Premio Campiello


Cosa distingue il Premio Campiello dagli altri premi letterari italiani? A giudicare dalla cerimonia di premiazione tenutasi sabato scorso al teatro La Fenice di Venezia, la risposta sembrerebbe molto semplice: la presenza, sul palco della premiazione, non di una giuria di personaggi più o meno noti e più o meno competenti in campo letterario bensì del gotha di Confindustria Veneto, schierato accanto agli autori dei cinque libri candidati alla vittoria. La giuria vera e propria, che pure era presente in teatro, stava schierata sotto il palco, in platea,  e veniva interrogata solo a tratti da Bruno Vespa, conduttore della cerimonia trasmessa in differita su RaiUno, con ficcanti interrogativi quali “ma non vorrete farci credere che voi, i libri candidati, li avete letti tutti?” oppure “su, coraggio, vediamo se quest’anno riesco a farmi confessare per chi avete votato!”.

In questa situazione vediamo rappresentata, anche a livello visivo, la caratteristica che distingue il Campiello dagli altri premi letterari italiani, ovvero il suo essere sostenuto e finanziato, fin dalla sua fondazione cinquant’anni or sono, da esponenti del mondo produttivo del Veneto e non da letterati o persone legate strettamente al mondo editoriale.
Il Premio Campiello, insomma, nasce come contraltare al Premio Strega, e la sua “giuria dei lettori” (300 persone di varia età e condizione sociale, diverse di anno in anno, chiamate a votare uno dei cinque libri inseriti nella cinquina dalla “giuria dei letterati”) vuole essere il corrispettivo “limpido” del sistema di voto degli “Amici della Domenica”, fondato su una rete di conoscenze e di relazioni tutte interne al mondo letterario ed editoriale italiano e percepito, quindi, come inevitabilmente attraversato da dinamiche non sempre chiare. Dovrebbe far riflettere, e riflettere seriamente, la considerazione che solo l’intervento di forze esterne al mondo della letteratura (come, in questo caso, la Confindustria) possa essere sentito come garanzia di un minimo di credibilità e trasparenza nell’assegnazione di un premio letterario, ma non è questo il luogo per portare avanti questa riflessione.

Il Premio Campiello 2011 è stato assegnato a Non tutti i bastardi sono di Vienna (Sellerio), primo romanzo di Andrea Molesini, di cui l’autore parla come di “una storia che riguarda una casa, un luogo sacro per ciascuno di noi, che viene violata”. In quest’immagine della casa occupata dal nemico, dei membri della famiglia spodestati con la forza dal posto che più di tutti sentono come proprio, l’autore ha visto in qualche modo una metafora della situazione dell’uomo moderno, diventato ospite nel regno che credeva di dominare, straniero all’interno della realtà che l’ha generato. Il romanzo di Molesini, quindi, non vuole essere solo un’opera di ricostruzione storica ma anche una metafora della condizione umana in generale, una riflessione sul tema dell’oppressione e della necessità di reagire al sopruso, come l’autore tenta faticosamente di spiegare nei pochi minuti concessi a ciascuno dei candidati per parlare del proprio libro. Ha vinto, insomma, un libro originale e vagamente outsider, ambientato nel contesto inconsueto di una villa di campagna che si pone come palcoscenico per l’azione ma anche come elemento simbolico, come vero protagonista della vicenda capace di raccogliere in sé le vicende di tutti gli altri personaggi. Ha vinto, come ha suggerito qualcuno nel corso della serata, un libro sulla libertà.

