Berlusconi ferito, riforma della giustizia

di Alessandro Bampa.

La risposta di Alberto Bullado al mio ultimo articolo è semplicemente ottima e condivisibile sotto tutti gli aspetti, tracciando una sostanzialmente perfetta analisi dei difetti dell’antiberlusconismo odierno, riassumibili in pochi punti: aver posto la giustizia in primo piano rispetto alla politica, affidandole un incarico che non le compete; la sua autoreferenzialità, che arriva a ghigliottinare nella culla le eventuali vere alternative al Cavaliere, proponendone altre destinate ad essere sconfitte a loro volta in quanto scimmiottanti il modello base, ovviamente migliore poiché primigenio; l’offrire un alibi ai veri colpevoli del successo del berlusconismo, ovvero i cittadini, che trovano così il capro espiatorio su cui concentrare le loro colpe; lo scadimento del dibattito e del linguaggio politico (sempre per inseguire i berluscones), ormai giunto a livelli da asilo; non aver ottenuto minimamente il suo obiettivo principe, mandare a casa Berlusconi. Date queste premesse, la conclusione di Alberto è ovvia: non bisogna essere antiberlusconiani, bensì deberlusconizzati, onde evitare poi tutte le incognite e – anche secondo il sottoscritto – i probabili mali del post berlusconismo. Questo in soldoni (spero che Alberto mi perdoni per la brutalità del riassunto) il ragionamento alla base della risposta. Tutta condivisibile, come detto, soprattutto perché descrittiva  dell’attuale situazione. Quella alla quale però non ho mai avuto intenzione di riferirmi. A questo punto, urgono chiarimenti.

Sì, devo chiedere subito venia per aver utilizzato una categoria ormai facilmente etichettabile, senza specificare bene il significato che volevo in realtà attribuirle. L’antiberlusconismo infatti coincide ormai a priori col dipietrismo, il santorismo, il travaglismo e tutte quelle forme stereotipate note a tutti, un insieme di espressioni che – duole un po’ ammetterlo, sia chiaro – rispecchiano alla perfezione nei loro campi tutti i mali sopra descritti. Una linea che, 17 anni di dati alla mano, è risultata perdente. Ma solo perché attuata con forme sbagliate. Già, perché «sì, in un certo senso è “doveroso” non abbracciare le logiche del berlusconismo» (anche Alberto non lo può negare). Dunque, bisogna essergli innanzitutto alternativi. Cioè “anti”.

Come? Separandosi innanzitutto dalla sua idea base, cioè il voler – per ri-citare il mio articolo – «piegare la politica ai voleri del capo con un apposito sistema», spiegando per prima cosa con la forza dei fatti, per tabulas, cosa sia veramente il «Governo del fare». Un’impresa pressoché impossibile nell’Italia di oggi, dominata dall’informazione da Minzulpop e dalla cultura in mano al celebre intellettuale Sandro Bondi. Un’impresa che infatti deve partire dai singoli da un’ovvia rivoluzione formativa, civile e quindi politica, che si ancori ad un programma rivoluzionario quanto reazionario perché già scritto ma mai applicato, ovvero alla tanto famigerata Costituzione, quella su cui in linea teorica si basa il nostro Stato. Spiegandone finalmente i di per sé semplicissimi contenuti, in modo tale da far capire subito all’opinione pubblica l’abominio delle varie leggi ad personam e soprattutto ad castam, senza ad esempio dover scomodare la Corte costituzionale per dire se il lodo Alfano attacchi o meno l’uguaglianza dei cittadini.

Conosco già l’obiezione: ancora con ‘sta Costituzione? Sì, ancora con lei, in quanto unica istituzione italiana deberlusconizzata, se non altro perché antecedente alla celebre «discesa in campo» del Cavaliere e tuttora immune dai suoi tanto annunciati rimaneggiamenti, a differenza di tutti gli altri baluardi democratici. Come il Csm, l’organo di autogoverno della magistratura, sempre più spudoratamente partitizzato (il suo vicepresidente Michele Vietti, deputato Udc, è il padre dell’appena bocciato legittimo impedimento). Come il Presidente della Repubblica, che sempre più ci ricorda la politica dell’appeasement e del pompiere cerchiobottista in nome dell’assurdo «dialogo» invocato da noti statisti come Renato Schifani. Come l’opposizione, quella che ha sempre permesso il berlusconismo in politica – cioè il conflitto d’interessi per meri fini economici e giudiziari – nonostante l’ineleggibilità dei concessionari di pubblici servizi del DPR 361/1957, art. 10, come ha candidamente ammesso in parlamento nel 2003 l’onorevole Luciano Violante dei DS.[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=GJUamGyaANY]

Dunque sì, ancora con ‘sta Costituzione, l’unica arma deberlusconizzata nel Paese da brandire per bonificare l’ambiente e riportare la salubrità nell’aria italiana. Quella che, non appena la si inizia a saper anche solo vagamente maneggiare, avendoli liberati dal tanfo che circonda il Parlamento, rende automaticamente i cittadini alternativi al berlusconismo: antiberlusconiani in quanto deberlusconizzati, pronti a cercare tra di loro una vera alternativa, che magari non sia solo contro qualcuno, ma a favore di qualcosa. Possibilmente, di loro stessi.

1 commento a “ Un antiberlusconismo deberlusconizzato ”

  1. conaltrimezzipd

    conaltrimezzipd

    sintesi perfetta. aggiungo solamente che la Costituzione può essere effettivamente un buon punto di partenza per una riforma politica. il che suona paradossale se consideriamo l’età di questo documento e nello stesso tempo parliamo di progressismo. in questo caso ammiro il coraggio e l’esattezza di Bampa nel pronunciare un concetto raramente espresso poiché non esattamente popolare alle orecchie dell’opinione pubblica, malgrado si tratti di un termine più che appropriato: “rivoluzione reazionaria”. spesso l’antiberlusconismo o le opposizioni radicali ad un modello di sviluppo come quello liberale (di marca italiana) sono costrette al ripiegamento sulla validità di valori e principi che fanno parte di periodi storici ed età politiche passate. ciò sta a significare che in tutti questi anni, alla perversione dei costumi, è seguita una di carattere sociale ed istituzionale, che ha coinciso con il “ventennio” berlusconiano e con le “alternative spazzatura” che hanno avuto il tempo e la possibilità di rimediare una volta insediatesi al governo (ma che non l’hanno fatto, anzi, hanno dato nuova propulsione al medesimo modello di sviluppo). una delle tante sfide politiche del futuro sarà quindi quella di coniugare un conservatorismo costituzionale ad un progressismo riformista che, aggiungo io, sappia evadere da un modello di sviluppo non solo fraudolento ma anche desumanizzante. inutile dire che una tale riscossa non deve venire solo dalla politica ma anche dalla componente sociale e soprattutto dall’economia e dalla la gestione delle risorse.
    naturalmente occorre vedere se questa “berlusconizzazione” (che è comunque un termine volgare per designare un periodo storico, da Tangentopoli in poi, che non ha visto solamente Berlusconi come protagonista della politica) ha attecchito a tal punto nel dna degli italiani da renderli sterili di fronte a qualsiasi possibilità di cambiamento.

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