Western Burger Bar

Utah. Una tavola calda. Una fucilazione. La dura legge di una terra di frontiera, dove un uomo compra l’onore di un truce cowboy. Liberamente tratto da un reale fatto di cronaca.

Lee Gardner

Se decidi di morire fucilato può essere che l’ultima cosa che vedi alla tv è Frodo che stringe l’Anello. Chiedo alla guardia carceraria perché.
«È uno degli ultimi film di cui ha sentito parlare» dice.
Ronnie Lee Gardner, 49 anni, dentro il monitor digitale di tre pollici e mezzo sta mangiando una bistecca al sangue con insalata di aragosta fredda. Faccio a meno di chiedere perché so che anche questo fa parte delle richieste del condannato. Non lo vedo fumare una sigaretta nemmeno quando finisce il pasto e rimane solo con lo schermo spento. E anche per questo motivo decido che quell’uomo non lo avrei mai potuto capire. Ordina invece una fetta di torta di mele e del gelato alla vaniglia. Manda tutto giù con una Seven Up. A questo punto mi chiedo quanto il fatto di essere americano avesse avuto in qualche modo a che fare con tutta quella vicenda, con il menu della cena e con la decisione di morire fucilato.
«Nello Utah è da sei anni che è stata abolita la pena di morte per fucilazione. A meno che non sia il condannato a richiederla».
Davanti a me la guardia carceraria è un padre di famiglia come tanti, in una tavola calda come tante altre al confine con il Nevada. Il rumore di posate e masticazioni sopra il brusio delle piastre che friggono. In più, forse, un sottofondo musicale.
Davanti alla guardia carceraria in borghese non solo il piccolo schermo di una telecamera digitale, ma anche due libbre di manzo al sangue con uovo all’occhio fritto nel burro e patate. Accanto un bicchiere enorme di caffé lungo americano con tanto zucchero.
Io che mi chiedo se la sua cena è compresa nei 4.000 dollari che sborserò per il video.
«La fine è importante in ogni cosa». La guardia carceraria, come la potresti immaginare nei film, dice: «La morte di un uomo lo è ancora di più».
Certo, avere il controllo, il potere sulla propria fine è un po’ come vincere la morte, rilanciare se stessi. Mi viene in mente Mishima anche se il paragone non regge. E poi non importa se Gardner è un pluriomicida. Ci sarà comunque qualcuno al mondo a ricordarlo come uno con le palle quadrate. Allora mi sorge un dubbio.
«No». La guardia carceraria, un uomo come tanti ne avresti potuto incontrare nello Utah, non sembrava una persona in grado di cogliere la sottigliezza della questione. Parla con la bocca piena. Prende le patate pregne di sugo e sangue con le mani e le intinge nell’uovo. «Secondo me voleva morire così solo perché gli andava». Intanto però ne parlano tutti i giornali del mondo. E se il consenso sulla pena di morte in America è già in crollo da mesi, dal giorno della morte di Gardner in poi sarà possibile che scenda ancora più vertiginosamente. Persino nello Utah.
«No. Quello lì è solo un pazzo». La guardia che lo indica sullo schermo con un dito unto. «Guardalo. Quella è la faccia di uno che ha perso la grazia di Dio».
Dio.
Quello stesso Dio che potevi incontrare nella bocca di santoni impomatati simili a playboys da balera nella tv via cavo. Quel Dio che incrociavi per strada nei cartelli pubblicitari della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni inneggianti alla castità. Pensa allo studio e al tuo futuro. Il sesso viene dopo. Tutti quei cartelli con l’immagine di uno studente di colore che sorride.
Lo stesso Dio che in quella benedetta terra di frontiera potevi incontrare nei Drive Thru cristiani. Dove comprare gadget cristo-kitsch e magliette con la scritta I belong to Jesus homosexuals are gay.
O i lettori mp3 con i sermoni, la Bibbia in pillole ed i Salmi cantati da evangelizzatori che si improvvisavano rapper.
Persino la macchina che avevo affittato aveva una di quelle bambolette di Gesù Cristo da appiccicare sopra il cruscotto. Quelle con la testa a molla.
