato “abbastanza”, ma che tutt’ora si considera un “semplice artigiano”. Simpatica la querelle sollevata ultimamente da Aldo Busi, il quale ha affermato che il supposto valore letterario di Saviano si fonda in realtà su ragioni extraletterarie: «Se Saviano è uno scrittore io chi sono, Lorella Cuccarini con la barba?». Vale a dire, se un giorno Busi va dal barbiere diviene una “conduttrice-ballerina e scrittrice”. Se le cose le andassero male potrebbe comunque riparare con la pubblicità delle cucine Scavolini. Nulla che comunque potrebbe tirare su il morale a voi, poveri Cristi bistrattati dalla letteratura con L maiuscola. Poi, per carità, ci può sempre stare la botta di culo. Lo spazzino che diventa il caso letterario dell’anno e che finisce da Fazio, se è in odore di sinistra. O molto più semplicemente è anche probabile che tra tutte le case editrici che ci sono in Italia capiti che ce ne sia una che si prenda il rischio di pubblicarvi. In questo caso l’incensatura domestica è dietro l’angolo. Bravo, ora sei a tutti gli effeti uno scrittore. Complimenti. Che suona più o meno come un “mi dispiace per te”. È l’amara verità. Secondo quanto detto prima, nessuno ti filerà, o ti apprezzerà. E chi lo farà magari non avrà capito un fico secco della tua ricerca interiore, del tuo stile, o del tuo messaggio. E alla fine dei giochi non avrai manco guadagnato un soldo. Ma tempo sprecato sì, e tanto. Fosse solo quello. Anche vita, scambi sociali, affetti, energie. Per rincorrere un sogno effimero ti sei dato alla macchia della tua fantasia. E a qual fine? Fare la figura del fesso? E continuare ad essere quel signor nessuno che sei sempre stato? Ti dicono di non abbatterti, che la prossima volta andrà meglio, che occorre un po’ di gavetta e di non mollare mai, di non darsi per vinti. Come se in effetti il gioco potesse effettivamente valere la candela (ridate un occhio alle cifre). Ma se scrittori, nel vero senso della parola (gente con un contratto in mano, con un proprio pubblico, una propria considerazione, che pubblica a scadenze regolari e che vive della propria passione), è quasi impossibile diventarlo, meglio essere “e scrittori”. Sei Pinco Pallino, “vattelapesca e scrittore”. Occorre però diventare qualcuno, o qualcosa per cui valga la pena aggiungere l’appendice “e scrittore”. Quantomeno un ex concorrente di un reality. Altrimenti, beh, sei solo uno “scrittore”, da pronunciare con la bocca stretta ed il tono sul commiserevole andante. Sbarca il lunario, fai il saltimbanco, buttati nel porno, e avrai mille possibilità in più di pubblicare rispetto ad un vero scrittore. Se non altro ti risparmierai la sfiga di esserlo. E ti gioverai del titolo di “e scrittore”. Son soddisfazioni. Perché la letteratura non è in cerca di talenti veri. Se essa è divenuta, come sembra, un business davvero strano, allora c’è il bisogno di scovare delle galline dalle uova d’oro, non raffinati prosatori. Perché nessuno sente la reale necessità di leggere il Tolstoj di Montegrotto, la Jane Austen di Voghera, né il nuovo poeta di Recanati, bensì il romanzo del Principe Savoia o magari l’autobiografia di Mengacci. Una buona fetta del mercato editoriale italiano sembra l’Isola dei Famosi e la cosa non ti sta in tasca? Cazzi tuoi. E se proprio non vuoi darti per vinto allora diventa anche tu un imprenditore di te stesso e della tua inestimabile opera. Cosa fare? Semplice. Tanto per cominciare pendere un po’ di soldi per agenzie letterarie che migliorino il tuo lavoro e che ti possano indirizzare verso qualcuno. Seguire attentamente le novità e le offerte su internet, dal print on demand alle piccole case editrici. Poi partecipare a forum. Iscriversi a blog. Mandare costantemente la propria roba in giro. Partecipare a qualsiasi concorso letterario. Fare la troia con tutti alle fiere dei libri. Cercare di meritarsi qualche raccomandazione o di farsi firmare una lettera di presentazione, precedentemente compilata, da, che so, Bevilacqua, piuttosto che da Lucarelli. E continuare a smanettare sul web in modo che il proprio nome figuri sempre su Google. Se necessario apriti falsi account di qua e di là commentando positivamente quello che circola in giro di tuo: “a me lui piace molto”, “credo sia sottovalutato”, “merita più considerazione”, “ve lo consiglio vivamente”, o la superbomba: “a me il suo libro ha cambiato la vita”. Terribilmente kitsch, ma potresti scrivere delle autorecensioni fingendoti un tuo lettore (“certe cose non si leggevano dai tempi di…”, oppure “è il nuovo Moravia”). O al limite crearti la tua voce su Wikipedia (“dopodichè la svolta realistica, un ritorno all’ordine e al suo passato…”). Di lì al servizio fotografico, il ritratto in bianco e nero dove ti reggi il mento, il passo è breve. Dicono che così si comportano quelli giusti, quelli tosti, quelli che ce la possono fare. A questo ci si riduce per essere scrittori. Ma torno a ripetere: perché tutta questa voglia di diventare