Mo Yan-Yo Man

Discorsi politicamente scorretti e leghismo culturale intorno alla nomina del Nobel per la Letteratura, incredibilmente o scandalosamente dato ad un “cagariso”.

 

“Mo Yan? E chi cazzo è?”…

(si chiede Antonio Scurati – che non ha il coraggio di scrivere “cazzo” su un suo articolo – giusto per pronunciare una serie di pseudo valutazioni argute ed opinioni non richieste, camuffate da caustiche trollate anti radical chic)

… “La moglie di Woody Allen?”

(ipotizza Philip Roth attraverso la penna di Mattia Carzaniga)

No. Mo Yan è un cinese. E la notizia sembra piuttosto limitarsi a questo.

“Ma come? Un cinese?! Ma non lo può vincere un cinese!”
“E perché lo dovrebbe vincere un ebreo?”
“Se è per questo perché un italiano?… metti forse Camilleri (giusto così, per dire un nostro vecchio a caso)”
“Ma no, lui è un terrone!”

Se tanto mi dà tanto, questo è il livello del dibattito giunto a caldo dalla rete. Le cosiddette “reazioni di pancia” di un leghismo letterario mascherato di “cultura/orgoglio occidentale”. Tutto questo mentre giornalisti di tutto il mondo affollavano Wikipedia, torturando l’anima a quei pochi esperti (non cinesi) di letteratura cinese al mondo, alla ricerca di info, bio e biblio di questo “cagariso” dal nome buffo, un nome che non è un nome ma uno pseudonimo – paranoie galoppanti come non se ne vedevano dalla scorsa nomina di Tranströmer, che per comodità divenne immediatamente “Transformer”, manco si fosse trattato di Optimum Prime; Transformer: quello no che non era uno pseudonimo.

Chissà se, a questo punto, qualcuno di questi non abbia controllato chi sia stato l’ultimo “negro” ad essersi portato a casa il Nobel. Così, tanto per.

Chissà che, scorrendo la lista, questi giornalisti e commentatori – che avevano già scritto l’articolozzo celebrativo per Roth, MacCarthy & Co (in realtà pronto da anni come il coccodrillo di Andreotti) – si sono accorti che, ohibò!, nel 2000 a vincerlo fu proprio un cinese. Ma un cinese come? Un cinese dissidente: e quindi ecco che, 2+2, questa volta si fa pari e patta con un cinese nazionalista (Mo Yan, ex soldato, considerato da molti simpatico al regime). Sai com’è, la nuova potenza economica, gli equilibri politici, l’opportunità diplomatica, eccetera, eccetera. Noi occidentali e il nostro intuito, il nostro spessore intellettuale, la nostra profondità di analisi.

E i libri? Che ne è dell’opera di Mo Yan? Le terze pagine internettiane, e non solo quelle, preferiscono fare del Risiko piuttosto che critica letteraria, perché se a vincerlo fosse stato un occidentale a nessuno sarebbe venuto in mente di operare una colonscopia alla nostra illibata fedina penale internazionale. Altrimenti non si dovrebbero dare premi Nobel a scrittori statunitensi, a prescindere. In realtà facciamo di meglio: premiamo i loro presidenti. E se non sono americani sono europei. Ma che bel quadretto.

Che poi è sempre il solito discorso: esticazzi la politica! Stiamo parlando di letteratura, di cultura, di libri. E quindi non dovremmo leggere Céline, Pound e compagnia bella? Carroll era un mezzo pedofilo, Lovecraft un razzista, Burroughs un assassino, un drogato ed era pure “frocio”, mentre Rousseau era semplicemente uno stronzo. E avanti di questo passo ci rimane, che so, Coelho, che è innocuo, trasparente ed impalpabile quasi quanto i suoi libri.

