Simboli, facce, ricordi, feticci che oramai fanno parte dell’immaginario collettivo del Vintage Festival 2012. Ecco perché questa edizione non ce la dimenticheremo mai.

Breve intro. Mentre scrivo, un sacco di gente sta facendo i bilanci di quest’ultima edizione del Vintage Festival. Ecco, tutti sanno com’è andata. Ma io vi darò qualche spunto in più. Vi suggerirò una serie di simboli che oramai fanno parte dell’immaginario collettivo del Vintage Festival 2012. Ecco perché questa terza edizione non ce la dimenticheremo mai.

Gli hipster

Ok, togliamoci subito dalle palle la voce hipster, che tanto tutti se l’aspettano. Questo termine super inflazionato, stra abusato e stucchevole da ricordare i fasti di quando Berlusconi andava in tv a parlare di comunisti. Al Vintage Festival di hipster ce n’erano naturalmente molti, com’era prevedibile che fosse, come magrebini a caccia di ubriache ad una festa erasmus a tema balcanico. Nulla di strano. Così come la presenza di Reflex al collo di ragazzine che mangiano cose solo su Instagram. Per almeno tre giorni migliaia di profili di Facebook non hanno vomitato foto di piedini affiancati.

I fashion victims

Forse il Dams ha fatto più danni del berlusconismo. Te ne accorgi quando credi di aver visto lo stesso tizio di prima, stilosamente bislacco, ma con addosso un outfit completamente diverso, altrettanto stilosamente bislacco. A quel punto rifletti e giungi alla conclusione che quelle grandi borse che si porta appresso servono a qualcosa, oppure che quel tizio è il fratello di chi pensavi all’inizio, segno che al Dams si sono presi un sacco avanti con i programmi di eugenetica.

Le barbe

 

Al Vintage Festival c’era un casino di gente che invidiava la mia barba. Anche qui, nulla di strano. Certi pischelli devono capire che per avere una barba da nostromo radical chic come la mia devono aspettare di essere VERI UOMINI. Fossi stato la Gilette avrei fatto da sponsor al festival.

I capelli

Non sapevo che l’ultima moda fosse quella di tagliarsi i capelli in hangover.

O da un robot.

I cappelli

Non sapevo che a Padova ci fossero così tanti rabbini.

I tatuaggi

Al Vintage Festival era difficile capire se ci fosse più pelo in faccia che inchiostro sulla pelle dei visitatori. Essendo la percentuale di ragazze non barbute maggioritaria, aspiranti Suicide Girls comprese, saltava naturalmente all’occhio la propensione al tatuaggio old school. Negli anni ’90 tutti fan di draghi e tribali. Nei primi duemila tutti affiliati alla Yakuza. Oggi tutti marinai ed ex galeotti. Chissà se la gente è a conoscenza dell’esoterico significato di simboli come chiavi, remi e ancore – “chiave-remo-ancora”. Sì, questa me l’ha suggerita Crez Tattoo.

Elvis

La quintessenza del poser. Forse è stato il tizio più fotografato del festival. Alla gente veniva voglia di sposarsi.

La giacca di Pif

Forse la sua era volontà di sembrare vintage. In realtà aveva più l’aspetto di un dottorando di storia o filosofia. Oppure di un assistente di Brandalise.

Andrea Pezzi - Vintage Festival 2012Andrea Pezzi

O meglio, la stempiatura di Andrea Pezzi. Per qualcuno è stato uno shock. Per il sottoscritto, che si è fatto una chiacchierata con l’ex vj di Mtv in un divanetto dell’area relax prima dell’intervento in auditorium, è stato più traumatico l’eccesso di acqua di colonia mista al suo alito da bruschetta all’aglio ed il suo look a metà tra Della Valle e un giovane imprenditore del Pdl. Ad ogni modo un ragazzo che c’ha qualcosa da dire e che non se l’è presa male quando gli ho detto che, tutto sommato, della vecchia guardia quello che ha fatto la fine peggiore rimane Bossari.