Dio, quello lì. Che altro?
«L’hanno mandato al Creatore con quattro proiettili dritti al cuore». La guardia carceraria parla e mastica. «Una buona morte per un pezzo di merda».
Fingo ingenuità. Sono cinque i tiratori che formano il plotone di esecuzione. È tutto documentato nel video. Cinque tiratori, non quattro.
La guardia carceraria sorride. «Si vede  che non sai un cazzo di fucilazioni». Dice che uno dei fucili calibro 30 è caricato a salve. «È la regola. Così nessuno può dire di essere stato il vero assassino». Certo. Tutti colpevoli, nessun innocente. O viceversa. Ma non è ancora questo quello che voglio sentire.
Il secondino fa tutto da solo.
«La vuoi sapere la verità?». Sono tutto orecchi. «La faccenda del fucile caricato a salve è solo una stronzata per i giornalisti. Chi spara sa benissimo cosa cazzo c’è dentro la carica del proprio fucile».
La guardia carceraria mima il gesto dello sparo. Bang. Qualche avventore della tavola calda si gira verso di noi.
«Se non altro per il rinculo. Chi è abituato a sparare sa riconoscere la differenza».
Chi ha ammazzato lo sa, quindi.
«La verità è che sparare ad un assassino non è una colpa».
Nel video fanno sedere Gardner su una sedia di legno nero sopra uno zoccolo di cemento armato coperto di sacchi di sabbia. Lo legano con sette cinghie. E gli tolgono il cappuccio.
Sì, Gardner ha visto.
Le sue ultime parole, ritratte nel video: «Sono stato dall’altra parte della canna, so cosa succede. Quando hai sparato non te ne liberi più». Aveva ragione.
A mezzanotte lo sparo di quattro fucili. Una volta rimosso il cadavere, un agente recupera un foglio di carta attaccato allo schienale della sedia. Lo mostra a portata di telecamera. Il foglio ha quattro buchi che convergono verso il centro. Testimoniano che dei proiettili veri hanno ucciso Gardner.
Due giorni prima Mark Shurtleff, Ministro della Giustizia, aveva emesso il proprio requiem.
E l’aveva fatto su Twitter tramite telefonino.
«È un giorno solenne. Salvo un rinvio della Corte Suprema e con il mio sì finale, lo Utah userà il massimo potere e giustizierà un assassino». Ieri l’esecuzione.
Con la buona condotta, mi spiega la guardia carceraria, gli avrebbero potuto commutare la condanna in ergastolo. Ma così non è stato.
Perché?
«Meglio un morto sulla piazza che un cadavere dietro le sbarre».
La guardia carceraria sembrava avere le idee molto chiare in proposito. Così come sulla feccia nera e meticcia che dalle metropoli della costa tendeva a muoversi verso gli stati del centro. “Fiche ancora vergini per certi affari”.
«Se in questi posti non hanno ancora attecchito è perché qui le cose funziono ancora bene».
La guardia carceraria che ritorna alla sua bistecca intinta di sugo, coperta di uovo, grondante di sangue.
Gardner ci aveva provato. Quei ricorsi inutili, le attenuanti, gli appelli in aula.
«Sempre le solite stronzate del disagio sociale». La guardia carceraria che scuote la testa. Manda giù con un altro sorso di caffé lungo americano con tanto zucchero. «Come se tutti noi fossimo cresciuti con il polpettone per cena ogni sera».
A sei anni è già fatto di colla acida. A dieci di eroina. Comincia presto con la carriera da criminale facendo da palo durante le rapine del padrino. E poi ok, la violenza subita in un istituto per ragazzi in attesa di adozione.
Gardner stesso si definiva una “piccola canaglia viziosa”.
«Nessuno ti costringe ad uccidere».
Con lo sguardo fisso sullo schermo digitale di tre pollici e mezzo dico: «Appunto».
La guardia carceraria liquida la faccenda con quel colpetto di testa così tanto americano prima di aggiungere: «Se l’è voluta». Succhiata di denti.
Lo stesso Shurtleff era un uomo di fatti e poche parole. Sempre su Twitter, sempre tramite telefonino, aveva detto la sua in due righe.
«Ho già dato l’ordine al direttore della prigione di procedere. Che Dio gli possa dare la pietà che lui stesso ha negato alle sue vittime».