E mentre si fatica a rintracciare nel web una qualche opinione strutturata ed interessante, tra la comunità di lettori, ma non solo quelli (vero Scurati?), si innesca un altro perverso meccanismo: lo “esticazzi occidentale”, della serie: ma dopotutto “chissene del Nobel”. Un po’ la storia della volpe e l’uva. Se lo vincono gli altri ci annoiamo.

Con un po’ di sangue freddo in più – poco, mica tanto – si sarebbe potuto scoprire un parere interessante da chi, in questo caso, ha maggior voce in capitolo: ovvero gli scrittori cinesi. Oppure indagando le banalissime motivazioni della giuria del Nobel. Per chi ancora non lo sapesse, quest’anno il premio è andato a Mo Yan

«che con un realismo allucinatorio fonde racconti popolari, storia e contemporaneità»

Ci sarebbe voluto un minuto su Wikipedia. E ci si sarebbe anche accorti che l’anno scorso il premio è stato assegnato a Tranströmer

«perché attraverso le sue immagini condensate e traslucide, ci ha dato nuovo accesso alla realtà»

Realtà, realismo… e che rottura di palle. In questo modo siamo giunti a due conclusioni: A) “realismo allucinatorio” non significa niente, tanto quanto “immagini condensate e traslucide”; B) che probabilmente chi scrive le motivazioni del Nobel per la Letteratura è Nichi Vendola.

Tornando all’articolo di Scurati (tesi di fondo: Mo Yan non lo conosce nessuno, vanno premiati solo i grandi scrittori occidentali, forse perché quella occidentale è la cultura che conta; Mo Yan ha vinto per motivi politici; chissene del Nobel; chissene dei cinesi, tanto a loro non frega un cazzo dei nostri libri, perché noi dovremmo interessarci dei loro?). Ok caro Antonio: il 90% della gente non ha letto Mo Yan, compreso tu (che però giudichi), ma se lo dici con quel tono dai per scontato che il 90% della gente abbia letto i tuoi di libri. Umiltà: questa sconosciuta.

Rimanendo in tema Scurati, che dà giudizi pretendendo di leggere nella mente della giuria con una mentalità, la sua, da grillino, o, tutt’al più, da intellettuale italiano, sarebbe opportuno dirgli che l’unica opinione che in casi come questi siamo disposti a ricevere da uno scrittore e intellettuale come lui è qualcosa che non immaginiamo già. Perché se lo Scurati pensiero si limita a questo – “oh mio Dio, la decadenza Occidentale!”, ed è da 12 anni che il Nobel ce lo portiamo a casa noi – a sto punto è intellettuale anche Massimo Giletti.

E qui concludo. Se non ci fossimo tutti tramutati in leghisti letterari, allora ci ricorderemmo che: A) la letteratura è anche uno dei modi migliori e più interessanti per scoprire e comprendere nuovi mondi e nuove culture, ANCHE da un punto di vista – culturalmente, politicamente, socialmente – opposto al nostro; B) che è da anni che in libreria escono sempre più libri cinesi o asiatici (Jang Rong, A Yi, Zhou Weihui, Yan Ge, Mian Mian, Zhu Wen); C) che se esiste una tale ondata, a maggior ragione, dati ANCHE certi presupposti sociali e politici, forse sarebbe bene approfondire tali autori anziché giudicarli con pregiudizi che manco Calderoli, tanto che si potrebbe tranquillamente dire che al giorno d’oggi ci farebbe tutti più bene leggere un autore cinese piuttosto che l’ennesimo di Baricco.

(per poi magari schifare anche il cinese, e così tornare da Baricco e avere una scusa in più per risparmiare soldi, rinunciare a leggere per sempre e vaffanculo i dati dell’AIE)

Discorsi che lasciano il tempo che trovano. Da domani il bersaglio degli hater letterari sarà un altro. In mancanza di ulteriori sfumature di grigio c’è il nuovo di Paolo Giordano da massacrare.

Nel frattempo Mo “involtino primavera” Yan se la ride. Alla faccia di noi polentoni del mondo.

 

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