Non tutti i bastardi sono di Vienna non era il vincitore annunciato di quest’edizione del premio Campiello, circostanza più volte sottolineata al momento della premiazione dall’impagabile Vespa (“Ma lei è incredulo! Pensate, credeva così tanto nel suo libro che ora non crede alla vittoria!”). Lo stesso si può dire del romanzo che si è classificato secondo, Di fama e di sventura (Mondadori) di Federica Manzon, libro di cui nel corso della serata si è sottolineata più volte la cospicua mole (“Ma quanto tempo ha impiegato a scrivere queste oltre quattrocento pagine?”), quasi unico elemento ritenuto degno di nota accanto alla giovane età dell’autrice, che si è sentita apostrofare come “una ragazzina!” prima ancora di mettere piede sul palco. I due libri dati per favoriti, invece, sono sembrati da subito esclusi dalla corsa per la vittoria: il romanzo di Ferrero Disegnare il vento (Einaudi), che si era classificato primo nella classifica stilata dalla della giuria dei letterati, è arrivato terzo, penalizzato forse proprio dal fatto che il suo autore è stato percepito come “troppo interno” ai sistemi del mondo editoriale, mentre il romanzo di Maria Pia Ammirati Se tu fossi qui (Cairo) non è andato oltre il quarto posto, anche se durante la serata è stato più volte fatto notare come il libro fosse già stato premiato da un grande successo di pubblico e fossero già stati venduti i diritti d’autore per la realizzazione di un film. Il romanzo di Giuseppe Lupo L’ultima sposa di Palmira (Marsilio), ultimo classificato, ha fornito l’occasione per parlare del terremoto come metafora per raccontare un mondo che muore e che può ritornare in vita solo grazie alle storie raccontate dai suoi abitanti, solo grazie alla loro memoria. Il tema non ha mancato di suscitare in Vespa un commento decisamente fuori luogo sul terremoto dell’Aquila e sul fatto che “i soldi per la ricostruzione ci sarebbero, ma i miei concittadini non li sanno spendere”, commento a cui nessuno, né sul palco né in sala, ha dato seguito.

Resta, alla fine della serata, la sensazione che si sia svolta una competizione un po’ fuori dal tempo, onesta nel suo scorrere, a tratti quasi modulata in tono minore. La massiccia presenza del mondo industriale veneto ha reso impossibile non parlare della situazione economica che l’Italia sta attraversando, e da più parti si è sottolineato l’importanza di un concreto contributo del mondo economico al progresso culturale del paese. Allo stesso modo si è parlato di legalità e rispetto delle regole, temi con i quali il delegato di Confindustria Vicenza ha strappato alla platea l’applauso più convinto della serata, secondo solo a quello tributato ad Andrea Camilleri, vincitore del premio Campiello alla carriera e probabile prossimo candidato al Nobel, dato che, come ha detto lui stesso: “Il Nobel non l’hanno dato a Mario Luzi, che lo meritava; si ostinano a non darlo a Philip Roth, che lo meriterebbe… quindi, vuoi vedere…”.

In tutto questo, rimane l’immagine di un mondo culturale sostanzialmente lasciato a se stesso, totalmente abbandonato dalla politica e dalle istituzioni e sostenuto solo dall’intervento di mecenati privati che, pienamente consapevoli di questo stato di cose, hanno gioco facile nel definirsi “gli unici che, in questo momento difficile, mandano ancora avanti il paese”. Sabato sera abbiamo assistito, in sostanza, a una cerimonia organizzata, abitata, dominata dagli industriali, veri grandi protagonisti dell’evento. I libri sono stati il mezzo perché questa festa potesse svolgersi, il tramite necessario, ma alla fine della serata la sensazione è che l’assegnazione del premio sia stata in qualche misura una scusa. Il fatto che, nonostante questo e anzi probabilmente proprio grazie a questo, il premio Campiello resti il più serio tra i premi letterari italiani, il più trasparente, il meno dominato dal mondo editoriale dovrebbe farci riconsiderare molte cose, molti aspetti dello scenario in cui ci muoviamo in questi anni.

2 commenti a “ Vittorie, vespe e industriali ”

  1. Francesco

    Francesco

    più che altro, il racconto della serata infonde una grande, grande tristezza…

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