CAMing-out Tutto in 24 ore

Non è detto che, per raccontare storie grandi, sia necessario sconfinare nelle forme del romanzo-fiume: ci sono libri che, anche se si svolgono in pochissime ore, riescono ad aprire squarci potenzialmente infiniti sul mondo intero, e su altri mondi possibili.

Vi raccontiamo qui alcuni romanzi che sono in grado di parlare – pur descrivendo una sola notte, un solo giorno, una sola minima manciata di ore – di qualcosa che è infinitamente più grande di loro.

Tiziana Buda segnala:
Italo Calvino, Il castello dei destini incrociati, Mondadori, 1994, 160 pagine.

9788804390275-il-castello-dei-destini-incrociati_copertina_piatta_fo“Lasciatemi così. Ho fatto tutto il giro e ho capito. Il mondo si legge all’incontrario. Tutto è chiaro.”

Il castello dei destini incrociati, pubblicato da Calvino per Einaudi nel ‘73, insieme a La taverna dei destini incrociati, è una raccolta di racconti senza tempo, come sono senza tempo anche i personaggi che vi prendono parte e li raccontano (o meglio, li lasciano intendere).
La trama è apparentemente molto semplice. Durante una notte alcuni eroi, stanchi per le imprese e le fatiche compiute, si imbattono in un castello, nel quale cercano un po’ di ristoro. Muti ed incapaci di raccontare verbalmente le proprie avventure, cercano di tracciare i loro percorsi e le loro storie attraverso l’uso dei tarocchi (di pregiata fattura, nel caso del castello, mentre “marsigliesi” nel caso della taverna). Grazie a questo espediente Calvino è in grado di ideare un quadrato magico che ci permette di leggere le storie di questi personaggi particolari da ogni direzione possibile. Si apre un mondo di interpretazioni, dunque, nel quale la ricchezza delle sfaccettature rimanda alle molteplici possibilità che ognuno di noi incontra nella vita quotidiana.
In una continua oscillazione tra il gioco e la fantasia ci si accorge ben presto che le storie che ci vengono così curiosamente raccontate finiscono, in un modo o nell’altro, per incrociarsi, addirittura confondersi, lasciando a noi lettori la suggestione di trovarci nel centro di un vortice fatto di immagini, parole e avventure. In fondo, ogni carta può avere molteplici significati e ciò che racconta nella dimensione di estrema eleganza che si respira nel castello, può assumere connotazioni totalmente differenti nel contesto caotico della taverna. E così le ipotesi vengono affermate, smentite, trasformate.
Alla fine il tavolo non può che essere pieno di carte e ogni singolo percorso rappresenta una storia. Ma le carte si intersecano fra loro, proprio come i destini dei protagonisti di queste storie (tre, in particolare, sono tragedie famose), che si influenzano l’un l’altro, si rincorrono.

Attraverso le pagine di questa superba opera di Calvino si capisce più che mai quanto una singola decisione possa influenzare il mondo intero, portando conseguenze e cambiamenti inaspettati. Leggendo Il castello dei destini incrociati si intraprende un viaggio dalle molteplici forme, assistendo a queste straordinarie storie, che si lasciano intendere. Un viaggio- testimonianza che ci mostra quanto sia inutile fuggire da noi stessi. Andare lontano, spesso, non dà alcun sollievo.

Incontro con Italo Calvino

 

Caterina Di Paolo segnala:
Henrich B
öll, Opinioni di un clown, Mondadori, 2007, 292 pagine.

