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di Alessandro Bampa.

Bo Padova

Se nella Facoltà di Lettere e Filosofia l’attività didattica viene sospesa per tre ore (tre ore!), o sta arrivando la fine del mondo o c’è l’apertura dell’anno accademico. Dal momento che l’inaugurazione ufficiale viene celebrata generalmente intorno a marzo, rimane l’Apocalisse. Il termine forse è un po’ forte. Ma forse no.
La sospensione di mercoledì 11 Novembre infatti è stata determinata dall’indizione di un’assemblea di Facoltà. Tema: il cosiddetto ddl Gelmini. Perché un semplice progetto del governo deve preoccupare a tal punto la sonnacchiosa facoltà patavina? Semplicemente perché questa riforma rischia di mettere una pietra tombale sul capitolo pubblico dell’università italiana.
Per capire il perché di tanto pessimismo, bisogna partire dalla celeberrima legge 133 di Tremonti, la finanziaria triennale varata definitivamente il 6 agosto 2008. Tre erano i punti fondamentali inerenti al mondo accademico:
1) «Facoltà di trasformazione in fondazioni delle università» (art. 16): se già il titolo dell’articolo non è autoevidente, aggiungiamo che le fondazioni di cui si parla vengono definite «di diritto privato».
2) «Turn over» (art. 66, comma 7): gli enti pubblici possono assumere una nuova leva ogni cinque pensionamenti. Per le università il discorso è leggermente diverso grazie al disegno di legge 180 del 2008, diventato poi la legge 9 del 2009, ovvero il decreto Gelmini, che ha incrementato le assunzioni delle università al 50%: un nuovo contratto ogni due pensionamenti (art. 1, comma 3).
3) «Economie lorde di spesa» (sempre nell’art. 66, comma 13): per i comuni mortali, sono i cosiddetti tagli. Fino al 2013 incluso, l’esecutivo ha tagliato 1,441 miliardi di euro al fondo di finanziamento ordinario (FFO). Il decreto Gelmini per lo stesso periodo ha poi reintegrato la miseria di 354 milioni di euro. Questa è la base su cui si sta per innestare il ddl varato dal consiglio dei ministri il 28 ottobre scorso.
Quali sono i cardini della prospettata riforma che mettono ancor più a rischio la sopravvivenza della cosiddetta università pubblica? Ad una prima lettura (non siamo degli esperti, ma comunque ce la caviamo), i problemi principali del disegno di legge, quelli che richiamano alla memoria strane «soluzioni finali», sono almeno sei:
1) Consiglio di amministrazione (cda): esso deve essere composto almeno per il 40% da soggetti esterni, cioè da privati. Problema: il cda decide praticamente su tutto, dato che qualsiasi risoluzione del senato accademico
è vincolata alla sua approvazione. Dunque almeno il 40% di gente che non ha nulla a che fare col mondo universitario deciderà su tutto ciò che l’organo universitario per eccellenza propone. Ad esempio, le assunzioni e le ricerche. Quale sarà la bussola che guiderà il cda? Il vil danaro, che domande! Ogni ateneo dovrà produrre un guadagno. Dunque, via le ricerche economicamente infruttuose o che daranno risultati troppo tardi. La cosa è aggravata dal fatto che il ministero dell’Economia, tramite appositi funzionari, entrerà negli organismi che controllano i bilanci degli atenei.
2) Fondo speciale per il merito: quello che in teoria dovrebbe essere una piacevole novità diventa un problema perché sarà gestito dalla Consap spa, una società per azioni che, dunque, ha fini di lucro. Il ddl dice che tale fondo può essere integrato da specifici trasferimenti pubblici e, cosa divertente se non fossimo nel bel mezzo di una crisi, da donazioni di privati.
3) Mobilità: rappresenta uno dei punti più nebulosi del ddl. Riferita a professori e ricercatori, deve essere stimolata dagli atenei stessi e, se non applicata, può essere imposta dal ministero con appositi incentivi. Diventa uno dei criteri in base ai quali l’Anvur valuta le università decidendo se assegnare loro una quota maggiore del FFO. Non si capisce bene perché, una volta conquistata la sudata cattedra, uno debba mettersi nell’ordine di idee di doversi trasferire ogni tot (non specificato) anni.
4) Riduzione dei settori scientifico disciplinari: entro 60 giorni dall’entrata in vigore del ddl, il ministero riordina i settori scientifico disciplinari, riducendoli. Ogni settore dovrà contare su almeno 50 ordinari, salvo poche eccezioni, non indicate.
5) Abilitazione scientifica nazionale: viene istituita una abilitazione all’insegnamento universitario a livello nazionale per le prime e seconde (e uniche, come vedremo col prossimo punto) fasce. Il problema è dato da una limitazione di non poco conto: chi si presenta per diventare associato e non ottiene l’abilitazione, non potrà riprovarci per i successivi 2 anni.
6) Eliminazione della terza fascia: i ricercatori non avranno più un contratto a tempo indeterminato, ma uno triennale rinnovabile al massimo una sola volta. Al termine dei 6 anni diventeranno associati. La fregatura è data dal fatto che, nonostante questa abilitazione, le università non sono costrette ad assumerli. Se si aggiunge che i contratti degli assegnisti di ricerca – allo stato attuale veri e propri paracadute per chi cerca di rimanere nel mondo accademico– decadono anch’essi dopo 6 anni, si capisce bene come la ricerca venga di fatto ulteriormente precarizzata.

