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Parla di cose enormi, questa vicenda che è insieme fortemente americana e fatalmente universale; parla di malattia, di morte e di amore (più o meno in quest’ordine), parla del desiderio dell’immortalità e della sua pericolosità, della sua capacità di trasformarsi in un incubo, e lo fa con uno stile che convince e affascina, che non teme nulla e sa perfettamente dove vuole arrivare.

La scrittura di Aimee Bender è una scrittura intensamente, scopertamente “americana”: una prosa fulminea, semplice e determinata a colpire dritta nel segno, che atterrisce e affascina per la facilità e la forza che porta con sé e i cui contorni emergono chiari dentro ognuna delle sue parole, dentro il suo stile lucido e spiccio, dentro la sua capacità di far emergere i personaggi dallo sfondo della sua storia come se fossero fatti di marmo, di diamante, di un materiale duro e impossibile da fraintendere, impossibile da ridurre ad altro che a sé.

Questo romanzo è segnato da una nettezza di sguardo, da una chiarezza di prosa e di punto di vista che fa quasi male: in ognuna delle sue parole, in ciascuno dei suoi personaggi brilla l’attitudine da chirurgo e da sciamano, da orafo e da scultore della sua autrice, che squadra la sua storia e la domina, sa precisamente quale frammento di realtà vuole illuminare attraverso le sue parole, e non mette nemmeno in conto la possibilità di fallire.

Tutto è intenso, in questa storia. Tutto è denso, e forte, e inciso nella pietra, marchiato a fuoco. Così intensamente umano che, mano a mano che le pagine scorrono, non si può far altro che arrendersi di fronte alla forza dei personaggi assolutamente assurdi, totalmente incredibili, folli, impossibili che Aimee Bender crea e che all’inizio sembrano irreali e caricaturali ma che, pagina dopo pagina, si rivelano invece per quello che sono: persone più vere del vero, proprio grazie al cumulo delle loro nevrosi. Persone che sono “noi” più compiutamente di quanto noi stessi potremo mai essere: la nostra versione radicalizzata, definitiva, condotta alle estreme conseguenze, raccontata senza mezze misure in una storia che sembra esagerata e che invece è solo onesta di un’onestà che non teme nulla.

aimee-bender-book-reviewIl romanzo inizia con una favola dolce e macabra, un racconto della buonanotte a base di sacrifici, pubbliche esecuzioni e arti amputati, e prosegue raccontando l’incontro tra una ragazza che ha lunga familiarità con la morte e una manciata di bambini estremi e folli, capaci all’occorrenza di sbattere la testa contro lo stipite di una porta fino a trasformarsi in maschere di sangue e di furore, di farsi male per provare alla vita che sono ancora vivi, che non vogliono cedere ancora al ricatto della non-esistenza.

Tutto vive del rapporto con la morte, in questa storia: tutto si regge sul filo della paura inesorabile della perdita, e sulla ricerca disperata di una scappatoia che consenta di vivere, nonostante l’incombenza dell’enorme fantasma del dolore. Vive così Mona, che ha vent’anni e ad è appena diventata – suo malgrado – insegnante di matematica nella scuola elementare di una cittadina americana indefinita, piantata in mezzo al nulla ma dominata dalla presenza di un enorme, futuristico, elefantiaco ospedale azzurro che è il suo fiore all’occhiello e la sua rovina.

Fino al momento dell’incontro con i suoi nuovi allievi, la vita di Mona è tutta segnata dal rapporto continuo con la dolcezza rassicurante dei numeri – immortali per definizione – e con un padre malato di un male sconosciuto che non ha motivi, non ha ragioni, non ha nemmeno un nome e che è – insomma – pura ipocondria. La malattia invisibile del padre ingrigisce la vita dell’intera famiglia colmandone ogni anfratto e dilagando nell’esistenza di Mona, che si trasforma poco alla volta in un gorgo implacabile di cose da cui allontanarsi. Ogni cosa, ogni gesto, ogni attività non sono altro che qualcosa da abbandonare, qualcosa a cui non attaccarsi per non lasciare al destino nessun fianco scoperto attraverso cui colpire. Rinunciare a tutto, per non aver nulla da perdere.

Dopo anni trascorsi difendendosi dal terrore di una morte che non esiste, e che non esistendo finisce per essere l’unica cosa vera di un’intera vita, Mona arriva per caso dentro le mura di una scuola elementare. Lei, con la sua ascia che ha comprato il giorno del suo compleanno e con cui immagina di tagliarsi un braccio, o forse una gamba, in una sorta di assurdo sacrificio che dovrebbe salvare non si sa bene chi, non si sa bene da cosa.

Lei, con il suo tic che la porta a picchiettare senza sosta su ogni superficie di legno che trova a portata di mano, lei con il suo disgusto e il suo desiderio nei confronti dell’amore e del sesso, che cura mangiando sapone, per ricordare a se stessa quale sia il rischio implicito in ogni attaccamento.

Con questo bagaglio di nevrosi, angoscia e dolore cucito addosso, Mona diventa maestra, e si scontra col mondo vero. Il mondo fatto di un insegnante di scienze che disegna bolle di sapone e prova a riempirle di fumo di sigaretta, di una bambina traboccante di rabbia e di angoscia che ha una matassa di capelli impossibili da ordinare e una madre malata di cancro, di una seconda elementare fatta di piccole molecole di pazzia in forma di bambino, con cui nulla è semplice, ma tutto è concreto, tutto è vivo e tangibile, a partire dalla paura della perdita.

A scuola, tutto quello che nella vita di Mona è stato sempre nascosto sotto il velo del terrore non detto deflagra ed esplode: prende vita, e attraverso il dolore totale libera tutti, mette tutti nella condizione di affrontare la tragedia e di non lasciarsi ingrigire da essa senza opporre resistenza.

E così, nel trionfo tragico della vita che esplode in questa storia in cui tutti sembrano folli, e in cui tutti sono invece solo più veri del vero, si dà perfino la possibilità di un lieto fine, per Mona e la sua vita danzata sull’orlo della morte: un lieto fine che non parla di vittoria – perché la vita non può vincere mai la sua battaglia contro l’implacabile terrore della perdita – ma che ugualmente risplende come l’unica goccia di splendore a cui sia possibile sperare di attingere, nel mezzo del dolore della contingenza e dell’inevitabile caos che domina ogni cosa, e a cui non si può far altro che cedere.

Aimee Bender, Un segno invisibile e mio, Minimum Fax

 

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