Diego Dalla Palma

Ora io non so che idea avete in testa di Diego Dalla Palma. Personalmente sono costretto a rivalutarlo e ad eleggerlo rivelazione del festival. «Al Festival ho visto di tutto: ragazzi, ragazze, omosessuali. Quelli del Vaticano dovrebbero venire qui a imparare come si fa comunicazione», «sono pronto ad affrontare la morte, dopo il coma a sei anni. Ho una visione pagana della fede», «ad una certa età, nulla va su», «chi non ha dolore è una cacchina», «una cosa che abbiamo tutti è la luccicanza, chi ce l’ha vince. Chi non ce l’ha è fottuto». Senza contare la filippica sulle differenza tra mignotte di regime e mignotte di strada, partendo da Fabrizio Corona. Idolo.

Le interviste a gente che non sai chi è

Il tuo lavoro consiste nell’amministrare i contenuti da pubblicare online: interviste, foto, aggiornamenti live, social media, rispondere a messaggi su Facebook, oltre a soddisfare richieste non previste dello staff, magari cose che non ti competono (“mi procureresti un press pass per una ragazza di RadioBue?”, “mi vai a prendere i Siouxie che sono alla Feltrinelli?”, “dov’è il cesso?”). Benissimo. Ma niente di tutto ciò è paragonabile all’imbarazzo di trovarti di fronte ad uno sconosciuto che giunge in redazione dicendoti: «Mi ci hanno mandato per l’intervista». Il bello del Vintage Festival è di avere a che fare tanto con artisti di portata internazionale quanto con attori di Cento Vetrine (con tutto il rispetto). E quindi potete immaginare la situazione: può davvero arrivare chiunque da dover intervistare, magari anche solo un passante o uno stalker. Con il rischio, la domenica mattina, di trovarti di fronte a un Testimone di Geova.

Il tè verde

Tè verde biologico

Ovvero uno dei pochi sponsor che si è preoccupato del vettovagliamento della redazione. Personalmente odio il tè verde, anche se bio, e l’effetto che fa al tuo metabolismo. Dopo tre giorni di diuresi hardcore sono andato a mangiare al McDonald.

Il motivetto

Ovvero quello fischiettato da tutti, il leitmotiv del video ufficiale del festival, mandato in loop per tre giorni consecutivi, causa di diverse imprecazioni tra i membri della redazione. Che poi non è altro che il refrain di questa canzone qui. Naturalmente non ce l’ho con i Versus, auguro loro successo. Come mi auguro di non sentire più quelle note in vita mia.

Il Mattino di Padova

Il Mattino è il nostro giornale locale preferito, per il suo modo di fare informazione . Che ha il coraggio di creare una polemica riguardante la richiesta di un’offerta di tre euro, all’entrata della mostra mercato, da devolvere alla Onlus Team for Children. Un’offerta non obbligatoria.

Voglio dire: la gente non stava facendo la coda per finire in una fossa comune con una pallottola in testa. Del resto anche l’anno scorso i visitatori venivano sollecitati a contribuire alla medesima causa. Senza contare che si sono chiesti tre euro, non trenta, vale a dire una cifra simbolica che corrispondeva all’esorbitante richiesta di un euro al giorno – venerdì, sabato, domenica: con tre euro entravi tutti e tre i giorni – contro i prezzi di entrata di fiere, mercatini, esposizioni vintage che in tutta Italia chiedono cinque, dieci, quindici euro a ticket, se non di più. Eppure qualcuno si è lamentato.

Ora, giusto per rendere l’idea: viene organizzato un festival, a Padova (non Milano, Roma, Firenze), in grado di mobilitare più di trentamila visitatori e ad affollare il Centro Culturale San Gaetano in letargo e mal gestito tutto l’anno, come mai si era visto finora, un festival che attira curiosi, professionisti ed esperti del settore da tutta Italia, che porta ospiti di spessore e richiamo nazionale ed internazionale del tutto gratuitamente alle tasche della cittadinanza, che coinvolge un gruppo di giovani che si dedicano anima e corpo ad un progetto così ricco, eclettico ed ambizioso attraverso un’organizzazione maniacale, una palestra professionale per tutti quanti, e tu, anziché riportare l’unica notizia scontata e plausibile, all’indomani della conclusione, ovvero il fatto che festival quest’anno ha fatto il botto, come chiunque ha potuto vedere con i propri occhi passando per via Altinate, che è stato un successo al di sopra delle aspettative di chiunque, mi scrivi l’articoletto su una polemica puerile, senza capo né coda. De gustibus…

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