È il 1985. Gardner litiga e ammazza Melvyn Otterstrom, barista. Durante il processo fa fuori anche il giudice Michael Burdell.
Allora faccio una domanda.
«No, fucilati no». Era difficile che un detenuto potesse usufruire del plotone d’esecuzione. «Nello Utah la fucilazione non c’è più dal 2004. Ma quelli giudicati prima possono ancora richiederla».
Quindi Gardner era l’ultimo. A meno che qualcun altro all’interno del braccio della morte non avesse seguito il suo esempio. Capii molte cose.
Dal 1976 era la terza volta. 14 anni prima l’ultima fucilazione nel territorio degli Stati Uniti.
La guardia che si passa la lingua ai lati dei molari. Che mi squadra e dice: «Allora hai tutto quello che ti serve per scrivere il tuo fottuto articolo?».
Gli dico che non sono un giornalista. E dopo aver mentito tiro fuori la busta di carta gialla.
La guardia carceraria la lascia lì dov’è, sopra il tavolo.
Sul piatto è rimasto un osso spolpato e mezzo dito di sugo.
«Dì un po’». La testa lievemente piegata. «Ora che hai avuto ciò che cercavi, cosa ne farai?».
Mento di nuovo. Dico che ritorno da dove sono venuto. E che poi non è più affar mio. La guardia mi chiede se può sapere almeno da dove vengo. Al di là della pronuncia ce l’ho scritto in faccia che non sono americano. Anche questa volta gli dico che non gli posso rispondere.
L’uomo sorride. Quel padre di famiglia come tanti ne avresti potuto incontrare nello Utah.
«Spero tu non sia uno di quei froci delle associazioni umanitarie».
Mio Dio no. E questa volta non mento.
«La gente deve capire che a noi non frega niente di quello che pensa. Noi amiamo la nostra terra. E la nostra terra ha questa legge».
E quello che dice la guardia carceraria in borghese in una tavola calda qualunque vicino al confine con il Nevada è che la legge di queste terre proviene direttamente da Dio.
Dio, quello dei parcheggi di preghiera, delle sette millenariste, delle televendite bibliche alla tv eccetera eccetera. Sempre lui. Chi altro?
La guardia carceraria ha un tono grave. «Quinto comandamento: Non Uccidere».
Ripenso a Garder. Al rituale. Al plotone d’esecuzione. Alla fucilazione.
Allora chiedo perché uccidere un uomo che ha ucciso per insegnare alla gente di non uccidere.
La guardia carceraria mi squadra e con perfetto accento del Midwest scandisce: «Anche ai tempi di Mosé quelli come Gardner li ammazzavano». Il suo sguardo che sembra sfidare il mio. «Allora li lapidavano solo perché non c’erano ancora le Colt e i Winchester».
In quel mondo di santi e cow boys, televisioni via cavo e chiesette con insegne al neon, lo sceriffo aveva ragione.
Prende la busta gialla. Conta, intasca.
«Potrei arrotondare se ti rilascio un’intervista».
Gli dico che non serve. Allora la guardia carceraria si alza e mi dice addio.
Da sotto il tavolo spengo il registratore di voce.
Dalla finestra osservo quel padre di famiglia chiunque montare sul proprio pick up nero da uomo di frontiera.
Alla fine no. La sua cena non era compresa nel prezzo.

È quasi buio quando faccio ritorno all’hotel. Sulla tastiera del telefono compongo un numero in automatico. Suona, più volte.
La voce dall’altra parte della cornetta, migliaia di chilometri da qui, che dice: «Pronto?».
«Tutto ok». “Missione compiuta” mi sarebbe suonato ridicolo. Poi altri dettagli.
Mentre ascolto distrattamente le solite disposizioni ripenso alla strada verso Salt Lake City. E a quella villetta con il cartello nel giardino: be friendly or have bullets.
Funzionava così in quelle terre di santi e cow boys, televisioni via cavo e chiesette con insegne al neon.
Quando riattacco rimango qualche secondo ad osservare gli scarabocchi distratti sulla pagina del mio taccuino. Geometrie sbilenche attorno ad una frase scritta in una tavola calda qualunque, vicino al confine con il Nevada, in attesa del conto.
“Chi sa perfettamente da che parte stanno i cattivi è il miglior soldato del prossimo massacro”.

 

Utah Fire Squad
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