This is tomorrow

 

In quel tempo un sole bianco saliva verso est, la mattina, e prima del tramonto dardi ramati bucavano leggere cortine di bruma sospese sopra la linea terrestre.
Pippo Ingravausio voleva fare l’insegnante. Lo sapeva, lo aveva sempre saputo, sin dai tempi del Liceo Classico: mentre gli altri suoi compagni se ne fregavano o si perdevano in complicati ragionamenti sadomasosofistici per scegliere l’università, lui sapeva che avrebbe fatto Lettere, che a Lettere le materie fondamentali sono filologia e linguistica, che poi c’è la specialistica, poi la S.S.I.S., e poi l’insegnamento. Sì, lui sapeva.
Pippo, detto Filippo, a quel tempo attraversava sovente (e sotto vento) la città con l’aria severa di chi non ha tempo da perdere, ché ha qualcosa da fare nella vita, lui. La testa era quasi sempre bassa, come a voler controllare che i piedi si muovessero nel giusto modo. Da un po’ di tempo si era accorto che sui muri comparivano scritte strane, verosimilmente eseguite durante la notte, ma non aveva mai sprecato più di uno sguardo per quei muri autografati. Aveva altro a cui pensare, lui.
Se il lettore si sta chiedendo in che senso fossero strane queste scritte, gli basti sapere che esse rappresentavano slogan del tipo “Studente Precario Morto” o ammonimenti come “La resa dei conti è vicina, per cui preparatevi a pagare”.
Pippo credeva in Dio ed aveva la fidanzata. Pippo aveva scelto il suo futuro, ma ultimamente il Governo Nazionale aveva messo seriamente mano a riforme che stravolgevano il sistema universitario ed il “reclutamento” dei professori per le scuole superiori. Erano manovre che probabilmente avrebbero portato un miglioramento del sistema e sarebbero state positive. Sì, forse tra venti o trent’anni, pensava sconsolato Pippo, convinto che qualcuno gli stesse rubando il futuro.
Insomma al precariato, ormai mentalmente assorbito e quasi somatizzato negli ultimi anni, si preannunciava l’aggiunta della disoccupazione e della lotta spietata tra studenti per accaparrarsi i pochissimi posti che lo Stato metteva a disposizione. A cui va aggiunta la frustrazione per il modo in cui i governanti trattavano la cultura e l’istruzione.
<<Buongiorno>> diceva Pippo ai professori che incontrava avvicinandosi alla biblioteca, sempre con quello sguardo inceneritore che gli conferiva un’aura di sofferta e severa serietà.
Ancora <<Buongiorno>> e poi invece <<Ciao>> diceva Pippo se incontrava qualche amico. Come ad esempio Orazio, che passeggiava tra l’asfalto e il cemento e le aiuole e la merda dei cani con un’aria svagata e distratta guardandosi sempre attorno come se fosse per la prima volta in città.
Orazio Caracallina voleva fare lo scrittore. Orazio odiava i preti e un po’ anche le donne, infatti non aveva la fidanzata. Perché tutti questi nuovi iscritti a Lettere? pensava a quei tempi Orazio guardando con aria disgustata le orde di matricole che si accalcavano all’uscita delle lezioni o si disponevano in orgiastiche interminabili file presso i cessi o la mensa. Non vorrete dirmi che volete tutti fare gli insegnanti, eh? Non ci credo, cazzo. Ma non lo sapete che non c’è posto per tutti? E quelli che non vogliono insegnare, cosa vorranno fare, gli scrittori? I poeti? Ma per piacere! Sono pochissimi gli scrittori famosi laureati in Lettere, lo sanno tutti. No, no, io lo so che gente è questa, tutti figli del “No al numero chiuso”, eh sì. Molti di loro non hanno bisogno di preoccuparsi del proprio futuro perché ci ha già pensato qualcun altro. C’è chi ha il padre professore e ne erediterà la cattedra, chi lavorerà nell’azienda di famiglia, ma si è iscritto (o iscritta) a Lettere perché “è facile e fa figo”, chi ha lo zio negli Alieni ed ha già pronto il posto e via dicendo… Tutto questo magma di pensieri scorreva nella mente di Orazio, a meno che qualche presenza familiare non l’avesse interrotto.
