Bad Photo Vintage

di Caterina Di Paolo.

Quando mi hanno detto che somigliavo a Tura Satana in realtà volevo sembrare Bettie Page. L’avevo vista in televisione e poi in una foto meravigliosa, un nudo in cui era bianca come il latte e avviluppata come una nuvola: che innocenza sfacciata, che sguardo! Altro che Marilyn. Quella cornice di capelli scuri intorno a quel viso bianco mi aveva fulminata, e così mi sono tinta e tagliata la frangia per fare un piccolo omaggio alla mia nuova musa, la più famosa pin-up fetish della storia.

Bettie Page mi piaceva per l’aria naturale con cui riusciva a farsi fotografare avvolta nel latex. Mentre ballava con il frustino in mano diventava la versione in movimento delle copertine di Men’s Adventure, Battle Cry, Men’s Daring, True Men, i giornali illustrati per soli uomini che negli anni cinquanta sono stati l’ultimo sussulto del genere pulp: in quelle illustrazioni si alternavano amazzoni mascherate, naziste crudeli, sciantose in rosso placcate da tigri. In Men’s Adventure ritornava una percezione strana e morbosa della forza femminile: in copertina di mansuete casalinghe anni cinquanta non se ne vedeva mezza, le poche donne-vittima sfoggiavano vestiti e fisici alla Anita Ekberg, altrimenti portavano pelli d’animale e capelli sciolti. I titoli urlati in copertina suggerivano il terrore misto ad attrazione che gli uomini potevano provare di fronte ai primi sospetti di emancipazione sessuale femminile, mescolato a una curiosa sindrome da dopoguerra: “The Kremlin has discovered that Nymphos make the best spies”, “Three savages… a wolf, an Indian… and the most dangerous of all… a woman!”, “The strange story from behind red lights: the call-girl who doesn’t like men”, “Death orgy of the leopard women”, “Wolf tortures of the nazi killer queen”, and so on. Uno dei titoli di Man’s Life era così memorabile che Frank Zappa lo usò come titolo per un suo album: “Weasels ripped my flesh”. Ahia.

Queste pubblicazioni, i balli sadomaso di Bettie e gli exploitation movies di Russ Meyer come Faster, pussycat, kill, kill! – film in cui troneggia la Tura Satana di cui sopra, attrice recentemente scomparsa nonché versione spezzabraccia di Bettie Page, con cui divide il taglio di capelli – sono pezzetti del genere pulp, nato negli anni venti e consacrato nuovamente da Tarantino nel 1994. Ricorsi storici, che ci portano oggi a vedere ragazze con tatuaggi da marinaio e capelli da capogiro: una volta era fetish, oggi si chiama burlesque ed è una declinazione possibile del fenomeno vintage. L’erede più acclamata della cara vecchia Bettie è Dita Von Teese, che si è addirittura improvvisata stilista di intimo rétro; ma la forza emancipatrice che fece indicare la Page come una proto-femminista si è esaurita nelle neo-pin up: un tatuaggio non fa un immaginario, fruste e piume già le abbiamo viste, oggi così non ci si inventa niente. Tanto che la sensualità anni cinquanta è stata stritolata in un reality ad hoc: Lady burlesque, in cui movenze teatrali e ciglia finte vengono consigliate a ragazze dalla scarsa autostima, magari cicciottelle, che imparano a volteggiare e proclamano il tremendo «ho più fiducia in me stessa» di rito in questi programmi. Sigh! Dove sono finite le «Full bosomed beauties who can not only break your heart but your neck as well», come da sottotitolo di Faster Pussycat?

Mi sono levata la parrucca alla Bettie perché in autobus ogni mattina, di emule come me, ce ne trovavo altre settanta. O magari – peggio – erano fan di Dita Von Teese. In ogni caso, da quando ho vissuto il folle amore per gli anni cinquanta, ogni volta che sento “vintage” mi sembra necessario chiedere “vintage riferito a che periodo storico”?
I vintagisti fifties, come accennato, sono amanti delle pin-up, dei tatuaggi, dei vestiti stretti in vita e delle scarpe laccate. Oltre a Bettie e Tura, le possibili dee di un amante degli anni cinquanta potrebbero essere: Barbara Steele (attrice diventata famosa con
La maschera del demonio di Mario Bava, è la bella dal cappello in 8 e 1/2 di Fellini), le maggiorate come Silvana Mangano (Riso amaro, che film!), Rita Hayworth (memorabile in Fuoco nella stiva, con due colonne maschili degli anni cinquanta: Robert Mitchum e Jack Lemmon), eccetera eccetera eccetera… Per quanto riguarda la musica, oltre all’ovvio rockabilly c’è una discreta comunità punk/hardcore tra gli amanti degli anni cinquanta: non a caso su YouTube gira il video di un balletto di Bettie Page montato su un pezzo dei Cramps. Del resto anche la chitarrista di questo (mitico) gruppo, la bellissima Poison Ivy dai lunghi capelli, di Bettie Page e Tura Satana ha molto.

