Letteratura migrante

 

Il mondo in cui viviamo è in continua trasformazione. L’utilizzo di internet, la possibilità di viaggiare, la globalizzazione e le migrazioni, hanno prodotto trasformazioni profonde e capillari nella vita degli uomini di ogni posto del mondo. Comunicare o incontrarsi fisicamente con persone lontane non è più cosa impossibile, ma pane quotidiano per molti. Anche gli scrittori, abituati per loro natura alla ricerca, al confronto, al dialogo con l’altro da sé, portano i segni di queste trasformazioni. Segni che si manifestano nelle esperienze di ogni autore e che rendono sempre più difficile ogni tentativo di definizione o di categorizzazione.

Poniamo un problema: chi sono gli scrittori italiani oggi? O ancora, chi sono gli italiani? Italiano è chi non si è mai spostato dall’Italia, italiano è chi risiede in Italia ma viaggia continuamente per il mondo, italiano è anche chi è emigrato tanti anni fa e ricorda a malapena la lingua, chi è recentemente immigrato nel nostro paese e ha trovato un lavoro e un nuovo contesto in cui vivere. Ognuno di questi italiani è diverso dagli altri, ha alle spalle un proprio bagaglio culturale e non sempre si riconosce nell’ italianità altrui. È quindi necessario prendere in esame i cambiamenti in atto nella società anche in ambito letterario, per scoprire l’identità di nuovi scrittori: non è possibile cercare un rapporto univoco tra un territorio ed una specifica cultura, tra una persona ed una singola identità.

Indubbiamente le persone che viaggiano, che si spostano, che migrano, sono portate a sperimentare sulla propria pelle e con maggiore intensità queste trasformazioni. Che viaggino in cerca di fortuna o  per puro piacere, sono comunque in movimento sospesi tra terre e culture diverse, costretti ad affrontare numerose difficoltà, prima tra tutte quella di essere accettati nei luoghi in cui arrivano, laddove la loro presenza rappresenta per i residenti la constatazione, più o meno gradita, che il mondo sta cambiando, che vecchi modelli di pensiero non reggono più. Oggi lo straniero è spesso considerato colui che sconvolge i modelli di comportamento stabiliti e rappresenta pertanto una categoria da fronteggiare, un’ombra senza volto né storia.

La letteratura scritta da migranti prende piede in Italia solo a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, mentre nel resto d’Europa il fenomeno è già attivo da tempo. Simbolicamente è fatta iniziare nell’estate del 1989, in seguito all’assassinio del sudafricano Jerry Essan Masslo presso Villa Literno. Dopo questo evento gli italiani si rendono conto che il loro paese si è trasformato da terra di emigrazione in terra di immigrazione. Finalmente notano quelle ombre sconosciute che da tempo svolgevano per loro i lavori più umili e iniziano ad aver voglia, se non proprio di accoglierle, almeno di conoscerne i volti e le storie.

Prima dell’agosto ’89 solo Pasolini in Alì dagli occhi azzurri aveva dato voce a questo fenomeno, ma, a partire dalla morte di Masslo, quotidiani, riviste e romanzi accolgono al loro interno sempre più storie di migranti.
L’espressione letteratura della migrazione, in riferimento alla letteratura prodotta da autori che scrivono in una lingua diversa da quella del proprio paese di origine, è termine coniato nel 1998 da Armando Gnisci, professore di Letterature Comparate presso l’Università la Sapienza di Roma. Le prime opere nascono con l’intento di narrare la propria storia, per capirsi ed essere capiti dalla società ospitante. Questa produzione letteraria si origina dalla condizione “diasporica” di chi scrive e si mescola all’intenzione di accendere il dialogo con la terra in cui approdano i migranti. Dislocazione spaziale, quindi, disorientamento in una terra nuova e diversa dalla propria. Ma sempre con lo stesso termine si può descrivere una sfumatura metaforica del problema, ovvero il senso di dispersione esistenziale, di perdita di punti di riferimento e la conseguente crisi di identità. Questi aspetti del migrare non sono peculiari soltanto di alcuni individui, ma comuni a tutti coloro che si apprestano ad intraprendere tale genere di spostamenti. Il trauma può essere considerato collettivo ed essere caratterizzato, appunto, dall’oscillazione culturale tra un senso di collocamento e quello opposto di dislocamento, tra l’ancoraggio alla tradizione e lo slancio verso la modernità, tra il passato e il presente.