Per esempio se incontrava Pippo si intratteneva volentieri con lui a discorrere. A volte facevano delle vere e proprie dispute scolastiche e finiva che quasi litigavano per decidere chi di loro era messo peggio, per poi concludere che entrambi avevano in comune un futuro cianotico.
<<Tu almeno hai una certezza>> diceva beffardo ma convinto Orazio all’amico <<Vuoi fare l’insegnante? Bene, lo farai, prima o poi. Sì, so che questo “prima o poi” è fatale, so anche che dovrai passare attraverso anni di precariato e disoccupazione, ma alla fine avrai il tuo posto nella società: moglie, figli, famiglia, chiesa, lavoro. Ogni tassello al suo posto. Io invece vivo lo stato angoscioso dell’artista: non ho certezze, non ho garanzie, non ho futuro. Quello che riesco a fare meglio, anzi l’unica cosa che so fare (o almeno che credo di saper fare bene) è scrivere, ma scrivere non è mica un lavoro, in Italia. A meno che tu non faccia il dattilografo… poi io voglio scrivere libri di letteratura, capisci? E non ho ammazzato nessuno, in questo paese devi essere famoso ancora prima di pubblicare i libri. E poi non mi interessa insegnare, né fare il giornalista…>>
<<Ma insomma, datti da fare! Non aspettare che l’Amore e la Fortuna ti piovano addosso! Vuoi scrivere? Allora scrivi! Partecipa a concorsi, manda i tuoi manoscritti in giro…>> rispondeva seccato Pippo.
<<Sì, ma a 22 anni non è che possa avere il Grande Romanzo nel cassetto, niente più che poesie adolescenziali o raccontini. Tra due anni finisco gli studi: e poi che faccio mentre aspetto che le case editrici mi rispondano? Non sono ricco di famiglia, non ho un’amante che mi mantenga…>>
<<Beh, non fare l’insegnante perché i posti sono pochi ed è giusto che vadano a chi crede veramente nella pedagogia e nell’insegnamento.>>
Queste discussioni venivano interrotte quasi sempre da Orazio, che non sopportava troppa serietà. Egli aveva deciso che aveva ragione Pippo: non è giusto considerare l’insegnamento come un ripiego, avrebbe perseguito la sua arte in ogni caso, e per il momento era meglio non pensare al futuro e credere che S.S.I.S. non significasse altro che “Siamo sempre in sciopero”. Sul perché poi egli stesso avesse scelto Lettere ci sarebbe stato da discutere a lungo e nemmeno lui avrebbe saputo dare una risposta precisa. Quel che è certo è che lui nella vita voleva scrivere ed essere pagato per farlo. Comunque non poche erano le volte in cui pensava di avere sbagliato clamorosamente nella scelta dell’università.
Pippo invece era veramente troppo serio. Quando parlava in maniera apocalittica del destino suo e di tutti i letterati pareva che non scherzasse affatto. La faccenda era sicuramente degna di interesse e preoccupazione, ma con il suo sarcasmo egli rischiava di diventare un paranoico asociale potenziale terrorista.
La relazione con la sua ragazza non scioglieva i suoi nervi, anzi a volte li faceva quasi saltare, e così Pippo stava iniziando a vedere il male dappertutto e non riusciva più a decifrare le cose con lucida razionalità, un po’ come in Luther, l’opera teatrale di John Osborne scritta subito dopo il grande successo di Look back in anger, in cui Lutero fa la sua rivoluzione non per motivi ideologici o religiosi, ma solo perché tormentato da un perenne mal di stomaco.
Una sera che doveva portarla a cena e pioveva, Pippo pensò: ma perché deve piovere proprio oggi? Perché non fa sole stasera?. Questa era probabilmente la cosa più leggera e divertente che Pippo aveva pensato negli ultimi mesi.
