Vincent Devannes Book Review

Chi è il cane di Châtellerault? Qual è il suo nome vero, e quale il nome degli uomini che incontra sulla sua strada? Nell’Argentina caotica del secondo dopoguerra, il passato e il futuro non esistono, e il presente è un pericoloso intrico nel quale, ogni tanto, capita di imbattersi in se stessi.

Mentre leggevo L’uomo che viaggiava con la peste, di Vincent Devannes (Neo edizioni), ripensando al titolo di questo libro mi si riproponeva ogni volta alla mente, lapsus ostinato, “L’uomo che fuggiva con la peste”. E davvero la storia di Albert Dallien, dalla prima all’ultima pagina, è segnata dalla fuga. Una fuga effettiva dà inizio al romanzo, quando Albert, negli anni appena successivi alla fine della seconda guerra mondiale, giunge in Argentina dalla Francia per sfuggire ad un passato travagliato e controverso. La sua storia sembra legata a quella di un certo “cane di Châtellerault”, colpevole di atroci efferatezze; di sicuro c’è che il nome di Albert Dallien è falso, come quasi tutti i nomi dei personaggi che popolano queste pagine. Ma l’idea della fuga si volge subito in metafora del rifiuto di se stessi, a mano a mano gonfiandosi durante lo sviluppo vertiginoso e asfissiato della vicenda: somiglia sempre più ad una fuga in una “Casa degli Specchi”, e comporta inevitabilmente il cozzo doloroso quanto inaspettato con un’immagine di sé sempre deformata dagli inganni del tempo e dalla crudeltà dell’intorno, mai vera. Infine, la fuga sembra avvitarsi su se stessa, si fa impossibile e si capovolge in una vischiosa immobilità.

Albert inizia una seconda vita, fittizia quanto il suo nome, in Argentina, dove è ambientata quasi totalmente la vicenda. È evidente quanto il suo animo muti con il passare degli anni: la disillusione, seppure già presente all’inizio, finisce per neutralizzare l’ironia e renderla uno stanco esercizio di autoconvincimento; l’esperienza aumenta proporzionalmente a quanto l’intraprendenza diminuisce. Il racconto, in prima persona, coinvolge il lettore in un vortice mozzafiato di avvenimenti che non paiono nemmeno dare il tempo necessario alla loro elaborazione. Ogni cambiamento sostanziale nella vita di Albert è presentato brutalmente, con poche parole, con una finzione di indifferenza che nasconde l’abilità dello svelamento. Il tempo è indifferente, privo di compassione: sembra essere l’unico arbitro delle scelte umane, e a volte l’unico metro di misura anche morale. Lo stile di Devannes riesce a creare un paradosso: le azioni degli uomini si caricano di terribile e irredimibile responsabilità, e al tempo stesso sono parte di un destino.

La Storia è l’altro protagonista di questo romanzo, e il suo ampio respiro è tanto forte che a volte la voce di Albert pare fondersi con essa al punto da incarnarla, e chi legge la respira forte, insieme alle parole del protagonista. Devannes dissemina il romanzo di nomi di uomini e donne realmente esistiti, i quali si collocano impunemente accanto ai personaggi fittizi, lasciando al lettore il compito di smascherarli (tranne nel caso del dottor Gregor, di cui l’autore solo alla fine svela la vera identità). Albert incontra vecchi criminali nazisti fuggiti dall’Europa grazie alla ratline e all’“operazione Odessa”; ad esempio il vecchio Klaus Altmann, pseudonimo di Nikolaus Barbie, comandante della Gestapo a Lione e perciò noto come “boia di Lione”, che visse in Bolivia fino a che fu estradato e processato, e condannato infine solo nel 1991. Ma sulla scacchiera complicata del continente sudamericano si muovono altre figure ambigue. I servizi segreti equanimemente divisi tra la caccia agli ex nazisti e la lotta al comunismo sono rappresentati da Howard Mercy, di cui si sa solo che è un agente del SIS (il servizio segreto britannico). Molti sono gli uomini del Potere, burocrati trasformisti senza un barlume di morale e dal passato a dir poco oscuro: alti gradi dell’esercito e peronisti della prima ora, come Jacques Mahieu, realmente esistito, che in Francia apparteneva al partito monarchico e durante la guerra era un collaborazionista di Vichy, e che una volta giunto in Argentina fu uno degli ideologi del peronismo di maggiore spicco. Albert, il giovane “medico” delle puttane di La Boca, passa in un soffio da un tipo di degrado ad un altro, opposto ma complementare al primo e retto dalla sua perdizione. Affondando nella melma di questa Argentina postbellica, in cui inizia a farsi strada l’estremismo di destra più feroce (viene nominata di sfuggita la Tripla A), non ci si può più meravigliare della dittatura militare di Videla, che anzi appare come una necessaria conclusione, un grosso squarcio aperto nel ventre della Storia da ferite preesistenti.

