Vanitas & Divismo.
Quando le dive schiattano (maggiorate a parte).

di Caterina Di Paolo.

L’ultimo numero de L’europeo è incentrato sul divismo anni ’50: una meravigliosa carrellata in bianco e nero delle attrici italiane di metà Novecento intervistate da Oriana Fallaci, che ai tempi non era ancora la pazza fascista che è stata poi, e anche se aveva già molto pepe sulla penna – le sue domande sono spesso un po’ troppo pungenti – fa emergere aspetti interessanti su quel periodo.

Le fotografie di Lucia Bosè, Valentina Cortese, Silvana Mangano, Virna Lisi e qualche loro dichiarazione – Claudia Cardinale che dice che per contratto non può ingrassare, la Mangano che si vanta di mangiare pochissimo perché i corpi troppo ingombranti le fanno ribrezzo, il titolo Magra e ipermoderna dedicato a Elsa Martinelli nel 1965 – mi hanno portata a riflettere su quello che credo sia un fraintendimento rispetto al termine e alla fenomenologia delle maggiorate. Tutte le donne citate sopra, infatti, oltre al seno prorompente sfoggiavano anche vitini da vespa e cosce granitiche che una dieta a base di carboidrati non poteva certo regalare – con buona pace dell’aforisma più citato sulla tipica bellezza italiana, «tutto quello che vedete lo devo alla pasta», proferito dalla regina Loren che poteva dire e fare tutto ciò che le pareva.

Parliamoci chiaro: la Bosè in Cronaca di un amore avrà avuto al massimo la 40, e le sue misure erano 86-65-89: come una velina d’oggi. Voi direte, ma la Bosè non era alta un metro e ottanta come le anoressiche da sfilata. Vero: era alta un metro e 73 – non una differenza abissale. Per non parlare del film La donna più bella del mondo e della sequenza in cui la Lollo fa la spadaccina dalle lunghissime gambe nude, un po’ come quelle della Mangano in Riso amaro. Tutto questo per dire: la moda anni ’50 era forse meno inclemente di quella del dopo-Twiggy, ma dipingere gli anni delle maggiorate come un’epoca di fasti in cui ogni culona avrebbe potuto sfilare in passerella è decisamente ingenuo.

Le donne davvero giunoniche – Anita Ekberg, ad esempio – erano un’eccezione per palati forti – Fellini, ad esempio – e andavano sempre vestite in modo tattico: gonne scampanate, scolli vertiginosi, tacchi altissimi, pose innaturali. È negli anni ’50 che viene inventato il bikini, battezzato come le isole esplosive e indossato prima dalla spogliarellista Micheline Bernardini e poi dalla divina Bardot: sì, sto parlando del bikini, quello della prova costume.

C’è poi nel reportage un’intervista ad Anna Magnani, che stride decisamente in mezzo a tutte le maggiorate, stelle e stelline. Nannarella, a cui dopo Roma città aperta era rimasto addosso il ruolo di mamma romana sbrigativa e anti-diva, si lancia, appena la Fallaci le chiede un commento su Marilyn, in una tirata protettiva sulla bionda più famosa del mondo, da lei dipinta così: «Era un fiore di creatura: tutta morbida e bianca, senza nemmeno una stecca per tenersi dritta, compatta come un albero giovane, profumata come una gardenia sul ramo: quando seppi che l’avevano ammazzata sembrò anche a me di morire un pochino. Telefonavo a tutti come una folle, piangevo, persi le staffe quando non so quale imbecille mi disse che sì, era una perdita grave per il cinema. Che cinema e non cinema, hanno ammazzato una creatura, dicevo, una donna di 36 anni, e voi mi parlate di cinema.»

Strana coppia, Anna Magnani e Marilyn Monroe. Il bianco e il nero uniti solo dall’intoccabilità. Di primo acchito mi ero lasciata prendere la mano sul complotto di cui Nannarella tuona (a uccidere Marilyn sarebbe stato lo show-biz con le sue regole disumane, cosa in un certo senso vera, ma anche in un certo senso falsa, ed è per questo che ho cancellato il resto dell’articolo da qui in poi). Mi ero lasciata prendere la mano e sulla falsariga delle accuse magnanesche avevo scritto un pezzo su Marilyn agnello sacrificale, Marilyn che non avendo le forme di una modella era stata costretta a una bellezza a tavolino fatta di sorrisi e moine perenni, anche subito dopo aver abortito.