Ma poi ci sono altri periodi, ci sono gli anni Sessanta. We are mods, we are mods, we are we are we are mods. A Pordenone, poco dopo il 1976 del Great Complotto (anni ottanta-novanta), c’era pure una comunità di nostalgici sixties: i Perseo Mods, come dal nome della sala per videogiochi che era il loro punto di ritrovo. Avevano le lambrette e i parka, le ragazze con il caschetto bombato. Fino a qualche anno prima, nella stessa cittadina, c’era un movimento punk che sarebbe passato alla storia underground. A loro più del punk piaceva il soul, ma non erano così rigidi come i ragazzi che si vedono in Quadrophenia, il film-manifesto del movimento. Di vintagisti anni sessanta ce ne sono moltissimi, anche per l’influenza della nouvelle vague. I sessantini a volte ballano la soul e ascoltano musicisti sconosciuti – per regola un dj soul deve avere soltanto vinili, e più sono rari meglio è: l’amante del soul cerca la “chicca” quando va a ballare; altre volte scimmiottano Godard, Jeanne Seberg o l’insuperabile Anna Karina. I vespisti sono una strana categoria: c’è chi si fa la Vespa perché è un convintissimo mod, chi perché era il motorino dello zio, e chi perché ha un bel sapore modaiolo-alternativo (in una parola, vintage).

Il vintage ha portato persino a una rivalutazione del periodo più buio della storia della moda: gli anni 80. Per fortuna non abbiamo ancora visto in giro capelli cotonati, e finora il personaggio più imitato è sicuramente il grandissimo Morrissey: pantaloni stretti, camicia, capelli rasati ai lati della testa, aria da emarginato, occhialoni da vista. Finchè è così accetto la situazione di buon grado, ma se il sospetto ritorno delle spalline imbottite sarà confermato potrei reagire molto male.
Il vintage ha portato a una serie di fraintendimenti o contraddizioni. Il termine hipster negli anni Quaranta (e soprattutto con la beat generation) stava a indicare una sorta di eremita jazz che viveva senza problemi in povertà (sebbene restando hip o cool): oggi l’hipster è il ragazzo indie, informatissimo su tutte le (a volte ridicole) ultime mode, spocchioso e di ceto medio-alto. A un hipster non può mancare l’Iphone con cui scatta foto falso-vintage con il filtro Hipstamatic, che magari posta su Internet con sopra una bella scritta in Helvetica. I Cani, nuova band indie-elettronica-autocritica romana, ha pubblicato da poco il pezzo Hipsteria, con il primo video fatto tutto da scatti Hipstamatic.

Fino a qualche tempo fa i mercatini dell’usato offrivano bei vestiti a prezzi stracciati e “vintage” era sinonimo di “salvatasche”: da quando è scoppiata la moda c’è stata una spaventosa inflazione e adesso i più riparano comprando vestitini finto-antico da H&M. Per carità, a cercare si trova ancora: ma spesso l’hipster vintage preferisce andare in un negozietto apposito che a Porta Portese.
Qui a Roma il vintage è una vera e propria febbre: c’è stato qualche tempo fa il festival Roma Vintage, con mercatini e concerti. Ci si concentrava soprattutto sull’aspetto della moda, del feticcio o del finto tale (come le borse assemblate con due dischi in vinile da quattro soldi). Il vintagista ha la passione per l’oggetto, non in quanto affettivo ma per il rétro nostalgico di cui non ha mai visto l’originale. Come ha osservato giustamente Joe Velluto:

“Credo si tratti solo di moda. Molti oggetti di design sono nella storia ancora prima di questo fenomeno del “vintage”. È una questione di cultura: certe cose o le conosci, perché fanno parte della tua curiosità, oppure le conosci per osmosi perché vanno di moda. È curioso che il “Vintage Festival” sia organizzato da persone che sfiorano anagraficamente il concetto di “vintage” (poco più che ventenni).
 L’ostentazione identitaria credo avvenga al contrario: non “sono e quindi compro”, ma  «I shop therefore I am» citando Barbara Kruger”.

L’amante del vintage e l’hipster sono strane categorie, spesso sovrapponibili l’una all’altra. Un hipster non ammetterebbe mai di essere un hipster: la definizione sottintende una certa passione per la moda che sarebbe in contrasto con le capacità intellettuali del diretto interessato (l’hipster si riconosce innanzitutto per la spocchia). Inoltre, l’hipster non è in perché si documenta. La sua è una figaggine intrinseca. Non ha bisogno di seguire le mode, lui le mode le sa. Fino a qualche tempo fa un modello estetico per l’hipster era il cantante degli MGMT (molto vintage), ma adesso credo le cose siano cambiate.
Per quanto mi riguarda, uno può essere vintage pure se ascolta Guccini. Io sono passata alla nostalgia per gli anni novanta: sto ascoltando i gruppi che in quella decade mi ero persa perché avevo dai tre ai tredici anni. Gruppi come i Minor Threat e i successivi immensi Fugazi. Farei addirittura la straightedge se non fossi così affezionata alle mie cattive abitudini e alle mie magliette a righe (bianche e blu: anni sessanta). Qual è la mia identità? In che anno sono nata? E voi?

1 commento a “ Pin up e hipsterie: elementi di fenomenologia vintage ”

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