Pochi personaggi conservano, nella corruzione dilagante, un barlume di dignità, o quanto meno la possibilità dell’ironia. A tutti, però, è concesso uno sguardo iniziale scevro di cinismo: le descrizioni sono accurate e taglienti, mescolano pochi dettagli significativi del fisico ad acuti accenni alla psicologia, spesso attribuendo i primi ai secondi e viceversa. Le contraddistingue sempre una oggettività che riesce ad essere impietosamente veritiera eppure, al tempo stesso, incredibilmente simpatetica. Ne emerge un complesso di figure eccessive, quasi caricaturali, come statuine di un carillon che muovendosi danno tutte l’impressione di avere qualcosa di difettoso nel meccanismo.

Il tema della colpa del nascere si accompagna a quello della sterilità. Il romanzo è costellato di aborti, figli di nessuno e figli di preti, bambini che agiscono come piccoli uomini e bambine che guardando in faccia il protagonista gli fanno sentire forte il disagio del suo essere adulto senza volerlo essere. Sono sterili le azioni compiute da ciascuno e soprattutto da Albert, azioni senza futuro perché prive di passato: la sterilità si fa sterilità al contrario, coincide con lo sradicamento, con l’essere nati da rami ormai secchi che affondano in un altro luogo e in un altro tempo, di cui si è persa o rimossa la memoria.

Lo stile di Devannes è densissimo, e richiede una concentrazione costante: i dettagli importanti della trama non godono di maggior rilievo rispetto agli altri, non vengono segnalati in nessun modo. Il lettore rischia di pagare in termini di comprensione qualunque momento di distrazione. D’altra parte, il romanzo richiede un tale livello di attenzione e memoria da rischiare, a tratti, di perdere se stesso. Bisognerebbe approfondire il complesso substrato di riferimenti storici e poi leggerlo una seconda volta, per potersi concedere la facilità necessaria ad apprezzarlo.

La riflessione sul concetto di appartenenza e nazionalità è forse il vero fondamento del romanzo; o meglio, il contrasto tra l’appartenenza e la dis-appartenenza, il distacco. È una riflessione che scorre sotterraneamente e si declina in vari motivi legandoli tra loro (la fuga e l’esilio, la famiglia e l’infanzia), ma emerge con forza simbolica in un episodio apparentemente ininfluente e poco chiaro: con la donna di cui è infatuato, in un contesto di faticosa quasi-felicità, Albert si trova in un locale in cui la folla ad un tratto urla «Viva Pulqui!». Il Pulqui era un nuovo modello di caccia progettato negli anni Cinquanta, l’orgoglio del governo argentino: l’ingegnere aeronautico che supervisionò la progettazione era Kurt Tank, che durante la guerra era stato ideatore dei più importanti aerei della Luftwaffe. Il grido patriottico, che ironicamente riassume in sé tutte le contraddizioni tragiche del Paese cui vorrebbe inneggiare, diviene macabro ed evoca ancora morte e violenza, ancora la profonda corruzione mefitica da cui nulla si salva.

 

Vincent Devannes, L’uomo che viaggiava con la peste, Neo Edizioni, 2012, pg.192

 

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