David Cronenberg - Gunther Von Hagens

TV, MEDIA E CADAVERI DI PLASTICA
Da Videodrome
di Cronenberg alle sculture umane del Dr. Morte

«Lo schermo televisivo, ormai, è il vero unico occhio dell’uomo. Ne consegue che lo schermo televisivo fa ormai parte della struttura fisica del cervello umano. Ne consegue che quello che appare sul nostro schermo televisivo emerge come una cruda esperienza per noi che guardiamo. Ne consegue che la televisione è la realtà e che la realtà è meno della televisione»

1983, David Cronenberg profetizzava più o meno così in Videodrome. Ma già Pasolini ci aveva preannunciato che: «la televisione è un medium di massa e il medium di massa non può che mercificarci ed alienarci. (…) Nel momento in cui qualcuno ci ascolta dal video ha verso di noi un rapporto da inferiore a superiore che è un rapporto spaventosamente antidemocratico». Del forte ed innegabile ascendente che la televisione ha ed ha avuto nei nostri confronti si è già detto tutto e forse si è scritto pure troppo. Ma tra le due prospettive trovo più interessante la prima e cioè quella per certi versi più cerebrale e psicanalitica, che non si incaponisce nel determinare il funzionamento, la causa e la responsabilità (culturale e politica) della fruizione catodica (le cui redini saranno sempre in mano a chi esercita il potere), ma che preferisce porre l’accento sulle conseguenze di un tale fenomeno. Vale a dire, tra le tante possibili conclusioni, la sovrapposizione dell’immaginario collettivo con quello catodico. Ovvero l’avvenuta compenetrazione psichica, emotiva e comportamentale, fino nei suoi principi più elementari, tra queste due dimensioni che si ritrovano a fare corpo unico nel nostro stesso corpo. In questo senso la televisione diviene sempre più un organo interno, percettivo ma nello stesso tempo allucinante e straniante. Metaforicamente parlando della “nuova carne”, o tumore, che va ad aggiungersi alle nostre membra o ad innestarsi tra di esse come un parassita. Il primo a fare le spese con questa sorta di mostruoso connubio sarebbe stato proprio il nostro corpo: ovvero uno degli snodi tematici principali narrati in Videodrome e lungo tutta la prima produzione di Cronenberg, tra horror e fantascienza (body horror), volta a indagare il rapporto di scambio e connessione tra la carne e la tecnologia. Un ponte ideologico o possibile chiave di lettura che, come vedremo, collegherà tra loro la cultura televisiva ed una delle forme d’arte contemporanee più estreme.

Un facile esempio di quanto detto finora: la fioritura di una cultura della visibilità pervasiva ed arrogante oltre che esteticamente discutibile. Vedi l’invasione dei reality show e delle medesime logiche di spettacolo all’interno di moltissimi altri format che in secondo luogo si riflettono nei comportamenti e nei meccanismi di organizzazione, promozione e mobilità sociale del nostro paese. Ma quello che spesso le nostre disamine, volte soprattutto ad evidenziarne il lato antropologico e culturale per sfociare, infine, in quello politico, tendono ad ignorare è che uno degli elementi fondamentali di questo processo non è tanto l’influenza dell’ascendente catodico proveniente dall’alto (com’è logico che sia: un vero e proprio chiodo fisso di mezza classe intellettuale italiana) quanto più la viralità dei nostri comportamenti e la portata fondamentalmente autocomunicativa della massa e dell’intero fenomeno. Ma tale viralità non è data, come poteva valere qualche decennio fa, solamente dalla televisione, quanto più dai nuovi media, su tutti il web, che in alcuni casi non hanno realmente offerto una vera alternativa ai media di massa tradizionali ed al loro modello percettivo ed interpretativo della realtà e del nostro corpo, ma molto spesso hanno svolto una funzione di risonanza, di amplificazione dei medesimi processi comunicativi, rendendoli semplicemente emancipati rispetto al tubo catodico. La “nuova carne”, in questo senso, non sarebbe più determinata solamente dalla televisione, poiché, ora come ora, sono altri i mezzi di comunicazione dalla maggiore portata virale, tanto che se si dovesse girare un nuovo Videodrome ambientato ai giorni nostri non si dovrebbe più parlare di tv e vhs, ma preferibilmente di una realtà virtuale sempre più imperante. Parlando di esibizionismo e facendo sempre riferimento alla cultura della visibilità da reality show, e di mutazione del corpo e della sua immagine, la più grande fiera delle vanità non è più costituita dal Grande Fratello, ma dal web, dai social networks e da un villaggio globale fatto di comunità ed enclavi in grado di esprimere e replicare qualsiasi estremo che nemmeno la televisione, per ovvie ragioni, non potrebbe rendere noto al grande pubblico.

