walter siti - resistere non serve a niente

Resistere non serve a niente, in finale allo Strega 2013: alcune riflessioni sulle critiche e sugli apprezzamenti finora dispensati al romanzo e un tentativo di capire di che tipo di libro stiamo parlando e (in fin dei conti è la cosa più importante) se è o no un bel romanzo.

Dell’ultimo libro di Walter Siti si è già parlato molto su giornali e blog letterari e forse si continuerà a parlarne, se vincerà il premio Strega. L’impressione però è che si parli più di elementi collaterali che non del libro in sé, a parte il mini saggio dedicatogli da Andrea Cortellessa su Doppiozero, che però ricorre spesso ai romanzi precedenti.

Per esempio si discute della guerra delle case editrici nella corsa allo Strega, della crisi economica di cui il libro tenta di parlare, e dell’annosa e tremenda questione del realismo. Lo stesso Siti ha contribuito a mettere il dito nella piaga pubblicando un libercolo dal titolo Il realismo è l’impossibile.

Giacomo Raccis, mettendo in relazione il saggio e il romanzo, ha mosso delle critiche a Siti in un articolo apparso su Nazione Indiana e su La balena bianca. Lo stesso Siti, nel finale del romanzo, nomina l’aforisma attribuito a Picasso (da lui pronunciato di fronte a un celebre quadro di Courbet) dal quale prende spunto il titolo del suo saggio, autorizzando e giustificando quindi la relazione. Tenendo da parte invece il saggio e i precedenti romanzi di Siti (che secondo Raccis sono riusciti meglio), vorrei concentrarmi solo su Resistere non serve a niente.

Il libro si apre con un episodio del passato, un flash-back che in seguito si scoprirà essere pertinente alla trama. Segue un articolo dello stesso Siti, che prendendo spunto da un esperimento sulle scimmie, tenta un’analisi del fenomeno dilagante della prostituzione nella società contemporanea: «più che una merce il corpo diventa moneta (…) Se il corpo diventa moneta, che cosa compra esattamente il cliente quando cerca la compagnia di una escort? Con tot euro, o dollari, compra un altro tipo di moneta che può eventualmente scambiare per ottenere più preziosi e immateriali favori. La prostituzione, in questo caso, somiglia a un commercio di valuta.» (pag.13)

L’Autore quindi si mostra, appare, per poi ritirarsi e raccontare la storia, salvo poi emergere in punti sporadici del libro e nel finale, analogamente a quanto accade in Cervantes e Foster Wallace, autori lontanissimi nelle coordinate spazio-temporali della letteratura. Uno ha inventato il romanzo moderno, l’altro ha tentato di dare un senso e una nuova vitalità al romanzo postmoderno, dopo che il romanzo era già stato distrutto e ricostruito più volte nel Novecento. Entrambi però rifiutano il narratore esterno onnisciente, e lo rifiuta anche Siti: «Per proporti come narratore onnisciente, o devi presumere tanto da te stesso o richiedere splendore alla tua epoca.» (pag.50).

La storia racconta di Tommaso Aricò, personaggio dal nome pasoliniano. Tommaso infatti è il nome del protaognista di Una vita violenta. Solo che in quel caso si tratta di un sottoproletario, qui di un miliardario, che però viene dalle borgate e da una storia umile e amara. Emerge subito il contrasto tra la concretezza del corpo del protagonista, ex obeso che da piccolo parlava con le proprie feci, («il suo corpo esisteva, non era solo un’idea» pag.64) e la finanza intangibile. Di finanza si occupa Tommaso da grande, i soldi hanno preso il posto del cibo, anche se il bello è non usarli.

All’inizio del libro, quando l’Autore si mostra, svela di essere stato accusato dall’editore di aver scritto un «libro per froci» (pag.19) riferendosi al suo libro precedente. Allora cambia la sua materia decidendo di raccontare, nel prossimo libro (che sarebbe questo), i vizi degli etero, da cui una lunga serie di cunnilingus e scene di sesso etero che ricordano Philip Roth. Difficile dire fino a che punto le escort e le mogli (o figlie minorenni) offerte ai creditori siano dei cliché o facciano parte della realtà (ma quale?), questo per via del bombardamento mediatico di informazioni (che però sono, appunto, mediate) a cui siamo sottoposti quotidianamente nella nostra epoca.

Fatto sta che Siti rappresenta il mondo della finanza, dell’economia, della speculazione e del loro intreccio con la politica e le mafie internazionali e globalizzate, raggiungendo nell’ultima parte un livello molto tecnico e preciso, tanto che Christian Raimo, in un articolo scritto con Francesco Longo, accusa Siti di aver confuso narrativa e saggistica, rimanendo pregevole sul piano dello stile.

