Kossiga Picconatore

di Alessandro Bampa.

Personalmente ho iniziato ad occuparmi (e preoccuparmi) di Cossiga il 23 ottobre 2008, quando lessi una sua intervista sul Quotidiano nazionale. Era il periodo d’oro dell’Onda, quando si manifestava seriamente contro i tagli di Tremonti all’istruzione e all’università. Al riguardo, cosa si sentì in dovere di dire il presidente emerito della Repubblica? Semplicemente consigliò al già di suo violento ministro dell’Interno Roberto Maroni (pregiudicato per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale) di fare come fece lui quando ricopriva la stessa carica:

«[Bisogna] lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. […] Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. […] Nel senso che le forze dell’ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli a sangue e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano».

Un colpo di sole? Una boutade? Neanche per sogno. A pochi giorni da quelle parole, ecco la lettera aperta al capo della polizia Manganelli (nomen omen?) dell’8 novembre, con quel passaggio da brividi: «Un’efficace politica dell’ordine pubblico deve basarsi su un vasto consenso popolare, e il consenso si forma sulla paura, non verso le forze di polizia, ma verso i manifestanti».

Da quei giorni la mia attenzione per il personaggio è aumentata, soprattutto per quella sorta di lasciapassare che lo ha caratterizzato assieme a molti altri potenti d’Italia: Cossiga dice queste frasi, eppure non succede nulla, nessuno a livello politico s’indigna, la notizia non raggiunge nemmeno le tv e tutto scivola via come niente fosse. Come Andreotti (prescritto per il concorso esterno in associazione mafiosa, reato commesso fino alla primavera del 1980), anche lui ha sempre goduto di una sorta di immunità di Stato, che ne ha cancellato gli aspetti negativi e controversi, lasciando nella pubblica opinione solo quelli degni di lode. A ricordare i gesta di Cossiga ci penserà certamente l’informazione di regime, magari con un bell’editoriale di Minzolini. Qui infatti mi soffermerò su altro: è il caso di rinfrescare la memoria su ciò che in tv verrà sottaciuto o detto in maniera incomprensibile.

A partire ad esempio dal modo in cui, da responsabile del Viminale, affrontò le proteste studentesche nel 1977: a colpi di M113 e – come ha confermato lui stesso a 31 anni di distanza con l’intervista di cui ho riportato solo un estratto – di infiltrati, ovvero «agenti provocatori pronti a tutto». Si può poi passare per il caso Moro con la creazione di due comitati di crisi – con molti iscritti della P2, come tale Gelli Licio – per arrivare alla soffiata che nel 1979 da presidente del Consiglio fece al figlio del suo collega di partito Donat Cattin, avvisato dell’ormai imminente arresto: Cossiga confidò tutto ad Enrico Berlinguer, quello della «questione morale», uno con le palle, che quindi lo fece mettere in stato d’accusa per favoreggiamento e rivelazione di segreto d’ufficio. Prosciolto dalle accuse nel 1980, il nostro ha rivelato come fosse tutto vero solo nel 2007, quando il reato era ormai prescritto.

Eccoci quindi alla sua elezione a Capo dello Stato, nel 1985. Dopo la prima fase essenzialmente notarile, con la caduta del muro di Berlino Cossiga divenne l’«esternatore», con le sue riletture della storia spesso esplicitamente provocatorie, altre volte più utili a far capire che se dovesse parlar lui la rivoluzione diventerebbe una realtà (non ci si deve dimenticare che «il Picconatore» è passato per Ustica e per la strage di Bologna). Il tutto con l’ombra di Gladio, l’organizzazione clandestina dell’Alleanza Atlantica che doveva bloccare l’eventuale ascesa al potere italiano dei comunisti e che dunque fece del Belpaese uno Stato a sovranità limitata, rivelata da Andreotti nel 1990 e della quale Cossiga fu sovrintendente. La partecipazione a tale struttura gli costò l’impeachment – quello tornato di moda in questi giorni grazie al Pdl – dal quale ne uscì incolume, anche dal punto di vista penale. Lasciò infatti lo scranno solo a due mesi dalla scadenza del mandato, con le dimissioni del 28 aprile 1992, lasciando l’Italia da sola sulla soglia delle stragi.

Questo è quanto voglio personalmente ricordarmi di Francesco Cossiga. Non so se, mettendo sul piatto della bilancia anche questi fatti, la sua figura di statista ne esca compromessa. Sinceramente neanche mi interessa. L’unica cosa che mi preme ricordare infatti è che certamente l’uomo si è portato con sé parecchi segreti del Potere che, se svelati, avrebbero aiutato l’Italia a crescere. E questo messaggio purtroppo non passerà.

Tomba di Cossiga

5 commenti a “ Un uomo del Potere ”

  1. Berlusconi si è riifutato di divulgare la lettera speditagli da Cossiga (scritta tre anni fa) prima di morire: che contenesse rivelazioni? Ecco quello che mi dà fastidio come cittadino italiano è di non sapere la verità, chi muore è sempre bravo, ma alla fine si porta i segreti nella tomba. Visto che Andreotti non morirà mai, con Cossiga se ne va un certo tipo di politica; con Cossiga muore l’Italia repubblicana? Non credo…se ne va un pezzo di storia, il problema è sempre quello che viene dopo.

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  2. mario

    mario

    Cossiga che uomo di merda sei stato da vivo e che sarai anche da morto!!!..la cosa che più mi piace e che mi fa godere, è, che tu lasciato scritto ( e sottinteso che che ti avrebbe fatto piacere) che a discrezione, si possano fare delle esequie pubbliche, ma nessuno ti ha CAGATO!!! Riposa all’inferno con MORO che ti guarda dall’alto.

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  3. Tra le tante responsabilità politiche non positive del “grande statista” Cossiga ce n’è anche un’altra, poco ricordata ma importante : aver tessuto la trama con D’Alema e Marini, complice Bertinotti, che fece cadere Prodi nel 1998.
    Fingendo una conversione a U, lui anticomunista viscerale, con il suo appoggio fece re per un anno il già comunista D’Alema, ma tolse credibilità al centrosinistra, seccò l’Ulivo (che lui odiava) e generò un tal smarrimento tra il suo elettorato che dopo allora è entrato in una crisi dalla quale non si è ancora ripreso.
    http://cassandralg.blogspot.com/2010_05_01_archive.html

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  4. mafalda

    mafalda

    Kossiga è stato un immorale ed è per questo che ne fanno il panegirico. E’ l’apoteosi della ragion di stato. VIENE IL VOMITO.

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