Win Fail Manson Di Maio

Lo scrittore Bret Easton Ellis e il cantante e regista Rob Zombie sono stati ingaggiati per lavorare a una miniserie su Charles Manson. Non si tratterà di raccontarne la vita, quanto piuttosto di concentrarsi (in maniera prevedibilmente esplicita e cruda) sui delitti della Famiglia Manson commessi nell’estate del ’69. In Italia invece siamo ancora ai bigliettini delle medie. Scambiati però tra politici.

 

WIN: Faranno un telefilm ispirato alla “famiglia” Manson.

La notizia, almeno per me, non poteva passare inosservata. Non tanto per Bret Easton Ellis, che a me non piace molto come scrittore, quanto per Rob Zombie e Charles Manson. I tre hanno in comune il fatto di essere al centro di un progetto targato Fox e Alcon Television. Bret Easton Ellis è un noto scrittore contemporaneo americano, famoso per Meno di zero e American Psycho. In questi due romanzi la violenza esplode in personaggi apparentemente civili e innocui, i racconti di Lunar Park sfociano poi nel pulp; questo per dire che con la violenza questo scrittore c’entra. Anche con quella verbale: di recente infatti si è fatto notare su Twitter per aver dato degli imbecilli ai fan di Foster Wallace.

Il suo compito ovviamente sarà quello di scrivere la sceneggiatura di quella che dovrebbe essere una serie televisiva (non si sa ancora quante puntate e stagioni siano previste); lo scrittore l’anno scorso a lavorato a The Canyons, film thriller con sfumature porno-soft diretto da Paul Schrader e con Lindsay Lohan nel cast, ambientato nello stesso quartiere dove furono commessi gli omicidi più famosi della setta di Manson. Rob Zombie è stato il cantante del gruppo alternative-metal White Zombie e poi di un altro gruppo chiamato semplicemente con il nome dell’artista. Il suo immaginario preferito, come dice il nome d’arte, è l’horror, genere che ha affrontato anche come regista (vedi La casa del diavolo, Le streghe di Salem).

Charles Manson tutti sanno chi è. Un personaggio che ha influenzato l’immaginario e in parte anche la cultura americana degli ultimi 40 anni. Infatti ha avuto a che fare, più o meno direttamente, sia con i Beatles che con i Beach Boys; Ozzy Osbourne gli ha dedicato una canzone (Bloodbath in Paradise) e Marilyn Manson lo ha provocatoriamente omaggiato ispirandosi a lui per scegliersi il nome d’arte (e Charlie lo ha “ringraziato” nel 2012 con una lettera in cui non si capisce niente). Negli anni ’60 il vecchio Charlie scriveva canzoni e cercò di entrare nei Beach Boys. Poi capì che la musica non era il suo forte e si buttò nel mercato del satanismo. Fondò una comune di hippies, circa 50 persone in gran parte di sesso femminile, che si distingueva dalle altre perché i sui membri odiavano i neri.

Charles era un leader carismatico, nel senso che diceva di essere allo stesso tempo la reincarnazione di Gesù Cristo e di Satana e loro ci credevano (i miracoli dell’LSD). Nel frattempo il suo amico Dennis Wilson inserì una sua canzone in un album dei Beach Boys, cambiandone il titolo e non riconoscendo la paternità di Manson, che si incazzò ancor di più con il mondo. Infatti non aveva abbandonato del tutto l’idea di diventare un musicista famoso. I membri della “famiglia” sopravvivevano con piccoli furti, poi si trovavano tutti insieme ad ascoltare le canzoni o i sermoni di Manson, a praticare sesso di gruppo, a farsi di hashish e LSD e parlare di rispetto per la natura.

Nel 1969 i membri della comune di Manson si macchiarono di parecchi omicidi, tutti ordinati da Manson, senza però che lui vi partecipasse mai direttamente. Il caso più famoso è quello di Sharon Tate, moglie del regista Roman Polanski. La sera del 9 agosto 1969 Polanski non era a casa, ma c’erano sua moglie incinta di otto mesi e altri otto amici, tra cui un discografico che aveva rifiutato di scritturare Manson. Forse questo era l’unico movente, anche se molti dicono che l’obiettivo fosse il regista, reo di aver deriso Satana con il film Rosemary’s Baby. Se il motivo fosse questo Manson avrebbe dovuto prendersela anche con Ira Levin, autore del romanzo da cui è tratto.