scrittori? Vanità? Questione di ego? O più semplicemente un’ambizione qualsiasi per gente qualsiasi? Bingo. Si esce da “squola”, ci si illude di essere intelligenti per via della laurea sotto braccio. E sei sicuro che prima o poi qualcuno il tuo libro lo pubblica e lo compra. E magari pure l’apprezza. Pubblichi, perché se vuoi lo puoi fare, sempre e comunque. Basta pagare (il mondo è pieno di case editrici stile Wanna Marchi: la clientela è più o meno la stessa). Oppure lo fai aggratis attraverso le mille opportunità via internet. In entrambi i casi ti leggeranno amici e parenti, se leggono, o se ti vogliono così bene. Altrimenti, beh, rimani comunque uno scrittore. Un titolo da aggiungere al tuo biglietto da visita, al curriculum vitae, o alle info di Facebook. “Studente e scrittore”. “Impiegato e scrittore”. “Operaio e scrittore”. “Sfigato qualunque e scrittore”. Finisci per essere un “e scrittore” persino più insignificante dei cazzobusti televisivi di cui sopra. Ma lo sei perché hai scritto, e perché hai anche pubblicato. Sticazzi. No, così non vale, direbbe qualcuno. E a questo punto mandiamola in vacca questa faccenda dell’autopromozione letteraria che non è altro che un’utopia distorta. Perché non funziona così. Perché non si è dei veri scrittori in questo modo. Ci vuole dell’altro. Occorre entrare a far parte di una certa casa editrice, godere di una certa distribuzione e pubblicizzazione, oltre che riscuotere, come se avesse ancora importanza, delle recensioni positive. In questo modo potresti arrogarti la stima di qualche anima pia che compone il 14% di pubblico che va sotto l’etichetta di “lettori forti”. Un vero successo. Magari un giorno ti arriverà la mail di una casalinga divorziata che dice di stimarti, con allegata la sua raccolta di poesie dedicate all’ex marito fedifrago. O al gatto. Insomma, se continuate a ricevere due di picche dalla letteratura, o dalla sfiga, occorre farsene una ragione e andare al di là dei pregiudizi e dell’orgoglio personale. Se tutte queste cattive persone, tutti questi stronzi, continuano a dirvi: “no, tu no” è per il vostro bene. Per una questione di cortesia e di gentilezza. Perché vogliono farvi un favore risparmiandovi fatica, dolore e delusioni. Editori, scrittori di vecchia data, gente del mestiere, correttori di bozze, impiegati della Mondadori, loro sono lì per la classica, fisiologica e doverosa doccia fredda. Non c’è trippa per gatti. Quindi lasciate perdere. La vita è un’altra cosa e fortunatamente riserva altre sorprese, tesori, soddisfazioni. Non è un paese per voi. Casomai lo è per tanti “e scrittori”. Scrittura, appunto, non letteratura. La cosa non vi aggrada? Occorre cambiare questo stato delle cose? Benissimo. Potrebbe essere un inizio, per esempio, iniziare tutti quanti a leggere anziché continuare a scrivere. Banale dirlo, ma sacrosanto. Leggendo si avrà sempre meno bisogno di gente prestata alla scrittura, e più di autori veri, non necessariamente con la A maiuscola, ma che almeno sappiano imprimere in una cazzo di pagina una cazzo di anima, produrre miracoli linguistici con le parole, il sangue ed il talento. Gente che scrive perché ha qualcosa da dire e perché ha imparato a farlo per davvero, non perché c’ha il diplomino rilasciato da un corso per corrispondenza piuttosto che dalla scuola di Baricco. Gente che non crede che scrivere sia necessariamente un primato, un lusso, né un vanto, ma una vocazione. Anzi, una maledizione, una deformazione, una malattia. E nel contempo una dote. Quella virtuosa sintesi tra forma e sostanza che manca ad uno stuolo di scribacchini amatoriali che soffrono di presunzione e che non eccellono in buon senso. Perché se Céline non è passato alla storia come “medico e scrittore”, Gadda come “ingegnere e scrittore”, Proust come “aristocratico e scrittore”, Svevo come “banchiere e scrittore”, o Kafka come “assicuratore e scrittore”, ma semplicemente come “autori”, un motivo ci sarà. E se non riuscite a spiegarvelo allora, ironia e sarcasmo a parte, davvero, lasciate perdere. APPROFONDIMENTI SU EDITORIA, LETTERATURA E POVERI GIOVANI ESORDIENTI… Editoria a pagamento e mercato Print on demand Intervista alla Marsilio Scrittori in fieri Un’interessante testimonianza

3 commenti a “ Tutti scrittori. “E io?”, “No, tu no” ”

  1. davvero carino questo articolo. se posso, ti suggerisco di leggere “Il libro è nudo” di Franco de Moro (ed. stampa alternativa). l’editoria vista da un editore minore. è un libro breve e molto divertente.

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    • conaltrimezzipd

      conaltrimezzipd

      certo che puoi e accetto volentieri il consiglio! grazie merigei

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  2. Giù

    Giù

    Si insomma..son passata dal ridere al mettermi le mani sui capelli, di nuovo al ridere e poi al disperare!!Però in effetti..a xe cossì a storia oggi…

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