Il passato in Italia sembra tornare più spesso che in altri Paesi. Ecco allora che in politica ci si rinfaccia cose accadute negli anni Settanta e in letteratura si torna addirittura agli anni Cinquanta. E tutto perché non si sa più cosa sia oggi la sinistra.

In queste ultime settimane si è parlato molto di “guerra interna alla sinistra italiana” e anche di antiche ruggini del passato. La scaturigine del rancore sta nelle vicende che coinvolgono il Presidente della Repubblica Napolitano, che come tutti sanno fu a suo tempo esponente di punta del PC. Partendo dal presupposto che considerare di sinistra il PD, o Di Pietro, o Travaglio, mi sembra semplicemente ridicolo, penso che i motivi di disappunto vadano cercati nella sinistra del passato, forse addirittura negli anni ’70 (già a quel tempo non c’era un’unica sinistra), anche se ovviamente la deflagrazione del PC nei primi anni ’90 porta ancora con sé le sue conseguenze.

Napolitano, per esempio, negli anni ’70 era filoamericano e rappresentava una corrente comunista non del tutto allineata con Berlinguer. Ecco che allora qualche vecchio bolscevico verace ed autentico potrebbe avercela con lui.

Ma d’altra parte i tempi sono cambiati e oggi anche a sinistra rivendicare un passato comunista potrebbe essere un difetto. Perché la narrazione attuale parla di moderati, progressisti, riformisti, giustizialisti, etc. Oggi «Il Fatto quotidiano», diretto da un giornalista fuoriuscito da «L’Unità», attacca Napolitano, mentre «Repubblica» di Scalfari e la stessa «Unità» lo difendono a spada tratta e accusano le procure.

Ma Ingroia non è comunista? Come Napolitano? E se volessimo complicare la questione potremmo anche chiederci se Grillo è di sinistra. Non è da tutti appassionarsi di queste vicende, lo ammetto. Io però coltivo una passione vintage per gli anni ’70, quindi quando sento parlare di sinistra divisa e di diverse correnti penso subito alle divisioni del passato. Perché una volta c’erano i politici bravi, e i giornalisti bravi, e poi c’erano gli intellettuali, quelli veri, e i cantautori impegnati, e poi c’era Gian Maria Volontè. Ecco che allora, complice forse questo mio immaginario antiquato, quando ho visto la vittoria del premio letterario Campiello assegnata a Carmine Abate, mi è venuto in mente che si trattasse di una “cosa di sinistra”. E di una sinistra del passato.

Innanzitutto lo scrittore calabrese ha i baffi da comunista degli anni ’50. Poi è incensato da giornali di sinistra come «L’Espresso», che tra l’altro accusa quelli che non lo conoscono di essere dei superficiali. Infine ha scritto un romanzo epico e patetico, cioè che evoca l’epos e il pathos legati al lavoro e all’amore per la propria terra, maltrattata dai potenti e dai corrotti. Temi tipici del cosiddetto realismo socialista, di cui abbondano gli esempi nella letteratura russa, ma affiora qualche caso anche nella letteratura italiana, soprattutto durante la fase neorealista e soprattutto nella letteratura meridionale.

Prima (e meglio) del neorealismo fu Ignazio Silone, con Fontamara, a raccontarci le vicende e le sofferenze della povera gente. Poi vennero anni impregnati di ideologia, che di solito in letteratura è un acido che corrompe il fatto estetico. Ecco allora la nascita di opere (quadri, romanzi, poesie) brutte (giudizio soggettivo e opinabile, ma condiviso da molti), ma importanti per i temi affrontati. C’è anche da dire che il neorealismo letterario si conta in realtà in pochi romanzi ed è entrato presto in crisi. La poesia neorealista, di cui è portabandiera Rocco Scotellaro, ebbe ancora meno seguito. Un discorso diverso invece merita, ovviamente, il cinema.

Mi sembra che il romanzo di Carmine Abate, soprattutto per come viene presentato, si inserisca in questa vecchia linea. Ovviamente Abate non è un esordiente, quindi si può anche dire che lui è coerente con una sua poetica consolidata, che solo adesso balza agli occhi. È vero che anche Pennacchi ha vinto un premio letterario molto importante, ma lui è un personaggio diverso, che sembra una creatura di Corrado Guzzanti e che comunque resta legato all’ambiente operaio.

In quel senso allora mi viene in mente Paolo Volponi, grandissimo scrittore, grande uomo di sinistra (ma non di partito), che però da un punto di vista letterario il realismo cercò di romperlo da dentro. Come dire che il realismo mimetico non è l’unico modo per parlare del proletariato. Negli ultimi anni la letteratura meridionale è rifiorita, con tanti nomi importanti. Manca però un’alternativa, secondo me, a un certo modo di raccontare le cose, una via diversa e geniale. L’alternativa al postmoderno potrebbe essere un postmodernismo all’americana, e non un ritorno al realismo ottocentesco. In Italia a mio avviso manca un grande scrittore postmoderno in stile De Lillo o Wallace, uno scrittore che possa essere postmoderno e marxista allo stesso tempo.

1 commento a “ Una cosa di sinistra ”

  1. Egidio Ferro

    Egidio Ferro

    Condivido in pieno il finale. Il realismo ha trovato nuovo vigore pure in filosofia con un nuovo interesse per l’ontologia (vedi Ferraris & Co.). E ultimamente le tendenze realiste mi sembrano ben vive, anzi sono troppe e mi hanno francamente rotto le balle. A me pare che certi nuovi autori siano orientati ad aderire a un realismo delle cose e dei fatti, per cui un romanzo esiste solo se si fanno accadere le cosse e succedere i fatti, quasi che la lingua debba solo descrivere il mondo. E questo lo si nota anche negli stili sempre più asciutti e brevi, che segnalano una mancanza di pensiero e riflessione su ciò di cui l’autore sta parlando, il quale preferisce, appunto, passare da un fatto a un altro.

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