Il panorama italiano dei primi tempi si compone prevalentemente di migranti-scrittori, mentre ad esempio quello francese, per ragioni storiche, è caratterizzato da un’ampia presenza di scrittori-migranti, già formatisi culturalmente e linguisticamente nelle ex colonie. Le prime opere pubblicate in ambito italiano, proprio a causa della frequente inesperienza degli autori, si caratterizzano per essere prodotte a quattro mani: il migrante-scrittore viene affiancato molto spesso da un curatore italiano.
Le trame sono molto simili tra loro e narrano le esperienze personali degli autori costretti ad abbandonare la loro vita e “rinascere” in una terra e in una cultura talvolta ostili. Sono gli sconfitti a raccontarsi mettendo in luce le debolezze di tutti i nostri sistemi, inclusi quelli stilistici, rivoluzionandoli dall’interno. Già da questi lavori emerge quello che sarà un tratto caratteristico di tutta la produzione migrante: il sovvertimento continuo delle regole e del canone letterario che li ospita.

Ma i rovesci non si limitano solo agli aspetti linguistici e contenutistici. Anche per quanto riguarda lo stile e i generi ci troviamo davanti a rivoluzionarie novità: se la tentazione è quella di inquadrarli come romanzi di formazione, costruiti sulla ricerca da parte del protagonista di una nuova identità, questa ipotesi viene smentita dalla presenza di finali incerti che non portano ad alcuno sviluppo, ma che si rivelano anzi in tutta la loro ambiguità e complessità. Le esperienze degli autori vengono narrate senza alcuna intenzione didattica o moraleggiante; ad essere descritta è piuttosto la realtà quale essa effettivamente è, condita spesso da una sottilissima ironia. La letteratura diventa quindi una necessità sociale, un luogo per darsi voce e riflettere sul fenomeno migratorio mettendo in discussione pregiudizi e stereotipi.

La nostra attenzione è rivolta a quei migranti che scelgono di utilizzare la lingua del paese di arrivo, sfruttandone il mezzo letterario. La scrittura diventa terreno di prova, “destination culture“, sede in cui il processo di ibridazione ha effettivamente luogo e in cui avviene il confronto-scontro tra culture. Siamo di fronte ad una letteratura che va oltre il semplice valore estetico, ma che punta in primis sui contenuti e sulle potenzialità politiche e sociali dell’arte. Talking back è il termine che Graziella Parati utilizza per indicare l’atto politico di resistenza che viene mosso dall’interno di una società sfruttandone la lingua e i mezzi. Un atto di conflitto che vuole essere contemporaneamente l’inizio dell’integrazione e del confronto.

Armando Gnisci definì “carsica” la seconda fase della letteratura migrante, che inizia nei primi anni ’90 e vede l’emergere delle prime voci femminili. È carsica perché cresciuta in sordina, mantenendo un carattere sotterraneo e nascosto, ma non per questo meno ricco e interessante.
Il ridimensionamento dell’impatto sociale del fenomeno permise del resto agli autori di godere di nuove libertà: la soffocante figura del traduttore venne eliminata e la libera creazione ne trasse immediatamente i suoi benefici. Alcuni autori di questa fase appartengono già alla seconda generazione migrante, sono cioè cittadini italiani nati da genitori stranieri. Essi, così come gli scrittori provenienti dalle ex colonie, padroneggiano bene l’italiano e riescono a rinnovarlo dall’interno rimanendo lontani da autocommiserazioni e ingenuità stilistiche. Ben lungi da una semplicità da neofita, lo scrittore migrante concepisce ora il linguaggio che lo ospita come un’entità malleabile da utilizzare per esprimersi con la massima efficacia possibile. Le regole vengono apprese e poi stravolte, mescolate con quelle della propria lingua madre e con altre create in base alle nuove necessità. Ne risulta un sincretismo linguistico che non ha nulla a che vedere con lo standard di un nativo
[1].