Elicide Bonsanti cantava in chiesa ed era quasi una suora, ma a differenza delle suore ella avrebbe avuto rapporti sessuali e dei figli “tutti suoi”, una volta sposata con Pippo.
Chi scrive pensa che queste persone avrebbero dovuto vivere nella gioia della perfezione della loro unione, invece la realtà e la storia crollarono loro addosso rischiando di portarli via per sempre.
Un giorno scoppiò la rivoluzione, e allora venne il sangue. E il fuoco. E il fumo nero. Pippo fu arrestato con l’accusa di terrorismo, mentre di Orazio non si seppe più nulla per un po’. Molti credevano che facesse la spia controrivoluzionaria per il Governo.
La verità è che quella fu una guerra civile particolarmente ambigua e caotica: non c’erano due fazioni opposte ben distinguibili. C’erano gli aspiranti professori che si scannavano (letteralmente e fuor di metafora) tra loro, i cosiddetti disoccupati “colti”, e poi c’erano i disoccupati “ignoranti”, che erano molti di più. La cosiddetta “guerra tra poveri”, insomma, ma la “borghesia” non stava certo a guardare. E poi c’erano i terroristi, responsabili del rapimento e dell’uccisione di alcuni ministri e sottosegretari del Governo, nonché del capo del Governo stesso, i quali (terroristi) avevano ovviamente scatenato la reazione violenta dell’esercito e di tutte le forze dell’ordine.
Non si capiva bene come potessero essere così ben organizzati e soprattutto da dove venissero i soldi che evidentemente servivano per armarsi e preparare attentati così mirati. La disoccupazione era talmente alta che i pochi che lavoravano e che quindi guadagnavano (escludendo politici, prostitute, calciatori, attori ed altra gente dello spettacolo, che sembravano non rendersi conto di niente) si erano uniti in una specie di confraternita segreta e si fingevano disoccupati per non attirare invidie e ripercussioni. Non si capiva chi potesse mettere il suo prezioso stipendio a disposizione di atti violenti di protesta contro la disoccupazione, in ogni caso, di chiunque di trattasse, avrebbe dovuto unirsi con molti altri. Insomma il fatto sospetto è che tutti i soldi adoperati nel terrorismo sarebbero potuti servire a molte persone per non morire di fame. Sarebbe strano lavorare per pagarsi la pistola che ti servirà ad uccidere chi ti ha reso disoccupato. C’era anche chi sosteneva che i terroristi fossero in realtà finanziati dallo stesso Governo, per giustificare un certo tipo di manovre politiche, chi lo saprà mai? Quel che è certo è che la rivoluzione avrebbe portato ad una dittatura, alcuni parlavano di “dittatura dei poeti”, intendendo dire che artisti ed intellettuali (dopo aver adeguatamente battagliato tra loro) avrebbero preso il potere per liberare il Paese dal fardello dell’ignoranza, altri invece pensavano che dalla rivoluzione sarebbe scaturito un nuovo regime autoritario di estrema destra, altri ancora parlavano (più che altro auspicandolo) di comunisti per la prima volta al potere. Su tutte queste ipotesi aleggiava sempre l’enigmatica, fatale parola: meritocrazia.
Il tempo, nonostante tutto, passò, senza per questo concludere alcunché.
Se vi interessa sapere che ne fu di Pippo e Orazio, sappiate che quest’ultimo riuscì a diventare un affermato scrittore e trovò una donna, anzi né trovò molte, (anche troppe) che dicevano di amarlo, ma il successo e l’amore non bastarono a renderlo felice, anzi lo consumarono come una malattia lenta e crudele. Elicide Bonsanti, se proprio volete saperlo, divenne prima Ministro del Pubblico Meretricio e poi Papa.
Pippo invece è ora un emerito rispettato stimatissimo professore: insegna Trascendenza nell’Al di Là. Ed io? Volete veramente sapere di me? Beh, magari un’altra volta.

FINE(?)

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