ANTEPRIMA PADOVA VINTAGE FESTIVAL 2012.

Il futuro dei nostri bisnonni era una figata. Noi moderni, dall’alto del nostro terzo millennio, non solo abbiamo il privilegio di farci più docce alla settimana e di scaricare roba da Torrent, ma abbiamo anche la possibilità di guardarci alle spalle e sorridere a proposito delle utopie dei nostri vecchi, immergendoci in un immaginario fantascientifico pecoreccio, barocco e anche un po’ infantile, che sa di allestimenti di cartapesta e di polvere. Un futuro nato dagli sbalzi emotivi a cavallo di fine ‘800 e inizio ‘900, in un periodo storico che ancora ignorava, in buona o cattiva fede, gli scempi della Rivoluzione Industriale, e che si proponeva nei confronti dell’avvenire con un’attitudine positiva, gaudente e naif.

Al di là del positivismo spinto, e dell’atteggiamento ultra friendly verso qualsiasi tipo di tecnologia applicata, i nostri bisnonni dovevano ancora sperimentare gli olocausti del Novecento, assaporare le distopie apocalittiche di fior fior di scrittori ed intellettuali, il cyberpunk e Cernobyl. Stiamo parlando di un’età nella quale ci si poteva abbandonare ad utopie costellate di prototipi futuristici, ora nient’altro che oggetti desueti, aborti della fantasia di una società che non c’è più.

C’è stato quindi un periodo dell’oro, di relativo benessere, fiducia ed ottimismo pionieristico nei confronti del futuro, non ancora frutto di una serie ininterrotta di sfighe globali e catastrofi planetarie, ma di fiabe pop. Ci si poteva permettere di sognare macchine volanti e frigoriferi all’uranio senza la paranoia dell’emergenza ambientale e di immaginare il cielo, lo spazio, le metropoli come un gigantesco luna park partorito dai sogni di Jules Verne e, in Italia, dal baffo impazzito di Emilio Salgari (oltre che di un’assortita progenie di illustratori e designer al limite del concepibile).

Una fantascienza borghese, non ancora “militante” e smaliziata, aperta alla critica sociale e ai sogni lisergici di una società alle porte del ’68. Una fantascienza, quindi, dei “telefoni bianchi”, tutta elettrodomestici avveniristici e casalinghe americane con una perfetta messa in piega, che poi si è via via colorata di nuove suggestioni con il passare delle decadi, affette da sbronze collettive non indifferenti, dalle evoluzioni circensi della tecnologia ai progressi della scienza, fino ad arrivare al mutamento dello stile di vita, dai mezzi di comunicazione e di trasporto alla moda.

Il cortocircuito dato dal trapasso temporale – il loro futuro è ora il nostro passato – ci consente di misurare le vertigini di una collettività sorpassata, dei suoi sogni e delle aspirazioni che compongono un “Paleofuturo” irrimediabilmente vintage. Perciò fa tanto sorridere osservare certi documenti degli anni ’20, tanto quanto constatare il fatto che Do androids dream of electric sheep? di Philip K. Dick (scritto nel ’68), capolavoro assoluto della fantascienza postmoderna (da cui è stato tratto Blade Runner di Ridley Scott, ’82), fosse ambientato a fine anni ’90, luoghi della nostra infanzia, senza androidi e colonie spaziali ma con Madonna e Beverly Hills 90210.

 

Padova Vintage Festival 2012

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Vintage Future
Vintage Future & Vintage Space Age Pictures
Daily Inspiration: Vintage Future

 

 

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