In questo senso il cyberpunk d’annata è cosa, almeno da un punto di vista estetico, almeno provvisoriamente sorpassato. Si è a lungo fantasticato sull’integrazione biomeccanica quando in realtà il vero uomo-macchina del futuro è un uomo normalissimo, fatto di carne ed ossa ma macchina dentro. Abbiamo snobbato l’immaterialità degli automatismi e dell’influenza della macchina, ovvero i media, nell’anatomia della nostra mente. Eccola la “nuova carne”, ovvero questa sorta di immaginario collettivo aggiornato o orizzonte d’aspettativa dentro di noi – simile ad una vera e propria escatologia di massa – riverberata dalla second life di internet, tra esibizione ed eccessi, svelamento e voyeurismo virtuale. È un dato di fatto che la pornografia, ad esempio, viene per lo più fruita attraverso il web. E non parlo solamente di quella “classica”, ma di ogni sorta di perversione in grado di varcare qualsiasi limite imposto dal pudore e dalla nostra cultura. In questo senso il web funge da alveo nel quale condensare qualsiasi oscenità e violenza: la vera “video-arena” della quale si parla nel film di Cronenberg. Con la diffusione di internet e della banda larga non si è solamente venuti incontro ad una democratizzazione dell’espressione umana, ma si è dotata una società forse già compromessa di uno strumento in grado di diffondere ed amplificare un’immagine del corpo esasperata. In questo senso, la portata virale di tale fenomeno non si misura esattamente nel contagio e nella diffusione di determinati messaggi, ma nell’estremità delle rappresentazioni. Un morbo, se di morbo vogliamo parlare, che non teme limiti e che abbatte qualsiasi confine morale o estetico, di spazio ma soprattutto, come vedremo, di tempo. La “nuova carne”, partorita dalla fantasia dell’uomo, non può che trovare spazio che in questa sorta di aggiornato Videodrome.

E lo abbiamo già visto in tv, nel nostro piccolo, quando a spopolare furono fenomeni come Non è la Rai, le Veline ed in seguito persino le Velone, giusto per riportare qualche banalissimo esempio. Ovvero un ciclo idealizzato che coincide con quello della vita. Pubertà, giovinezza, vecchiaia. Si passa dalla “pederastia catodica” d’intrattenimento pomeridiano alla carne soda, leggera, idealizzata e di contorno della prima serata. Ed infine si è giunti alle membra vilipese e snervate dal tempo, ridicolizzate dalla cultura dell’esibizione nella centrifuga del trash (soprattutto durante l’estate vacanziera, quando le difese dell’intelletto vengono abbassate), quasi che la consacrazione di un essere umano non possa che essere di matrice catodica. Del resto si dice che ogni tempo ha i suoi dèi da rispettare ed un consono altare dove onorarsi. In questo modo una società non solo ha bramato, appreso e consumato, ma si è immaginata, divertita e riconosciuta in questo stesso spettacolo (o Videodrome). Vale a dire che non è stata solamente la realtà ad aver dovuto rendere conto di tutto ciò, ma anche e soprattutto la nostra fantasia. Ed ora che la pubertà disinibita ed autosufficiente, desiderabile ed implicitamente lasciva, è stata superata, ora che le Veline come “viagra di Stato” ci stanno strette, anzi, ci hanno saturato, ora che non ci sorprende nemmeno il “gerontoporno televisivo”, che ci ha fatto riscoprire la vecchiaia come un’adolescenza in menopausa, ebete e da dileggiare, ora che abbiamo sdoganato tutto questo, cosa mai ci si potrà immaginare per il futuro, cos’è che potrebbe andare oltre, più in là della senilità trash? Cosa mai ci potrà essere di più espositivo, edonistico e nello stesso tempo eretico? Risposta: Gunther Von Hagens. I suoi cadaveri scolpiti, manipolati, smembrati e mostrati a milioni di persone. Una fiera della vanità morbosamente curiosa nel misurarsi con il proprio corpo estremizzato, nel tempo e nella materia: ovvero simulacri umani privi di vita, plastinizzati ma reali. Fantocci, una volta persone, restituiti come opere d’arte eterne e post mortem. E qui entra in gioco la natura dell’uomo, l’unica creatura così compiutamente tragica nell’essere consapevole del proprio destino e della propria fine da aspirare di esistere oltre il tempo che non è più suo. Anche all’infinito. A patto di perdere, paradossalmente, la vita e la propria componente organica. Si potrebbe dire che in questo caso la “nuova carne” ha forse compiuto la sua ultima evoluzione. Diventare plastica. Per sempre.

 

 

Una delle opere del controverso Dr.Morte, in mostra a Roma dal 14 settembre

P.S. Se volete saperne di più su Gunther Von Hagens cliccate qui.

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