GelminiQuesti sono i punti chiave del ddl. O, meglio, quelli che ci stanno preoccupando maggiormente e che siamo riusciti ad individuare e decodificare dal burocratese in cui è stata redatta la legge. Risulta evidente il progetto di privatizzazione dell’università. Il motivo è semplice e, in parte, condivisibile: l’Italia è senza soldi, dunque dobbiamo tagliare ciò che non ha immediate ricadute positive sull’economia. Che la cosa sia vera è dimostrata da un fatto verificatosi a inizio Novembre per la prima volta nella storia della Repubblica: la Camera dei Deputati ha dovuto chiudere i battenti per la mancanza della copertura economica per i progetti delle commissioni. Se non ci sono i soldi per fare le leggi, cosa ci dobbiamo aspettare noi miseri studiosi? L’abisso economico italiano (debito pubblico a oltre 1.800 miliardi di euro) è confermato dall’ultimo comma dell’ultimo articolo del ddl. La tanto attesa riforma dell’università infatti non deve sottrarre un euro alle casse pubbliche: «dall’attuazione delle disposizioni della
presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica». Date queste premesse, risulta (o dovrebbe risultare) evidente il perché delle preoccupazioni della nostra facoltà: il cda finanzierà dei progetti di ricerca che, dal punto di vista meramente economico, non producono un euro? Si riterrà opportuna l’assunzione di un personale altamente qualificato che genera “solo” sapere? Quale privato in Italia può essere interessato a sovvenzionare delle ricerche letterarie? I settori scientifico disciplinari con un basso numero di professori e di studenti, dovuto alla specificità dei corsi, sopravvivranno o verranno miseramente cassati, eliminati, spazzati via assieme alle loro materie di studio? Come si può basare la ricerca su una precarizzazione che lascerà a piedi molti più trentenni di quelli attuali?

Ad essere razionali, non sembra che le risposte a tali domande possano essere confortanti. Come ha detto all’assemblea di Facoltà il saggio professor Brandalise, «non mi piace non combattere per i miei ideali, ma ogni tanto bisogna avere l’onestà intellettuale di riconoscere la propria impotenza».

1 commento a “ Università: la soluzione finale? ”

  1. Gianni Barba

    Gianni Barba

    Per rendere l’articolo veramente completo, secondo me bisognerebbe aggiungere da qualche parte i link alle leggi di cui si parla.
    Ciao

    Rispondi
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