Vedo un grande senso di colpa nei confronti di Marilyn, come se dopo averla fatta spogliare nuda e ossigenarsi i capelli ora la si voglia dipingere a tutti i costi come un’intellettuale – La lettura ha dedicato una copertina a Marilyn qualche tempo fa, in cui molte frasi dell’archetipo delle bionde erano riportate in colori diversi, a volte in inglese e a volte in italiano, e tutte confermavano l’immagine postuma che ci siamo fatti di lei: una donna rotta dalla superficie inscalfibile. Proprio come nelle foto di lei che legge, le sue immagini forse più colpevolmente condivise oggi, come se non si trattasse comunque di immagini, apparire.

Ho poi guardato le cose con un certo distacco, e mi sono detta: Marilyn era un’attrice. Il suo campo di competenza era la recitazione, in senso lato se vogliamo l’allure, la bellezza, il carisma. Le dichiarazioni che ha rilasciato sulla sofferenza di un’infanzia difficile e di un’identità incerta sono a margine: se crediamo di conoscerla perché ha raccontato ai tabloid la sua vita in orfanotrofio potremmo anche abbonarci a Oggi e Novella 3000 e dirci esperti di costume.

Marilyn è morta con il suo dolore amplificato dalla sua presenza scenica, sono passati cinquant’anni e ancora si saccheggia e si pontifica sulla sua immagine, resa immortale anche dalla tragicità della sua morte; mentre la Mangano cadeva in depressione in silenzio, la Vitti veniva dileggiata da tutti per essere il volto dell’alienazione, e tante altre sottostavano alle regole ferree dello spettacolo e morivano in età avanzata, piante ma senza stridii di denti. Mi viene in mente quella sequenza dello sputtanatissimo e amatissimo Favoloso mondo di Amélie in cui l’edicolante dice alla protagonista a proposito della morte di Lady D: «Che peccato. Era così bella.» e Amélie risponde: «Perché, se fosse stata brutta non sarebbe stata una tragedia? »

È passato un anno dalla morte di Amy Winehouse. Nella mia mente la notizia si confonde all’eccidio di Utoya, avvenuta il giorno prima. Quello dello scorso anno è stato un luglio nerissimo. La povera Amy è andata in rapido disfacimento sotto gli occhi di tutti. C’è stato un momento in cui i video di lei che non riusciva a cantare perché era strafatta si alternavano in modo convulso alle foto delle sue narici imbiancate (ne usciva una nuova all’ora). Amy che corre perdendo una scarpa con la minigonna sbilenca e la cofana di capelli che pare gigantesca perché lei si è ridotta uno scheletro. Amy con gli occhi incrociati e la bava. Amy che bofonchia cose insensate in un’intervista.

I collage con di Amy prima e dopo la roba. Le abbiamo viste tutte, le abbiamo viste tutti. Poi lei è morta e adesso l’andazzo generale è concentrarsi sulle sue doti di cantante meravigliosa – su Vitaminic Francesco Farabengoli scrisse un pezzo magistrale a riguardo, parlando dell’ultimo amore della Winehouse per il reggae e di It’s a pity, la pietra miliare di ogni riddim, spiegando un problema: l’immagine della Winehouse era quella della struggente cantante soul e le chitarre in levare con lei venivano bocciate. Farabengoli dice: ora che è morta, facciamo fare alla sua voce quello che lei ci avrebbe voluto fare. Cantare pezzi reggae.

Mi sembra che queste due morti, quella di cinquant’anni fa della bionda incistata nell’immaginario di chiunque e quella dell’anno scorso della mora che sembrava uscita dagli anni ’60, siano analoghe. Non tanto, non solo per la tragicità. Non perché ci hanno strappato due talenti innegabili troppo presto, quanto perché entrambe urlano la ferocia degli occhi che vogliono sempre vedere, dell’esposizione mediatica continua, anche di fronte a una disperazione che non si sa gestire. E mi sembra che per dar pace a Marilyn e ad Amy non basti dire che il mondo dello spettacolo è duro e reificante oggi come ieri. Forse sarebbe più giusto capire che la Marilyn dello spettacolo è ancora viva. È sulla tovaglietta che uso per pranzare, sulle borse, nei cinema, nei libri. Nelle foto su tumblr in cui legge. 
Per vedere la vera Marilyn dietro alle nuvole di fumo si dovrebbe forse guardare un film con Marilyn dentro. Quella vera, non Justine Mattera o Pieraccioni.

Come per darci un’immagine vera di Amy bisognerebbe ascoltare le sue canzoni. Dimenticare le immagini, dimenticare lo sciacallaggio. Pensare che l’unico modo per vedere un’attrice è guardarla recitare, per sentire una cantante è ascoltarla cantare. E alla prossima diva allo sbando impedirsi per il proprio bene di guardare le fotografie e i video del disfacimento in diretta.

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