In generale egli ce l’aveva con l’industria culturale americana (pare infatti che tra gli obiettivi ci fossero anche Elizabeth Taylor e Frank Sinatra). Le nove persone presenti quella notte in quella casa furono tutte massacrate e uccise da membri della famiglia Manson. Su una parete fu trovata la scritta “Pig” e su uno specchio “Helter Skelter” che, oltre a essere una canzone dei Beatles, di cui Manson era grande fan, è un’espressione che in inglese significa più o meno fine del mondo. Secondo Manson l’apocalisse sarebbe arrivata quando i neri si fossero ribellati ai bianchi, ma essendo inferiori avrebbero perso.

Queste ed altre scritte in altri casi servivano per depistare le indagini e dare la colpa ai neri. Manson, che quest’anno compie 80 anni, è stato condananto all’ergastolo e a quanto pare non ha smesso di sedurre le donne, pare infatti abbia in programma un matrimonio. Charles Manson è considerato un serial-killer ma materialmente non ha mai ucciso nessuno. Sono già stati realizzati alcuni film su di lui, tra cui Helter Skelter del 1976 e The Manson Family, del 2003, diretto da Jim Van Bebber. L’operazione può essere discutibile, in quanto rischia di rendere fico un pazzo criminale. Non sempre i grandi scrittori prestati al cinema producono opere di valore (vedi McCarthy con lo stroncatissimo The Councelor). Sicuramente telefilm e miniserie sono però diventati prodotti molto amati dal pubblico e di conseguenza sono strumenti interessanti e in futuro saranno sfruttati sempre più per raccontare storie. Solo il tempo ci dirà se l’operazione sarà stata un flop o un successo. Nel frattempo possiamo solo gongolare.

Easton Ellis e Rob Zombie film su Manson

 

FAIL: La trasparenza dei Cinque Stelle e le lezioni di grafologia.

Succede che uno si annoia a fare il sindaco e decide di diventare premier. Napolitano e Letta glielo lasciano fare perché sanno che il nuovo governo si baserà sempre sulla stessa maggioranza delle “larghe intese”, ma lui fa finta che sia tutto una gran novità. Dopo le dichiarazioni sul voto di fiducia alla Camera, Renzi scrive un pizzino a Di Maio, vicepresidente della Camera ed esponente di punta del M5S. Quest’ultimo, in nome della trasparenza, pensa di fare l’eroe e pubblica su Facebook il bigliettino incriminato, in cui non si dice nulla di particolare, semplicemente l’ex sindaco di Firenze chiede se sia possibile discutere con l’M5S oppure se loro dicano no a prescindere.

Una domanda più che legittima. Ma secondo il vicepresidente della Camera pubblicare il biglietto di Renzi significava probabilmente smascherare le sordide sottotrame della casta. Quello che ha ottenuto è stato più che altro scatenare l’ilarità sui social. Di Maio poi ha ceduto alla tentazione e ha risposto a Renzi con un altro bigliettino, in cui spiega i motivi per cui non è possibile per il M5S dialogare con lui.

Si può prendere in giro Renzi per aver scelto un modo di comunicare tra l’infantile e il losco (i pizzini infatti di solito sono usati da persone che hanno qualcosa da nascondere, tipo i mafiosi), ma il gesto di Di Maio di pubblicare la foto dei biglietti sui social mi pare altrettanto ridicolo. Anche perché il bigliettino con la risposta Di Maio è  diventato pubblico ed è finito in televisione, con tanto di esperto grafologo che in base alla calligrafia spiega la personalità dei due politici. Sarà anche che il grafologo è pagato dal PD, fatto sta che Di Maio ne esce abbastanza male: pare infatti che abbia imparato a scrivere da poco.

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