clownHo sentito parlare di continuo di Opinioni di un clown nei primi anni di università. Alle feste o alle cene arrivava sempre il momento in cui due persone più grandi di me si dicevano “Oh, e hai letto Böll? Opinioni di un clown?”, e l’altro rispondeva sempre “oh, sì. Che libro bellissimo. Però davvero triste!” e l’altro annuiva con convinzione.
Questo suo essere un must tra i miei conoscenti mi impediva di leggerlo, soprattutto per la recensione sempre uguale che ne veniva fatta. Non avevo molta voglia di leggere qualcosa che si facesse ricordare come, semplicemente, “davvero triste”. Ho aspettato di finire l’università e ho letto Opinioni di un clown in un pomeriggio, facendo delle pause perché sentivo il bisogno di guardarmi intorno e vedere il giardino dove mi trovavo – mi sembrava di essere seduta di fronte al protagonista nella sua camera d’albergo, di vedere con i miei occhi la biacca che gli si rinsecchiva sul volto e che lui non voleva rovinare con le lacrime, le due monete che gli erano rimaste in mano.
Il libro è un lungo stream of consciousness narrato dal protagonista nell’arco di sole tre ore, e la storia è un archetipo: Hans è un clown triste, lasciato dalla fidanzata Maria per un uomo stabile e rispettabile, che riflette sul fallimento della sua vita e del suo amore.
Francamente non so dire se questo sia un libro triste. La storia lo è, ma i ragionamenti del clown sono spesso di un realismo senza scampo, acuti e perforanti anche nella feroce ironia che spesso si ritorce contro il narratore («Quando sono ubriaco, sulla scena eseguo senza precisione dei movimenti che solo la precisione giustifica e cado nell’errore più penoso che un clown possa fare: rido delle mie stesse trovate»). Il genio di Böll sta soprattutto nel trovare un personaggio che sembra fondare il concetto stesso di tragicomicità – un clown triste, un clown fallito, un clown che piange e beve – andando nel profondo del suo carattere: il clown conosce bene le emozioni e la malinconia per poterne fare una maschera, il cuore spezzato di un clown è un cuore assoluto. Un essere umano può fare il pagliaccio nella più grande delle tristezze solo raccogliendo dentro di sé le radici delle emozioni, calando nel baratro e dubitando di poter risalire.
Il pagliaccio è ogni situazione in cui nostro malgrado siamo costretti a far buon viso a cattivo gioco.
Con Hans possiamo chiuderci in una stanza per tre ore a pensare, parlarci addosso, non piangere le nostre lacrime ma sentirle e finalmente vederle davvero.

index

 

Nicolas Alejandro Cunial segnala:
Haruki Murakami, After dark, Einaudi, 2013, 164 pagine.

9788806217006A volte è sufficiente una notte perché una storia prenda forma, sostanza, materia. E solo dopo l’oscurità si potrà finalmente saggiarne la bellezza.
Se la notte sembra sempre più buia subito prima dell’alba, nella notte raccontata da Murakami in After Dark sembra che l’alba non voglia giungere mai.
Il protagonista del romanzo, Takahashi, una sera decide di vagare lungo le strade alienanti di Tokyo. Finirà in un bar moderno, sterile, in cui però conoscerà Mari, una studentessa cui piace leggere nei bar desolanti della capitale nipponica. Takahashi è un musicista, e sembra non avere nulla a che spartire con la giovane Mari, eppure qualcosa da qualche parte s’incastra, mettendo in moto una serie di eventi apparentemente scollegati eppure uniti da un filo tenue, che andranno a costituire l’anima di questa storia. Dopo questo incontro tanto imprevedibile quanto inevitabile, il destino che tira le fila delle storie dei personaggi introduce la figura della sorella di Mari, Eri, che si trova in ospedale, immersa in un sonno profondo in cui è sprofondata per sua libera scelta. Nulla è accaduto: semplicemente la sua volontà ha preso corpo, ed Eri si è trasformata nelle sue intenzioni e nei suoi desideri, diventando una statua che tutto percepisce ma nulla evoca. Dall’alto del suo letto sterile, Eri è testimone dell’incontro tra Mari e Takahashi con una prostituta cinese malmenata, con il protettore e la gestrice di un Love Hotel dal passato di lottatrice. Fulcro ultimo del romanzo sarà un esperto informatico sadico e violento, frustrato e sofferente, replica in carne di una Tokyo che cova nel suo ventre un male che solo la luce potrà diradare.
Murakami, come fa spesso attraverso le sue opere, in questo suo romanzo ci immerge in una parentesi marcia in cui si fondono realismo e magia.
E il tempo, scandito a ogni capitolo mediante l’immagine di un orologio che avanza imperterrito, accompagna chi legge lungo una delle notti più lunghe e più scure che si possono immaginare, fino a giungere al punto più scuro ed estremo, che è poi la chiave della storia: nessuna notte è infinita, e il buio è perpetuo solo dentro di noi.

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