Longo invece non ha proprio apprezzato il romanzo e critica anche lo stile. Come in tutti i romanzi, ma anche nella vita quotidiana, si può discutere molto sul modo in cui qualcuno dice le cose, poi resta da stabilire se quello che viene detto è vero, è giusto, etc. Sicuramente Siti non parla di draghi e stregoni, ma allo stesso tempo non bisogna nemmeno pretendere di avvicinarsi alla verità con la lettura di questo libro, che è una rappresentazione, secondo me buona e interessante. La contraddizione è che da un lato si vuole raccontare l’attualità, ma allo stesso tempo non si crede in quello che si fa, non si crede nel realismo (o almeno non in quello che pretende di fotografare esattamente il mondo).

A mio avviso comunque la prima parte del romanzo è più efficace e piacevole, narrativamente. Una critica interessante mossa da Longo nell’articolo succitato afferma che lo stile del romanzo non è abbastanza deformante, grottesco, caricaturale ed espressionista, ma anzi cerca di catalogare con precisione la società contemporanea, il che contrasta con quanto detto nel saggio Il realismo è l’impossibile. Le espressioni dialettali evidentemente non bastano a Longo, ed in effetti non convincono neanche me, per il modo in cui sono collocate nella scrittura, cioè in parallelo con un Autore che cita Montale.

L’impressione è che i vari registri non siano amalgamati o camuffati. Forse sarebbe stato meglio se la storia fosse stata raccontata da Tommaso Aricò in prima persona. Ne viene fuori una narrazione che prende le distanze da se stessa con metodi metanarrativi. Non è un modo inedito di approcciarsi al romanzo, si può al limite discutere se questo modo di raccontare, applicato alla materia (la finanza prima e dopo la crisi) abbia ottenuto un risultato efficace.

L’Autore sembra corrotto dal male che descrive, perfino quando dostoevskianamente il male tocca i bambini, ma allo stesso tempo sferra degli attacchi alla società contemporanea: «tutte le società in declino privilegiano la finanza […] la pura esistenza del male e dell’inganno sembra ormai l’ultimo disperato tentativo del mondo per apparire reale» (pag.117). Nonostante il tentativo dell’Autore di sminuirsi, una tendenza ammonitrice e moralista emerge comunque: «Se finisce l’individuo moderno, nemmeno il suo corollario cioè la democrazia ha più senso (pag.280)».

resistere non serve a nienteLa frase che dà il titolo al romanzo è pronunciata dallo stesso Siti che si fa personaggio e interagisce con Tommaso, ma è rivolta a se stessi e alle proprie pulsioni. Ma c’è un passaggio in cui sembra che il senso di questa frase sia da attribuire al contesto economico e finanziario che controlla le nazioni, causa la crisi e continua a dominare anche dopo: «c’è chi teme che, come nel secolo breve, la recessione conduca alla violenza e alle guerre mondiali; ma al tempo delle rivoluzioni russa e fascista l’età media era la metà di oggi e il sangue ribolliva il doppio. Ormai le masse sono atomizzate e disperse, i ragazzi che saccheggiano i negozi rubano gli iPad e si contemplano compiaciuti in differita; gli striscioni nelle manifestazioni degli indignados dicono “dividiamo la grana”. Nessuno vuole davvero rinunciare al potere salvifico del consumo, le vittime sono invidiose dei carnefici ed è facile ingannarle con l’elemosina di un simulacro anche miserabile» (pag.282).

Resistere allo strapotere della finanza dunque non serve a niente, e nemmeno protestare contro Berlusconi, visto che, come si mostra nel romanzo, è sottoposto a ricatti e condizionamenti esterni di gente più “in alto” di lui. Certo, c’è molto cinismo in frasi del genere, ingenerose nei confronti di chi protesta e vere solo in parte, ma esse rappresentano comunque un giudizio, un punto di vista.

Siti non si è accontentato di rappresentare un “cattivo” che si racconta in prima persona e che racconta le cose dal suo punto di vista (pur con tutte le fragilità, incertezze e ossessioni insite nel personaggio di Tommaso), ma ha voluto scendere in campo di persona e schierarsi dalla parte dei “cattivi”, probabilmente per suscitare scandalo, o forse per dare il messaggio che siamo tutti coinvolti e che in questa situazione è ingenuo voler distinguere in modo manicheo  tra buoni e cattivi.

Walter Siti, Resistere non serve a niente, Rizzoli, 2012, 320 pag.

Commenta l'articolo
La tua e-mail non sarà pubblicata
  • ( non sarà pubblicata )