ufo recensione colpo d'oppio

Due romanzi brevi in uno. Due storie dissacranti da parte di un giovane autore che si rifà a Sartre e Camus, ma con tono più alla Woody Allen. Una lettura piacevole che offre una trasfigurazione della vita in provincia nel Veneto orientale.

Se dovessi semplicemente parlare della lettura di questo libro, direi che è stata divertente, e quindi consigliabile. Né più né meno. Se invece devo parlare da critico, devo dare un po’ di coordinate. Colpo d’Oppio, con prefazione di Aldo Nove, raccoglie i primi due romanzi di Ugo Sette, giovane scrittore di Mestre nato a Parigi nel 1977, e cioè L’alieno e L’importanza di chiamarsi Ugo.

L’idea che sta alla base de L’alieno è una sorta di trasposizione de Lo straniero di Camus in un contesto che è ormai post postmoderno, dato che già i Cure più di trent’anni fa avevano compiuto un’operazione postmoderna traendo una canzone da quest’opera. In Camus si uccideva senza motivo un uomo, qui si uccide senza motivo un cane nero.

Colpo_d_oppio_4f9e6bd235729La filosofia del protagonista è quella di farsi gli affari suoi, egli può quindi sembrare un tipo egoista e superficiale, ma solo perché sa che la vita è piena di cose brutte e lui cerca di evitarle e di godersi l’esistenza. Del resto è nato e cresciuto in seno all’ideologia postmoderna per cui la storia e la narrazione sono finite e le ideologie sono morte.

Vivere per degli ideali è da stupidi, cercare di costruire qualcosa è inutile, si può solo pensare a se stessi e cercare di star bene. Anche se in realtà Ugo fa l’inventore, quindi ha l’idea di costruire qualcosa per gli altri; solo che non accetta lo schema studio-casa-lavoro-famiglia tipico della società. Queste caratteristiche lo fanno apparire strano agli altri, che lo vedono come un insensibile, una persona estranea, aliena, appunto, dagli schemi sociali e dalle buone norme di comportamento delle persone per bene.

Nel film dei fratelli Cohen Il grande Lebowski si vede ad un certo punto un personaggio che, dopo una grande sbronza, giace addormentato su di un materassino in piscina. Di lui si dice che è un nichilista. Questa espressione è una degenerazione e banalizzazione del concetto di nichilismo (dal latino nihil=niente), attuata già negli anni ’70 quando si parlava di nichilismo punk intendendo dire che i punk pensavano solo a bere drogarsi e scopare, annullando quindi se stessi, e quando parlavano di politica dicevano che bisognava spazzare via tutti, annullando quindi la società.

Il nichilismo è in realtà un concetto più ampio e complesso, tanto che Nietzsche parlava di nichilismo attivo. Tutto questo per dire che un po’ di “nichilismo” forse si può vedere anche in quest’opera, anche se Ugo, tornando a Il grande Lebowski, assomiglia piuttosto a Drugo (in lingua originale Dude), cioè il protagonista: il fatto che i valori di una persona siano diversi da quelli del sentire comune non significa necessariamente che questa persona ne sia del tutto priva. Lo stile ricorda quelli di Easton Ellis, Welsh e Tondelli, uno stile e un linguaggio quindi semplici e molto scorrevoli (e a volte scurrili), che veicolano dei messaggi filosofici ed esistenziali.

L’importanza di essere Ugo (titolo chiaramente ispirato all’opera di Wilde) invece è una sorta di prequel de L’alieno. Il protagonista è sempre Ugo, di cui si racconta il percorso che lo ha portato a decidere di fare l’inventore, che è anche un modo per uscire dal proprio io ed entrare in contatto con il resto del mondo.

Il sottotitolo è molto eloquente: “a me (mi) piace la morte perché mi fa capire che sono vivo”. In questo caso l’autore esce allo scoperto dichiarando fin dall’inizio il legame che il vitalismo del protagonista ha con la morte e il nulla, con riferimento preciso agli esistenzialisti francesi. Interessante è anche la denuncia della mentalità gretta della provincia e il legame che secondo il protagonista si instaura, a Nordest, tra la provincia e il Nulla:

“C’è solo il Nulla. E il Nulla mi fa pensare a Jean Paul Sartre e ad Albert Camus. Penso che in fondo, se non fossi cresciuto a Q., non avrei mai letto questi due autori che mi hanno condizionato l’esistenza. Ma tanto, anche se scendo in strada e incontro qualcuno e gli dico, così per dire, Sartre e Camus, la gente che incontro mi guarda strano, non sa mica un cazzo. Non sa un cazzo di italiano figurati se conosce gli esistenzialisti francesi. Al massimo conosce i nomi dei partecipanti al Grande Fratello. Qua è terra di lega, signori miei, terra di camicie verdi, stira e ammira, tanto simili a quelle nere e quelle brune dei tempi andati ma poi non tanto lontani a guardar bene. Terra del soldo facile, di razzismo e di ignoranza, mascherata dalla vanagloriosa e decaduta V., immersa nella nebbia di eventi tanto straordinari quanto un fuoco d’artificio, che non conservano in sé altro che il niente, niente di niente, solo il nulla a cui appartengono e a cui ritornano immediatamente. Q. e la morte hanno una relazione quasi perfetta. (pag.126)”

In provincia ormai non mancano i beni materiali (le strade asfaltate, i negozi, i bagni in casa) come una volta, ma quel che resta opprimente, più che la povertà (anche se la crisi recente la sta riportando) è la mentalità.

Complessivamente il libro risente ancora dell’influenza delle tendenze del postmoderno, ma se non altro segue la linea del castigat ridendo mores, cioè con ironia e (apparente) leggerezza cerca anche di criticare la società e i suoi schemi ingessati, ma ormai decadenti. Come se Woody Allen ci spiegasse l’esistenzialismo. Entrambi i libri sono raccontati in prima persona dall’autore-protagonista, come in una sorta di diario.

Ugo Sette, Colpo d’oppio, Lupo editore, 2012, 243 pp.

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