Questi migranti sono quindi artisti a tutti gli effetti, capaci di risvegliare l’interesse delle grandi case editrici e di spaziare nel mercato editoriale liberi dalle costrizioni economiche. Ma nonostante questo, i fruitori sono ancora confinati ad una stretta cerchia di addetti ai lavori.
La domanda che solleviamo, come una piccola provocazione, è la seguente: possiamo ancora affrontare la letteratura migrante come un fenomeno minoritario e di poco valore, appannaggio di “mezze calzette intellettuali”? Il rischio è infatti quello di ignorare, a torto, una letteratura valida e vittima di un atteggiamento discriminatorio. Potremmo, più che dovremmo, iniziare a leggere questi autori. Per non perdere un’occasione di confronto, per aprire altri confini. Ma, ancor prima, perché sono scrittori italiani. Italiani, sì, né più né meno di quanto lo siamo noi
[2].


[1]Consigliamo, per verificare questa modalità particolare di scrittura, il libro Allunaggio di un immigrato innamorato di Mihai Mircea Butcovan e su cui si è concentrata la nostra ricerca.

[2] Proponiamo un piccola bibliografia per che volesse approfondire il tema della letteratura migrante:

ALTRI ROMANZI E AUTORI:
AA.VV, Le voci dell’arcobaleno, a cura di R. Sangiorgi e A. Ramberti, S. Arcangelo di Romagna, Fara, 1995.
C. De Girolamo – D. Miccione – M. Bouchane, Chiamatemi Alì, Milano, Leonardo, 1991.
M. Fortunato – S. Methnani, Immigrato, Roma, Theoria, 1990.
M. Melliti, Pantanella, Roma, Edizioni Lavoro, 1992.
A. Micheletti – M. B. Saidou, La promessa di Hamadi, Novara,
De Agostini Scuola, 1991.
P. P. Pasolini, Alì dagli occhi azzurri, Milano, Garzanti, 1965.
O. Pivetta – P. Khouma, Io venditore di elefanti, Milano, Garzanti, 1990.
L. Wadia, Amiche per la pelle, Roma, Edizioni e/o, 2007.

TESTI CRITICI:
M. Aime, Eccessi di culture, Torino, Einaudi, 2004.
S. Albertazzi – R. Vecchi, Abbecedario postcoloniale, Macerata, Quodlibet, 2001.
G. Barbujani – P. Cheli, Sono razzista ma sto cercando di smettere,Bari, Laterza, 2008.
G. Deleuze – F. Guattari, Che cos’`e una letteratura minore? in Kafka: per una letteratura minore, traduzione di Alessandro Serra, Macerata, Quodlibet, 1996, pp. 29-49.
F. Faloppa, Parole contro: rappresentazione dell’altro nella lingua e nei dialetti, Milano, Garzanti, 2004.
A. Gnisci, Creolizzare l’Europa, Roma, Meltemi, 2003.
A. Gnisci, Il rovescio del gioco, Roma, Sovera, 1993.
G. Parati, Migration Italy: the art of talking back in a destination culture, Toronto, University of Toronto Press, 2005.
G. Parati, Strangers in Paradise: Foreigners and Shadows in Italian Literature, in B. Allen – M. Russo, Revisioning Italy: national identity and global culture, Minneapolis: University of Minnesota Press, 1997, pp. 169-190.
F. Pezzarossa, Forme e tipologie delle scritture migranti, in Migranti: parole, poetiche, saggi sugli scrittori in cammino, Bologna, Eks&Tra Editore, 2004.

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